Soldi e ambiente

La finanza green non arretra sui mercati nonostante i tentativi di deregulation

Il Forum per la finanza sostenibile fa il punto della situazione alla luce dell’andamento dei mercati e della normativa in evoluzione

di Antonio Criscione

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A inizio anno è tempo di bilanci e di progetti. Il Forum per la finanza sostenibile - associazione non profit che ha l’obiettivo di incoraggiare l’inclusione dei criteri ambientali, sociali e di governance nei prodotti e nei processi finanziari - ha illustrato in un incontro a Milano, con il direttore generale del Forum Francesco Bicciato, le prospettive della finanza sostenibile per il 2026, nell’attuale quadro internazionale e mentre procede l’opera di semplificazione normativa europea.

I mercati

Nonostante una narrazione pubblica che talvolta suggerisce una flessione o un “backlash” nei confronti della sostenibilità, i dati oggettivi - spiega Bicciato - descrivono uno scenario in cui la realtà finanziaria smentisce il pessimismo, confermando che la finanza sostenibile rimane un driver cruciale per gli investitori. L’economia verde ha raggiunto dimensioni imponenti, con un valore attuale di 5.000 miliardi di dollari e una previsione di crescita annua del 6% che porterà il mercato a superare i 7.000 miliardi di dollari entro il 2030. 

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Questo trend è sostenuto da performance finanziarie concrete: tra il 2020 e il 2024, i ricavi “green” delle società quotate sono cresciuti del 12%, un ritmo doppio rispetto al 6% dei ricavi convenzionali. Le tecnologie per la decarbonizzazione, come il solare e le batterie, hanno visto i costi crollare del 90% nell’ultimo decennio, rendendo le alternative fossili sempre meno competitive.

Anche il settore del risparmio gestito riflette questa solidità: a settembre 2025, il patrimonio globale dei fondi sostenibili ha superato i 3.700 miliardi di dollari. In Italia, la tendenza è confermata dal comportamento degli investitori istituzionali che, contrariamente alle voci di un arretramento, stanno incrementando la loro esposizione: i piani previdenziali che adottano investimenti sostenibili sono saliti da 79 a 95, le fondazioni di origine bancaria da 31 a 34, e il 99,7% delle imprese assicuratrici include ormai criteri Esg nelle proprie politiche.

Rispetto a questi cambiamenti, Bicciato ha ricordato che il Forum è favorevole a un alleggerimento e a una semplificazione degli oneri per le imprese, ma ciò non può portare a una deregolamentazione spinta, come sembra emergere dalla normativa in evoluzione e pensa che alcune scelte andranno rimeditate.

Normativa in evoluzione

Il 2025 è stato un anno estremamente intenso sul fronte regolamentare, caratterizzato da una spinta verso la semplificazione burocratica che, tuttavia, solleva preoccupazioni sulla futura disponibilità di dati per gli investitori.

Il cosiddetto pacchetto “Omnibus” ha modificato drasticamente il perimetro di applicazione delle norme europee: le soglie per la direttiva sul reporting (Csrd) sono state alzate portando all’esclusione di circa il 90% delle imprese attualmente coinvolte (fissate dal pacchetto a 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato), mentre per la direttiva sulla due diligence (Csddd), la riduzione della platea è del 70%, con soglie fissate a 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato.

Parallelamente, è stata avviata la revisione della Sfdr (normativa sulla trasparenza della finanza sostenibile), con l’obiettivo di superare l’uso improprio del regolamento come etichetta di marketing e introdurre, verosimilmente dal 2028, categorie di prodotto più chiare come “Sustainable”, “Transition” ed “Esg Basics”. Un impatto immediato sul mercato è stato generato dalle linee guida dell’Esma sui nomi dei fondi, nate per contrastare il greenwashing e garantire coerenza tra denominazione e strategia: l’analisi ha rivelato che il 64% dei fondi monitorati ha dovuto cambiare nome e il 56% ha aggiornato la politica di investimento, spesso inasprendo le esclusioni sui combustibili fossili per poter mantenere termini legati alla sostenibilità.

Engagement

L’attività di engagement si conferma uno strumento fondamentale per il dialogo tra investitori ed emittenti, dimostrando che le aziende italiane non stanno arretrando sui temi Esg nonostante il clima politico.

Il monitoraggio condotto nel 2025 su 22 società quotate evidenzia progressi tangibili: 14 aziende hanno adottato una strategia di adattamento climatico e 13 hanno un piano di transizione formale, di cui 10 integrano esplicitamente i principi della “transizione giusta”.

Anche l’allineamento agli standard scientifici migliora, con 8 società che seguono i parametri della Science Based Targets initiative (SBTi) rispetto alle 5 dell’anno precedente. Emergono tuttavia nuove sfide, in particolare sull’intelligenza artificiale: sebbene 17 società su 22 abbiano già integrato tecnologie AI nei processi, la governance è ancora in ritardo, con solo 10 emittenti dotati di un codice etico specifico.

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