La giustizia di Ulisse e la scintilla della modernità
Non possiamo evitare in nessun modo di guardare il mondo assumendo una prospettiva etica. Dettaglio chiaro già nei poemi omerici
di Vittorio Pelligra
6' di lettura
6' di lettura
«Una differenza tra l’uomo e gli altri animali è il bisogno di distinguere tra giustizia e ingiustizia», scrive Luigi Zoja in Giustizia e Bellezza (Boringhieri, 2016). «Questo desiderio – sottolinea - ha una conseguenza che unifica le forme del conoscere: tutte le scienze dell’uomo contengono una prospettiva etica». Non possiamo evitare in nessun modo di guardare il mondo assumendo una prospettiva etica. «Il fatto che le situazioni in cui ci troviamo siano giuste o ingiuste – continua Zoja - prima o poi ci riguarda. Anche se non abbiamo rivolto una domanda sul bene e sul male alle circostanze in cui viviamo, spesso lo sguardo delle circostanze si rivolge verso di noi, interrogandoci sul bene e sul male. E noi non possiamo rispondere che siamo indifferenti».
Anche se pensiamo e ci raccontiamo di non essere interessati alle faccende del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, prima o poi il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, verranno loro ad interpellarci, a sfidarci, a mettere in discussione le nostre credenze più radicate così come la nostra superficiale indifferenza. Iniziamo a confrontarci con questo imprescindibile bisogno, con questo obbligo, millenni fa, innanzitutto attraverso il linguaggio del mito e con quello contiguo della poesia. E allora l’Iliade omerica, che abbiamo discusso qualche settimana fa e poi l’Odissea che abbiamo incontrato la settimana scorsa e continuiamo ad interrogare oggi.
Nell’Iliade l’idea di giustizia poetica ruota ancora intorno al tema della volontà divina e dell’onore che da essa discende; essa assume essenzialmente la forma del «rispetto del dovuto», del riconoscimento da attribuire all’eroe, del rispetto da riconoscere al capo, del bottino da distribuire tra i combattenti; questa, per esempio, la scaturigine della faida tra Agamennone e Achille, che «infiniti addusse lutti agli Achei». L’idea di «giustizia» nell’Iliade, quindi, non appare come l’applicazione meccanica di un principio quanto, piuttosto, come il dipanarsi di una procedura algoritmica; di una contrattazione che consente alle parti di raggiungere un accordo ritenuto soddisfacente per i contraenti.
È per questo che possono esistere tanti esiti giusti quanti sono gli accordi possibili. Ed è per questa ragione che si può parlare non solo di giustizia al singolare, ma anche di «giustizie» al plurale. Una giustizia o diverse giustizie, però, sempre fondate e legittimate dal volere degli dèi (themis), dalle loro passioni e dai loro capricci. Le cose cambieranno, anche se non drasticamente con l’Odissea, dove l'arbitrarietà della volontà divina appare mitigata da un certo livello di imparzialità e dove la colpa e il merito acquistano una natura, per certi versi, più oggettiva e certa. Certo è che come nell'Iliade anche nell’Odissea ancora gli dèi partecipano attivamente alle vicende umane con alleanze, disfide, odi, rancori e amori. Perché alla fine sempre «Zeus è la causa: lui dà / la sorte agli uomini industri, come vuole a ciascuno».
L’Odissea non è solo e forse neanche principalmente una storia di avventure e viaggi, quanto piuttosto il racconto di un conflitto tra il protagonista e i nemici usurpatori del regno, dall'altra. In questo senso riecheggia la struttura della trama dell’Iliade con Ulisse e la sua famiglia contro i Proci, ora, e Achille contro Agamennone, allora. Il conflitto è differente, la soluzione sarà differente, ma la natura del conflitto sembra essere sempre la stessa. Nonostante qui si assista ad un mutamento importante. Mentre per gli eroi dell’Iliade la hybris, la tracotanza è ancora un tratto virtuoso non distinto anzi parte integrante dell'areté - l’eroe virtuoso è per natura tracotante e sfrontato – ora nell’Odissea la hybris definisce il comportamento dei Proci, gli usurpatori del regno di Ulisse ad Itaca. L’accaparramento di ciò che non è dovuto loro viene condannato in una visione germinale della giustizia retributiva che ritroveremo secoli più tardi in Platone ma soprattutto in Aristotele.








