Usa

La Fed lascia i tassi al 4,25%-4,50%: meno crescita, più inflazione. Trump chiede tagli

Più incertezza con la nuova Amministrazione. Rallenta la riduzione del portafoglio dei soli Treasuries da 25 a 5 miliardi a mese. Ma Trump in nottata è tornato a chiedere tagli

di Riccardo Sorrentino

Jerome Powell, governatore della Federal Reserve americana

3' di lettura

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Tassi fermi. Anche per meglio affrontare le nuove incertezze generate dall’Amministrazione Trump. Per la seconda volta consecutiva, la Federal Reserve ha lasciato il Fed Funds target al 4,25%-4,50%. Il Fomc, il comitato di politica monetaria, ha anche deciso di rallentare fino a un massimo di 5 miliardi, dai precedenti 25 miliardi, i rimborsi dei soli Treasuries (in concreto la quota non reinvestita) mentre resta a 35 miliardi quelli degli agency bond e delle asset backed securities. La decisione sui tassi è stata presa all’unanimità, quella sul portafoglio titoli ha visto un solo voto contrario, quello di Christopher J. Waller (che fa parte del board) il quale avrebbe preferito mantenere il ritmo precedente.

Immutata la diagnosi dell’economia, ma - nota il comunicato iniziale - «è aumentata l’incertezza sulle prospettive». Le proiezioni economiche, e in particolare il sommario delle previsioni dei governatori sull’andamento futuro dei tassi, continuano a indicare in mediana, per fine anno, un costo del credito ufficiale al 3,75-4%, corrispondente ad altre due tagli entro la fine dell’anno. Immutato anche il sentiero per i prossimi anni: 3,25-3,75% a fine 2026, 3-3,25% a fine 2027 e tre per cento nel medio periodo.

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Rallenta, rispetto alle indicazioni di dicembre, la crescita economica prevista: passa all’1,7%, dal 2,1% per il 2025, all’1,8% per il 2026 (2%) e per il 2027 (1,9%), e aumenta l’ampiezza del range delle previsioni, segno di una maggiore incertezza. «Guardando al futuro - ha spiegato in conferenza stampa il presidente Jerome Powell - la nuova amministrazione è in procinto di attuare importanti cambiamenti politici in quattro ambiti distinti: commercio, immigrazione, politica fiscale e regolamentazione. Sarà l’effetto netto di questi cambiamenti a contare per l’economia e per l’orientamento della politica monetaria».

I numeri sull’economia sono attualmente solidi, ha detto Powell, ma «i dati provenienti dai sondaggi, sia tra le famiglie che tra le imprese, mostrano invece un aumento significativo dell’incertezza e preoccupazioni rilevanti riguardo ai rischi al ribasso. E quindi: come dobbiamo interpretare questo quadro? Il legame tra i dati dei sondaggi e l’attività economica reale non è sempre stretto. Ci sono momenti in cui le persone esprimono giudizi molto pessimisti sull’economia, ma poi escono e comprano un’auto nuova. Tuttavia, non possiamo dare per certo che sia così anche in questo caso».

Risale intanto l’inflazione prevista: 2,7% quest’anno (dal 2,5%), 2,2% l’anno prossimo (2,1%) e due per cento a fine 2027 (invariato). «Alcune misure a breve termine delle aspettative di inflazione - ha aggiunto Powell - sono recentemente aumentate», anche se quelle di lungo periodo restano ancorate o addirittura in leggera flessione. «Lo vediamo - ha detto ancora - sia nelle misure basate sul mercato che in quelle basate su sondaggi, e i rispondenti ai sondaggi, sia tra i consumatori che tra le imprese, stanno indicando i dazi come un fattore determinante».

Quanto pesino i dazi non è facile capirlo, ha poi detto Powell in risposta a una domanda: «Sarà molto difficile avere una valutazione precisa di quanto dell’inflazione derivi dai dazi e quanto da altri fattori – ed è già così ora. L’inflazione dei beni è aumentata in modo significativo nei primi due mesi dell’anno, tentando di seguire gli aumenti dei dazi».

La sfida è anche quella di capire cosa fare: «In alcuni casi - ha spiegato Powell - può essere appropriato “guardare oltre” l’inflazione, cioè non reagire, se si prevede che svanisca rapidamente da sola, senza interventi da parte nostra, se è transitoria; e questo potrebbe essere proprio il caso dell’inflazione causata dai dazi. Penso che questo dipenderà dalla rapidità con cui tale inflazione si esaurisce, e potrebbe dipendere in modo cruciale anche dal fatto che le aspettative di inflazione restino ben ancorate – soprattutto quelle di lungo periodo».

Non è detto quindi che la politica monetaria debba reagire ai dazi e ai rialzi dei prezzi. «Resta comunque vero - ha detto ancora Powell - che se l’impulso inflazionistico è destinato a esaurirsi da solo, non è corretto irrigidire la politica monetaria, perché quando gli effetti delle misure si faranno sentire, come è nella loro natura, si starà in pratica riducendo l’attività economica e aumentando la disoccupazione». La politica monetaria incide infatti sui prezzi con un ritardo lungo, e in genere non prevedibile.

Powell ha più volte insistito sul fatto che l’economia è attualmente solida, ma anche che i cittadini non sono contenti. Pesa non l’inflazione, ma il livello dei prezzi - difficilmente aggredibile dalla politica monetaria - insieme, negli ultimi tempi, alle «turbolenze», turmoil in inglese, causato dagli annunci della nuova Amministrazione. Una valutazione piuttosto netta, quest’ultima, rara nelle parole di un banchiere centrale.

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