Pronuncia storica

La Corte di giustizia Onu: «Gli Stati hanno l’obbligo di contrastare il climate change»

«I trattati sul cambiamento climatico stabiliscono obblighi rigorosi, la mancata adozione da parte di uno Stato di misure adeguate può costituire un illecito internazionale». Il parere non è vincolante, ma avrà impatto sulle future cause legali, anche per le richieste di risarcimento. La vittoria della piccola nazione insulare del Pacifico, Vanuatu

di Gianluca Di Donfrancesco

Il presidente della Corte internazionale di giustizia, Yuji Iwasawa, e i suoi membri emettono il primo parere consultivo sugli obblighi legali degli Stati sul cambiamento climatico (AFP)

3' di lettura

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È una pronuncia storica, quella emessa il 23 luglio dalla Corte di giustizia internazionale delle Nazioni Unite: gli Stati, hanno detto i giudici dell’Aja, devono affrontare la «minaccia urgente ed esistenziale» del cambiamento climatico, collaborando per limitare le emissioni di gas serra. E soprattutto, ha affermato il presidente della Corte, Yuji Iwasawa, «i trattati sul cambiamento climatico stabiliscono obblighi rigorosi» e non rispettarli può costituire una violazione del diritto internazionale.

Diritti e doveri

Secondo il parere della Corte, adottato all’unanimità, «la mancata adozione da parte di uno Stato di azioni appropriate per proteggere il sistema climatico dalle emissioni di gas serra, anche attraverso la produzione di combustibili fossili, il consumo di combustibili fossili, la concessione di licenze di esplorazione di combustibili fossili o l’erogazione di sussidi per i combustibili fossili, può costituire un atto illecito internazionale». E in relazioni ai danni provocati dal cambiamento climatico, «nel caso in cui la restituzione si riveli materialmente impossibile, gli Stati responsabili hanno l’obbligo di risarcire». In base alle norme internazionali, «il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile è essenziale per il godimento di altri diritti».

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I piani climatici nazionali, per il contrasto del riscaldamento globale, devono quindi essere all’altezza della sfida e rispettare collettivamente gli standard per soddisfare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015, che impegna a mantenere l’aumento delle temperature medie globali a fine secolo ben al di sotto dei 2 gradi centigradi e il più vicino possibile a 1,5 gradi, rispetto al periodo pre-industriale.

Gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sembrano in realtà già fuori portata, con le temperature medie globali che vanno verso un aumento superiore ai tre gradi, secondo diverse simulazioni, compresa quella dell’ Emissions Gap Report dell’Onu.

Giustizia climatica

La pronuncia dei 15 giudici della Corte dell’Aja si snoda per oltre 500 pagine. Non è vincolante, ma peserà sulle future cause legali sul clima. «Questo è l’inizio di una nuova era di responsabilità climatica a livello globale», ha detto Danilo Garrido, consulente legale per Greenpeace.

La Corte non ha il potere di applicare la sua decisione e gli Stati Uniti sono tra i Paesi che non ne riconoscono automaticamente l’autorità. Per decisione di Donald Trump, gli Usa, secondi al mondo per emissioni di anidride carbonica dopo la Cina, sono usciti dall’Accordo di Parigi (come era accaduto durante il primo mandato del presidente repubblicano).

Il caso è stato sollevato da una piccola nazione insulare del Pacifico, Vanuatu, che rischia di sparire per l’innalzamento del livello dei mari, e d è stato sostenuto da più di 130 Paesi. La pronuncia è arrivata su impulso dell’Assemblea Generale dell’Onu, che nel 2023 ha formulato ai giudici due domande: che cosa devono fare gli Stati in base al diritto internazionale per proteggere il clima e l’ambiente dalle emissioni di gas serra causate dall’uomo; quali sono le conseguenze giuridiche per i Governi quando le loro azioni, o la loro inerzia, danneggiano significativamente il clima e l’ambiente.

Durante le due settimane di udienze, lo scorso dicembre, i Paesi del Nord globale hanno sostenuto che gli attuali trattati sul clima, compreso l’Accordo di Parigi 2015, che sono in gran parte non vincolanti, dovrebbero essere la base per determinarne le responsabilità.

Le nazioni in via di sviluppo e i piccoli Stati insulari hanno invece chiesto misure più forti, in alcuni casi giuridicamente vincolanti, per limitare le emissioni e che i maggiori produttori di gas serra forniscano aiuti finanziari.

Le controversie sul clima si sono intensificate negli ultimi anni: sono quasi 3mila i casi depositati in 60 Paesi, secondo i dati di giugno del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment di Londra. Almeno 226 nuovi casi sono stati presentati solo l’anno scorso. Finora i risultati sono stati contrastanti.

All’inizio di questo mese, la Corte interamericana dei diritti umani ha stabilito che gli Stati hanno il dovere legale non solo di evitare danni ambientali ma anche di proteggere e ripristinare gli ecosistemi. L’anno scorso, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che gli Stati devono proteggere meglio le loro popolazioni dalle conseguenze del cambiamento climatico.

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