La riunione di marzo

Perché la Fed manterrà i tassi fermi? La risposta in una serie di grafici

La pausa nei tagli dovrebbe continuare: si attendono le proiezioni per valutare i tempi

di Riccardo Sorrentino

Il presidente della Federal reserve Jerome Powell

3' di lettura

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Nessun taglio. Anche a marzo la Federal reserve dovrebbe lasciare i tassi invariati al 4,25-4,50%, come a fine gennaio. Il presidente Jerome Powell e alcuni governatori hanno spiegato di non aver fretta, e le proiezioni macroeconomiche di dicembre segnalano un punto di arrivo, a fine anno, a 3,75-4%, pari a due tagli da 25 punti base. Non mancano analisti che si aspettano, per le nuove stime di marzo, un rialzo di queste indicazioni al 4-4,25%, pari quindi a un solo taglio da qui a dicembre.

Il peso dell’incertezza

Pesa l’incertezza sugli annunci del presidente Donald Trump e, dunque, sugli effetti delle misure che saranno prese. Non è chiaro, in particolare, fino a che punto le minacce di far salire di dazi siano uno strumento negoziale tipiche dell’approccio decisamente “transazionale” della nuova Amministrazione e in che misura faranno invece parte del nuovo paradigma di politica industriale americano. Analogamente le promesse di tagliare le spese federali potrebbero incidere su crescita e inflazione, anche se non hanno lasciato ancora traccia nei dati, a parte l’inquietante nowcasting della Fed di Atlanta che indica un pil del primo trimestre in calo del 2,4% annualizzato.

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Tassi elevati?

Il dilemma della Federal reserve è forse proprio qui. I dati a disposizione oggi mostrano molto poco della direzione in cui potrebbe andare l’economia Usa in seguito alle decisioni di Trump, e quel poco potrebbe essere fuorviante. Al momento, tutto lascerebbe pensare che i tassi sono a un livello piuttosto elevato. Calcolando, tradizionalmente, un tasso reale neutrale dello 0,50% - difficilmente è più basso – e l’obiettivo del 2%, Fed Funds oltre il 4% danno l’idea di un orientamento decisamente restrittivo, forse non del tutto giustificato dai dati.

Aspettative di inflazione in calo

ASPETTATIVE DI INFLAZIONE DI MERCATO

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Le misure di mercato delle aspettative di inflazione, per esempio, mostrano di nuovo un ritorno verso l’obiettivo del 2%, anche se non è chiaro quanto abbia inciso il complessivo calo dei rendimenti, determinato dalle cattive prospettive dell’azionario, a causa dei dazi, e dalle attese di minori spese federali. È vero che le misure delle aspettative misurate dai sondaggi, come l’indice della Michigan University, vanno però in una direzione diversa, e hanno superato di slancio il 3% a gennaio (al 3,3%, il massimo da maggio); ma le ampie analisi svolte dalla Fed di Cleveland e della Fed di Atlanta sulla dinamica dei prezzi – compreso il nowcasting – mostrano per la prima volta timidi segnali di miglioramento.

Scendono i rendimenti

LA CURVA DEI RENDIMENTI DAL 2024

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I rendimenti, una delle componenti delle condizioni finanziarie – almeno “a monte” della cinghia di trasmissione delle decisioni della Fed – stanno calando rapidamente, ma la parte a breve della curva, che esprime e realizza la politica monetaria, è rimasta sostanzialmente invariata; mentre il cambio effettivo del dollaro, resta relativamente elevato, molto lontano dalla media di lungo periodo.

Condizioni finanziarie leggermente più restrittive

L’INDICE FED CHICAGO DELLE CONDIZIONI FINANZIARIE

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L’indice delle condizioni finanziarie, non a caso, è tornato un po’ a crescere. Se su base storica resta in territorio espansivo – ma c’è da dubitare che i riferimenti siano ancora validi – l’indicatore elaborato dalla Fed di Chicago ha mostrato da inizio anno una ripresa che dovrebbe segnalare un limitato irrigidimento delle condizioni che dovrebbe quantomeno rassicurare la Fed sulla possibilità di percorrere l’ultimo miglio verso l’obiettivo del 2 per cento.

Restano elevate le spese federali

LE SPESE FEDERALI NEGLI STATI UNITI

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È vero però che alcune pressioni sull’inflazione restano forti. Le spese federali, per esempio, non sono calate a gennaio e febbraio, a dispetto di grandi annunci di tagli e risparmi. Il tasso di disoccupazione resta basso mentre la tendenza all’aumento delle richieste di sussidi per i senza lavoro non sembra preoccupante, a uno sguardo macro. Anche l’incremento dei salari orari rimane robusto, ed è tornato sia pure marginalmente a superare il quattro per cento.

L’effetto dei dazi

Tutto questo giustifica un livello dei tassi così elevato? Qualche analista ne dubita. Si può immaginare però che la Federal reserve sta agendo in una prospettiva di risk management. La possibilità che i prezzi e soprattutto le aspettative sui prezzi, e non solo in reazione agli annunci sui dazi, risalgano è reale e consiglia effettivamente prudenza. È noto che dichiarare troppo presto “vittoria” sull’alta inflazione è il miglior modo di farla rialzare. Gli annunci delle tariffe incidono in questo quadro.

La questione, però, non è tanto l’effetto concreto dei dazi sull’inflazione, che scompare entro un anno: a preoccuparsi dovrebbe essere piuttosto l’Amministrazione, perché il costo della vita resta più elevato anche quando l’inflazione - che è la velocità dei prezzi - recede; e il costo della vita resta una delle maggiori preoccupazioni degli Usa. Il problema è quanto gli annunci possano incidere sulle attese, che sono persino più importanti per definire la futura dinamica dei prezzi.

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