Piazza Affari

Borsa, soltanto tre aziende su dieci monitorano il greenwashing

E’ quanto emerge dall’analisi dei risultati dell’Osservatorio Esg realizzato da Plus24, Ufficio studi Sole 24 Ore e Università Milano-Bicocca

di Vitaliano D'Angerio

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Incoerenza tra il dire e fare cose sostenibili. Greenwashing. Verniciate di verde. Tutti sono preoccupati per questo fenomeno che può mettere a repentaglio la reputazione delle aziende. Un rischio da monitorare quindi. Ebbene, i risultati dell’Osservatorio Esg di Plus24-Università Milano Bicocca, mostrano che soltanto il 30% delle aziende intervistate ha creato dei presidi per monitorare e gestire il greenwashing.

Reputazione da tutelare

Le società sanno bene che costruire la propria reputazione è faticoso e molto costoso; averne cura è un fattore fondamentale in un mondo sempre più ostaggio dei social media.

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«Oggi, la reputazione è l’elemento chiave nel panorama Esg – conferma Alessia Pedrazzoli, ricercatrice di Economia degli intermediari finanziari all’Università Milano-Bicocca e tra le autrici dell’analisi sui risultati dell’indagine –. Come evidenziano i dati dell’Osservatorio, l’attenzione delle imprese ai rischi reputazionali legati ai social media è in forte crescita, soprattutto tra le realtà più avanzate in materia di sostenibilità. Chi, invece, registra performance Esg mediocri, tende a sottovalutare questi pericoli, reputandoli solo marginalmente rilevanti». E aggiunge: «La reputazione emerge come il principale vantaggio percepito dalle imprese, ma si rivela anche una forte vulnerabilità per chi non possiede gli strumenti adeguati a prevenire possibili errori. Emblematico è appunto il dato che solo 3 imprese su 10 monitorano il rischio di greenwashing».

L’indicatore di Governance

L’approfondimento sul greenwashing è uno snodo cruciale per l’analisi sui dati dell’Osservatorio Esg. La difficoltà di gestire e monitorare tale rischio è un fattore che crea allarme, tanto più che le aziende coinvolte nell’indagine sono tutte quotate e, dunque, un incidente reputazionale potrebbe creare molti problemi. «È perciò imperativo che le aziende che si avvicinano alla sostenibilità – evidenzia Pedrazzoli – dimostrino una coerenza e una corrispondenza ineccepibili tra ciò che dichiarano e ciò che fanno, per garantirne la percezione come asset duraturo e non come una moda passeggera».

L’analisi del rischio greenwashing è stata realizzata dai ricercatori nell’ambito della costruzione dell’indicatore sulla Governance. Nel rapporto viene sottolineato che «osservando la distribuzione per settore, le imprese operative nelle utilities presentano il livello di Governance più elevato di tutto il campione (ben superiore a 0,80, ndr), mentre energy (0,42) ed healthcare (0,44) mostrano i livelli più bassi tra i settori con valori sufficienti».

C’è chi parla troppo e chi tace

Comunicare la sostenibilità a sproposito e in modo contraddittorio provoca quindi gravi conseguenze. Tanto che, negli ultimi anni, si è andato affermando il fenomeno opposto, non meno grave: il green hushing dove to hush, in inglese, significa appunto tacere. 

Inizialmente, il silenzio sulle attività sostenibili (non necessariamente green) era spinto dal timore dello scrutinio degli investitori; le aziende avevano paura di sbagliare, anche in buona fede, viste le norme europee molto complicate.

Oggi invece si tace a volte sulla sostenibilità della propria azienda per timore dei sostenitori delle politiche trumpiane anti-green. Perfino i giganti del risparmio gestito americano hanno fatto retromarcia. Della serie come mi comporto sbaglio. Da qui un appello alla coerenza: per chi accetta la sfida della sostenibilità è difficile fare dietrofront.

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