Usa

Ius soli, Trump: «Siamo l’unico Paese così stupido da garantire la cittadinanza alla nascita»

Il presidente Usa: «La cittadinanza per diritto di nascita era per i figli degli schiavi, non per i miliardari cinesi»

Manifestanti si radunano davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti prima dell'udienza per la discussione orale nel caso Trump contro Barbara, a Washington, DC, USA, il 1° aprile 2026. Il caso di grande risonanza mette in discussione il diritto di cittadinanza per nascita, garantito dal 14° emendamento della Costituzione, che conferisce la cittadinanza a tutti i bambini nati negli Stati Uniti, indipendentemente dallo status giuridico dei genitori.  EPA/JIM LO SCALZO EPA

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Donald Trump ha partecipato di persona all’udienza della Corte Suprema sul caso che riguarda la cittadinanza per nascita. Nessun presidente in carica aveva mai assistito alle argomentazioni orali della Corte, tanto meno in una controversia che coinvolge direttamente un proprio atto. Dopo aver lasciato l’udienza, Trump ha dichiarato in un post su Truth: «Siamo l’unico paese al mondo così stupido da consentire la cittadinanza per diritto di nascita».

Da parte della Corte Suprema si è visto molto scetticismo nei confronti dell’ordine esecutivo di Trump volto a limitare lo Ius soli. Secondo il New York Times, diversi giudici conservatori hanno duramente contestato l’interpretazione fornita dall’amministrazione in merito alla storia e ai precedenti legati al 14esimo emendamento della Costituzione.

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Il caso

Il caso nasce dall’ordine esecutivo firmato il 20 gennaio scorso, con cui Trump ha cercato di limitare la cittadinanza automatica per i bambini nati negli Stati Uniti da genitori privi di status legale permanente o presenti con visti temporanei. Subito il provvedimento è stato bloccato da più tribunali federali, che ne hanno sospeso l’applicazione su scala nazionale ritenendolo in contrasto con la Costituzione. Da qui si è aperta una prima fase giudiziaria che ha portato la questione fino alla Corte Suprema.

I giudici, in particolare, sono intervenuti sull’uso delle cosiddette “universal injunctions”, cioè i blocchi con effetto su tutto il territorio nazionale disposti dai tribunali federali. Con una decisione a maggioranza conservatrice (6-3), la Corte ha limitato la possibilità per i giudici inferiori di applicare questo strumento in modo esteso, senza però entrare nel merito della cittadinanza. Il contenzioso così è stato riaperto e il caso riportato davanti alla Corte, questa volta sulla questione sostanziale.

Il nodo centrale è l’interpretazione della clausola di cittadinanza del XIV Emendamento, ratificato nel 1868. Il testo stabilisce che “tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini”. Per oltre un secolo queste parole sono state lette in senso ampio, includendo quasi tutti i nati sul territorio americano. Il precedente decisivo resta la sentenza del 1898 nel caso Wong Kim Ark, che ha riconosciuto la cittadinanza a un uomo nato negli Stati Uniti da genitori stranieri non cittadini e continua a essere considerata il pilastro della lettura estensiva dello ius soli americano.

Le posizioni

È proprio questa l’interpretazione che l’amministrazione Trump mette in discussione. La lettura dominante, per il presidente, sarebbe andata oltre le intenzioni originarie dei costituenti: la clausola sarebbe stata pensata per garantire diritti agli ex schiavi e non per includere automaticamente i figli di migranti irregolari o di stranieri temporanei. Il punto tecnico, nello specifico, è la formula “soggetti alla giurisdizione”, che viene reinterpretata in senso restrittivo, escludendo chi non avrebbe un legame giuridico stabile con lo Stato.

Al di là di Trump, negli ultimi anni la dottrina conservatrice ha iniziato a mettere in discussione l’estensione del precedente Wong Kim Ark, ma è una posizione minoritaria rispetto al consenso giuridico consolidato, che continua a considerare la cittadinanza per nascita un principio strutturale dell’ordinamento costituzionale americano.

Dal canto loro, i ricorrenti (comprese famiglie e organizzazioni per i diritti civili) sostengono che l’ordine esecutivo sia incostituzionale sia nel merito sia nel metodo. Un presidente - dicono - non può restringere la portata di una norma costituzionale attraverso un atto unilaterale. E anche un eventuale intervento del Congresso solleverebbe forti dubbi di legittimità, perché inciderebbe su un principio che richiede, per essere modificato, una revisione costituzionale formale.

Le possibili conseguenze

Circa 250mila bambini nati ogni anno negli Stati Uniti da genitori senza status regolare potrebbero non ottenere automaticamente la cittadinanza. L’ordine esecutivo si applicherebbe alle nascite future, ma gli effetti ricadrebbero anche sulla registrazione anagrafica, il rilascio di documenti e l’accesso ai servizi e allo status legale delle famiglie.

Il dibattito, oltre che giuridico, è anche e soprattutto culturale. L’American Civil Liberties Union (Aclu) ha lanciato una campagna pubblica sul caso utilizzando “Born in the U.S.A.”, dopo che Bruce Springsteen ha autorizzato l’uso del brano per un video diffuso dall’organizzazione. Per l’Aclu, la difesa della cittadinanza per nascita è strettamente connessa a un’idea di appartenenza americana radicata nella Costituzione, e una sua limitazione potrebbe incidere su milioni di bambini nei prossimi anni.

La decisione è attesa entro la fine della sessione della Corte, tra giugno e inizio luglio 2026.

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