Intitolato «Putting America first in international environmental agreements» (Mettere l’America al primo posto negli accordi internazionali sull’ambiente), l’ordine esecutivo con il quale Trump si libera del trattato è stato firmato il 20 gennaio 2025 e ha avviato il processo di ritiro degli Stati Uniti da qualsiasi accordo, patto, convenzione o impegno simile assunto nell’ambito dell’Unfccc.
Il ritiro diventa efficace un anno dopo la notifica al segretario generale delle Nazioni Unite, già eseguita dalla Casa Bianca: come ha confermato l’Onu, scatterà il 27 gennaio 2026. A quel punto, gli Stati Uniti si uniranno al ridotto drappello di Stati che sono fuori dall’accordo: Iran, Libia e Yemen.
Nei dodici mesi tra la notifica dell’uscita e la sua entrata in vigore, spetta a Trump decidere se inviare delegazioni a riunioni sul clima o partecipare a vertici legati all’accordo. Già l’annuncio della volontà di abbandonare il trattato, alla vigilia della Cop29, che si è svolta lo scorso novembre a Baku, in Azerbaijan, ha influenzato in modo pesante lo svolgimento e l’esito dei negoziati, sfociati in un fallimento quasi completo, coperto a mala pena da un’intesa che al massimo salva il meccanismo diplomatico delle Conferenze annuali sul clima. L’inviato di Joe Biden, John Podesta, si è trovato di fatto delegittimato dal presidente eletto.
Trump non ha (ancora) annunciato il ritiro anche dal trattato Unfccc, ratificato dal Senato degli Stati Uniti e che ha fornito il quadro di riferimento per la negoziazione e la firma dell’Accordo di Parigi. In ogni caso, l’ordine esecutivo indica che l’Amministrazione limiterà fortemente la partecipazione, anche per quanto riguarda i finanziamenti, e potrebbe non inviare delegazioni alle riunioni della Conferenza delle parti (Cop). Una volta che il ritiro dall’Accordo di Parigi entrerà in vigore, l’Amministrazione Usa potrebbe essere ammessa a partecipare alle riunioni della Unfccc (e partecipare a eventuali votazioni), ma non alle riunioni dell’Accordo di Parigi: in queste occasioni gli Usa potranno partecipare solo come osservatori, senza diritto di voto.
Taglio agli aiuti
L’ordine esecutivo del 20 gennaio, inoltre, punta a tagliare gli interventi a favore dei Paesi poveri e in via di sviluppo, per aiutarli a sostenere la spesa per le opere di mitigazione (riduzione delle emissioni di anidride carbonica) e di adattamento ai cambiamenti climatici (opere e infrastrutture per prevenire e attutire l’impatto degli eventi climatici estremi, sempre più frequenti e gravi), anche attraverso il trasferimento di tecnologia.