Stati Uniti

La Corte Suprema boccia Trump: chi nasce negli Usa è cittadino americano

Il presidente avrebbe voluto vietare il diritto di cittadinanza, lo ius soli, ai figli di immigrati irregolari

di Luca Veronese

La Corte Suprema degli Stati Uniti, a Washington, negli Stati Uniti REUTERS

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato Donald Trump sul diritto di cittadinanza. Il presidente Usa aveva emesso un ordine per limitare la cittadinanza per diritto di nascita negli Stati Uniti. Questa battaglia sullo ius soli era una delle priorità dell’amministrazione di destra nella stretta contro l’immigrazione. Trump voleva negare il diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati non in regola con i documenti. La Corte ha deciso invece che chi nasce sul territorio degli Stati Uniti è comunque un cittadino americano.

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Per la seconda volta in un anno, con questa sentenza - emessa con 6 voti a favore e 3 contrari - la Corte Suprema ha deciso di invalidare un’importante iniziativa di Trump. A febbraio i giudici avevano annullato i dazi globali sul commercio introdotti dall’amministrazione repubblicana.

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Sul diritto a diventare cittadini americani, i giudici hanno confermato la decisione di un tribunale di grado inferiore che bloccava l’ordine esecutivo di Trump, il quale imponeva alle agenzie statunitensi di non riconoscere la cittadinanza dei bambini nati negli Stati Uniti quando i genitori non sono cittadini americani o residenti negli Usa in modo permanente e legale, cioè titolari di carta verde. Il ricorso contro l’ordine di Trump ha sostenuto la violazione del 14° emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che conferisce la cittadinanza a coloro che nascono negli Stati Uniti e sono «soggetti alla giurisdizione degli stessi».

Trump ha ripetutamente messo alla prova i limiti del potere presidenziale in politica interna ed estera. E aveva emanato l’ordine lo scorso anno, il suo primo giorno di ritorno alla casa Bianca, nell’ambito di una serie di politiche per stroncare l’immigrazione, sia legale che illegale. I critici hanno accusato il presidente repubblicano di discriminazione razziale e religiosa nel suo approccio all’immigrazione.

I ricorrenti hanno affermato che la Corte Suprema aveva già risolto la questione della cittadinanza per diritto di nascita in una sentenza del 1898, Stati Uniti contro Wong Kim Ark, che riconosceva come il 14° Emendamento garantisca la cittadinanza per nascita sul suolo statunitense, anche ai figli di cittadini stranieri.

Il presidente della Corte Suprema John Roberts ha fatto riferimento a quella decisione del 1898 nel redigere la motivazione della sentenza che ha bocciato l’ordine esecutivo di Trump. Roberts si è unito a una maggioranza di sei giudici che comprende i tre giudici dell’ala progressista – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson – e i giudici conservatori Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. Tre giudici conservatori — Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch — hanno espresso parere contrario alla decisione e quindi favorevole alla stretta di Trump sullo ius soli.

«Non sorprende, quindi, che nei 128 anni successivi abbiamo ripetutamente interpretato la sentenza Wong Kim Ark come garanzia di cittadinanza per tutti i bambini nati negli Stati Uniti e soggetti alla sua giurisdizione», ha scritto Roberts. «Non vediamo alcun motivo per discostarci da tale interpretazione oggi». Roberts ha affermato che vi erano «scarse prove» a sostegno della «visione drasticamente revisionista» dell’amministrazione Trump su come interpretare il linguaggio della cittadinanza del 14° Emendamento per limitare la cittadinanza per diritto di nascita. «Se il Congresso intendeva limitare la cittadinanza americana ai figli di coloro che sono domiciliati negli Stati Uniti, nulla nel linguaggio conciso della Clausola sulla Cittadinanza esprimeva tale intento», ha scritto Roberts.

La Corte Suprema si è pronunciata sul significato di essere cittadino americano poco prima della festività del 4 luglio, in cui gli Stati Uniti celebrano il 250° anniversario della loro fondazione. Prima della sentenza, alcuni esperti avevano stimato che la direttiva di Trump avrebbe potuto influenzare lo status giuridico di ben 260mila neonati che ogni anno nascono negli Stati Uniti. E avrebbe potuto obbligare le famiglie di milioni di altri bambini a dimostrare la cittadinanza dei loro figli.

La contestazione legale all’ordine di Trump esaminata dalla Corte Suprema riguardava una causa collettiva intentata nel New Hampshire da genitori e figli la cui cittadinanza era minacciata dalla direttiva. Il 14° Emendamento è stato a lungo interpretato come una garanzia di cittadinanza per i bambini nati negli Stati Uniti, con poche eccezioni, come ad esempio i figli di diplomatici stranieri o di membri di una forza di occupazione nemica.

Per anni Trump ha minacciato di mettere limiti al diritto di cittadinanza per nascita sul territorio americano. L’anno scorso il presidente Usa aveva scritto sui social: «La cittadinanza per nascita non è stata pensata per persone che vanno in vacanza per diventare cittadini permanenti degli Stati Uniti d’America, portando con sé le loro famiglie e ridendo di noi, che siamo degli idioti!». E ancora: «I cartelli della droga ne vanno matti! Siamo, per il gusto di essere politicamente corretti, un Paese stupido, ma in realtà questo è l’esatto opposto dell’essere politicamente corretti, ed è un altro punto che contribuisce alla disfunzione dell’America».

La Corte Suprema, anche due giudici conservatori, ha però deciso di bocciare Trump ribadendo la storica e consolidata apertura degli Stati Uniti ai migranti: «I bambini nati negli Stati Uniti da genitori illegalmente o temporaneamente presenti sono soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti e - dice la sentenza - sono cittadini alla nascita, secondo la clausola di cittadinanza del 14° Emendamento».

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