L'Iliade, l’onore degli eroi e la giustizia come negoziazione
I concetti morali cambiano con la società. Ne è un esempio quello di giustizia, fin dai tempi della letteratura classica
di Vittorio Pelligra
5' di lettura
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Nell'introduzione alla sua Breve storia dell'Etica il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre scrive che uno dei guai principali di chi occupa di filosofia morale è quello di trattare i concetti e le idee come se la storia del loro sviluppo fosse un aspetto secondario. Come se quelli morali fossero dei concetti speciali «senza tempo, immodificabili, caratterizzati da elementi fissi durante tutta la loro storia». Ma i concetti morali – continua MacIntyre – cambiano al modificarsi della vita sociale. «Non a causa dei cambiamenti della vita sociale – puntualizza – perché questo suggerirebbe che la vita sociale sia una cosa e quella morale un'altra e che ci sia solo una relazione causale esterna e contingente tra le due. E questo è ovviamente falso. I concetti morali sono incarnati e sono costitutivi di ogni forma di vita sociale». Ne deriva che un modo per distinguere una forma di vita sociale da un'altra è quello di distinguere i principi morali che caratterizzano l'una rispetto all'altra.
I concetti morali si esprimono solo nel proprio contesto
L'impossibilità di tradurre in italiano, o in ogni altra lingua differente dal greco antico, il significato pieno del termine δικαιοσύνη (dikaiosýne), per esempio, con un'unica parola che in italiano possiamo solo lontanamente approssimare a «giustizia» è proprio la conseguenza dell'incorporazione dei concetti morali in forme di vita sociali all'interno delle quali, solamente, le parole esprimono il loro significato compiuto. Bisognerebbe essere greci, contemporanei di Platone o di Aristotele, per poter comprendere in profondità il senso del termine. Questo naturalmente non vuol dire che quell'idea greca di giustizia non abbia niente da dire oggi a noi e ai nostri contemporanei. Ma lo può fare proprio grazie all'analisi storica che ci farà scoprire certamente delle continuità oltre alle necessarie differenze tra la dikaiosýne dei greci, la iustitia di Hobbes, la justice di Bentham e la giustizia di Norberto Bobbio.
La questione è ulteriormente complicata dal fatto che, spesso, comprendere il mondo, anche le sue forme sociali, equivale ad intervenire su di esso, cambiandolo. Mentre si studia la storia delle idee, dunque, quelle idee stesse modificano la realtà che le ha generate. Non è, dunque, un compito facile, ma è certamente un obiettivo ineludibile quello di andare a riscoprire le radici che hanno generato l'albero imponente della nostra comprensione dell'idea di giustizia. Abbiamo iniziato nelle settimane scorse rivolgendo lo sguardo a Platone ed Aristotele proviamo a continuare oggi facendo un ulteriore passo indietro e cercando di scavare a fondo intorno all'idea di giustizia che troviamo nella poesia omerica. Il tratto distintivo, qui, sembra essere il conflitto tra dike e hybris, tra il giusto limite e lo sconfinamento nell'eccesso.
Il principio del «limite» in Omero
Un tema, quello del limite, che poi ritroveremo in Pitagora, con la sua teoria dell'armonia, come anche in Platone e Aristotele. Ma in Omero il limite e il suo superamento assumono perfino un significato fisico, il significato del confine, della parte assegnata e quindi del travalicamento, dell'invasione. Perfino gli dèi sono tenuti al rispetto di questo limite.
Ce lo racconta proprio Omero nel Libro XV dell'Iliade quando Poseidone minaccia Zeus, reo di aver violato i confini della sua giurisdizione sui mari. Analogamente Eschilo nelle Eumenidi racconta del conflitto tra Apollo e le Erinni scatenato anche questa volta da un'invasione di territorio e da un'appropriazione indebita. Questa idea del limite e dell'illiceità della sua violazione permea tutta la cultura greca anche se non è chiaro se il peccato di hybris sia maggiormente legato ad una violazione dei rapporti nella sfera religiosa, la mancanza di rispetto e l'arroganza nei confronti degli dèi, o come fatto sociale o, piuttosto, come intreccio delle due sfere, religiosa e sociale insieme.









