Global warming

Così gli Usa voltano di nuovo le spalle all’Accordo di Parigi sul climate change

L’uscita dal trattato del 2015 è un colpo durissimo alla cooperazione multilaterale già in profonda crisi

di Gianluca Di Donfrancesco

Il futuro versus Trump: una pala eolica che scombina il ciuffo del presidente americano. L’immagine è stata proiettata sulla facciata dell’ambasciata americana di Berlino, in Germania, da Greenpeace per protestare contro l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima  EPA/CLEMENS BILAN

7' di lettura

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Con l’ordine esecutivo firmato nel giorno del ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha portato gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi contro il cambiamento climatico. Di nuovo. Lo aveva già fatto durante il primo mandato: la sua posizione sulla crisi climatica oscilla da sempre tra lo scetticismo estremo e il negazionismo. Ancora durante la campagna elettorale per la presidenza, Trump usava il termine «hoax» (bufala) in riferimento all’Accordo di Parigi e agli effetti del global warming, e chiamava «climate hoaxsters» quelli che secondo lui sono profeti di sventura. In altre occasioni, il presidente ha parlato di estreme esagerazioni degli effetti e dei rischi, di inevitabilità del riscaldamento globale, di complotti e imbrogli sull’energia pulita e sulle altre soluzioni per contrastarlo. Non si è risparmiato toni irrisori nei confronti della comunità scientifica, che a suo dire «non sa cosa sta succedendo».

Nella realtà, la letteratura scientifica sottoposta a procedura di peer-review è praticamente unanime sul legame diretto che esiste tra l’aumento delle emissioni di gas serra, generate dalle attività umane, e l’aumento delle temperature globali. Le une e le altre hanno fatto segnare nuovi record nel 2024.

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Gli Stati Uniti sono il secondo maggior produttore di emissioni di gas serra. Sono responsabili di circa il 13% delle emissioni di anidride carbonica, contro oltre il 31% della Cina e meno del 7% dell’Unione Europea (7,5% se si somma il Regno Unito). Gli Stati Uniti sono però al primo posto per emissioni cumulative nel periodo compreso tra il 1750 e il 2023.

L’Accordo di Parigi, che Trump bolla come «ingiusto e unilaterale», è il trattato adottato nel dicembre 2015 dalle oltre 190 nazioni aderenti alla Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, pietra miliare sulla quale si basa la diplomazia mondiale della lotta al global warming, attraverso le macrodirettrici della mitigazione (taglio dei gas serra), dell’adattamento (investimenti in prevenzione e resilienza) e finanza climatica (aiuti ai Paesi in via di viluppo).

Recependo le raccomandazioni della scienza, l’Accordo di Parigi fissa l’obiettivo di limitare l’aumento delle temperature globali a fine secolo il più vicino possibile a 1,5 gradi, rispetto ai livelli pre-industriali, e comunque molto al di sotto dei 2 gradi.

Intitolato «Putting America first in international environmental agreements» (Mettere l’America al primo posto negli accordi internazionali sull’ambiente), l’ordine esecutivo con il quale Trump si libera del trattato è stato firmato il 20 gennaio 2025 e ha avviato il processo di ritiro degli Stati Uniti da qualsiasi accordo, patto, convenzione o impegno simile assunto nell’ambito dell’Unfccc.

Il ritiro diventa efficace un anno dopo la notifica al segretario generale delle Nazioni Unite, già eseguita dalla Casa Bianca: come ha confermato l’Onu, scatterà il 27 gennaio 2026. A quel punto, gli Stati Uniti si uniranno al ridotto drappello di Stati che sono fuori dall’accordo: Iran, Libia e Yemen.

Nei dodici mesi tra la notifica dell’uscita e la sua entrata in vigore, spetta a Trump decidere se inviare delegazioni a riunioni sul clima o partecipare a vertici legati all’accordo. Già l’annuncio della volontà di abbandonare il trattato, alla vigilia della Cop29, che si è svolta lo scorso novembre a Baku, in Azerbaijan, ha influenzato in modo pesante lo svolgimento e l’esito dei negoziati, sfociati in un fallimento quasi completo, coperto a mala pena da un’intesa che al massimo salva il meccanismo diplomatico delle Conferenze annuali sul clima. L’inviato di Joe Biden, John Podesta, si è trovato di fatto delegittimato dal presidente eletto.

Trump non ha (ancora) annunciato il ritiro anche dal trattato Unfccc, ratificato dal Senato degli Stati Uniti e che ha fornito il quadro di riferimento per la negoziazione e la firma dell’Accordo di Parigi. In ogni caso, l’ordine esecutivo indica che l’Amministrazione limiterà fortemente la partecipazione, anche per quanto riguarda i finanziamenti, e potrebbe non inviare delegazioni alle riunioni della Conferenza delle parti (Cop). Una volta che il ritiro dall’Accordo di Parigi entrerà in vigore, l’Amministrazione Usa potrebbe essere ammessa a partecipare alle riunioni della Unfccc (e partecipare a eventuali votazioni), ma non alle riunioni dell’Accordo di Parigi: in queste occasioni gli Usa potranno partecipare solo come osservatori, senza diritto di voto.

Taglio agli aiuti

L’ordine esecutivo del 20 gennaio, inoltre, punta a tagliare gli interventi a favore dei Paesi poveri e in via di sviluppo, per aiutarli a sostenere la spesa per le opere di mitigazione (riduzione delle emissioni di anidride carbonica) e di adattamento ai cambiamenti climatici (opere e infrastrutture per prevenire e attutire l’impatto degli eventi climatici estremi, sempre più frequenti e gravi), anche attraverso il trasferimento di tecnologia.

L’Unfccc, l’Accordo di Parigi e il precedente accordo internazionale noto come Protocollo di Kyoto impongono obblighi ai Paesi, che sono Parti dell’Allegato I della Convenzione quadro, di finanziamento. Gli Stati Uniti sono uno di questi. Non sono tuttavia previste sanzioni per chi non rispetta questi obblighi. In ogni caso, l’America di Trump «cessa o revoca immediatamente qualsiasi presunto impegno finanziario assunto dagli Stati Uniti nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici».

Stessa fine fa il Piano internazionale di finanziamento per il clima, istituito dall’ex Presidente Biden per coordinare istituzioni multilaterali e bilaterali nell’assistenza ai Paesi in via di sviluppo.

Che fine fa l’Ndc Usa

Non viene invece espressamente citato il Contributo determinato a livello nazionale (Ndc) dell’Accordo di Parigi: si tratta dell’insieme di misure prese a livello di singola nazione che ne compongono la strategia per raggiungere obiettivi di mitigazione e adattamento (ma anche di finanza climatica) coerenti con l’obiettivo globale di fermare l’aumento delle temperature globali entro il tetto di 1,5° a fine secolo (già a rischio), rispetto ai livelli pre industriali.

Ogni Paese deve comunicare il proprio Ndc alle Nazioni Unite ed è tenuto ad aggiornarlo periodicamente. È un obbligo per chi aderisce all’Accordo di Parigi. Un obbligo che cade, uscendo dal trattato e che in ogni caso non è accompagnato da sanzioni: il contenuto, l’attuazione e il raggiungimento degli Ndc non sono giuridicamente vincolanti.

Nelle settimane precedenti all’insediamento di Trump, l’Amministrazione uscente guidata da Biden, aveva formalmente presentato nuovi piani, per raggiungere obiettivi di emissioni più bassi. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto ridurre i gas serra di una quota compresa tra il 61% e il 66% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2005. Gli Stati Uniti si sono anche impegnati a raggiungere neutralità (zero emissioni nette) entro il 2050.

Tuttavia, altri ordini esecutivi del 20 gennaio e altre misure previste dal Governo federale potrebbero limitare la capacità degli Stati Uniti di raggiungere questi target. Tra le altre cose, viene chiuso il Gruppo di lavoro interagenzie sul costo sociale dei gas serra, viene rivisto l’uso, da parte del Governo federale, del calcolo del costo sociale dei gas serra nelle autorizzazioni e viene rivista il parere adottato nel 2009 dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente, secondo la quale, i gas serra minacciano la salute pubblica e il benessere delle generazioni attuali e future.

Inoltre, Trump ha abolito molti dei limiti e degli incentivi per ridurre l’uso dei combustibili fossili e ha chiaramente indicato che intende spingere il più possibile sull’estrazione di petrolio (drill, baby, drill).

Gli Stati Uniti sono il principale esportatore di gas al mondo e la produzione di petrolio è salita a livelli record sotto Biden. Questi fattori potrebbero contrastare i progressi compiuti negli ultimi anni con le energie rinnovabili in tutto il Paese, in parte grazie all’Inflation Reduction Act di Biden. Secondo il think tank Energy Transitions Commission, l’agenda Trump sull’energia potrebbe aggiungere circa 0,3°C al riscaldamento globale e spingere altri Paesi a ridurre i loro sforzi per tagliare le emissioni di gas serra.

Il precedente

Non è ancora chiaro quali conseguenze concrete, al di là di quelle politiche, il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi avrà sui negoziati sul clima e sull’attuazione degli impegni internazionali sui cambiamenti climatici. Washington aveva siglato l’ingresso nel trattato il 22 aprile 2016.

L’uscita decisa durante il primo mandato di Trump ha avuto un impatto limitato. Sebbene il presidente avesse annunciato il ritiro poco dopo aver prestato giuramento, nel 2017, la decisione non è entrata in vigore fino al 4 novembre 2020, a causa dei complicati regolamenti delle Nazioni Unite. Questa volta, sarà tutto più rapido, poiché l’Amministrazione non sarà legata dagli stessi vincoli iniziali, previsti dal trattato. Gli Stati Uniti sono quindi rimasti fuori solo per pochi, dato che il 19 febbraio del 2021, Biden li aveva riportati dentro.

Inoltre, quando la prima amministrazione Trump ha deciso l’uscita, Governi di Stati come la California hanno continuato ad attuare i propri programmi di regolamentazione, per ridurre le emissioni di gas serra. In tutto, trenta Stati e molte città americane si sono impegnati a rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Un fenomeno che si ripeterà in questa seconda fuga dal trattato sul clima.

In una lettera inviata a Simon Stiell, segretario esecutivo dell’Unfccc, la governatrice di New York, Kathy Hochul, e quella del New Mexico, Michelle Lujan Grisham, co-presidenti dell’Alleanza per il clima degli Stati Uniti, hanno assicurato che «i nostri Stati e territori continuano ad avere un’ampia autorità in base alla Costituzione degli Stati Uniti per proteggere il nostro progresso e avanzare le soluzioni climatiche di cui abbiamo bisogno, al fine di raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e ridurre l’inquinamento climatico. Questo non cambia con una nuova Amministrazione federale». L’Alleanza per il clima è una coalizione bipartisan di oltre venti governatori, che rappresentano circa il 60% dell’economia e il 55% della popolazione degli Stati Uniti.

Per Laurence Tubiana, Ceo della Fondazione europea per il clima e “architetto” dell’Accordo di Parigi, «il ritiro degli Stati Uniti è un peccato, ma l’azione multilaterale per il clima si è dimostrata resistente ed è più forte delle politiche di ogni singolo Paese. L’Europa, insieme ad altri partner, ha ora la responsabilità e l’opportunità di farsi avanti e di fare da guida. Portando avanti una transizione equa ed equilibrata, può dimostrare che un’azione climatica ambiziosa protegge le persone, rafforza le economie e costruisce la resilienza». La crisi climatica, ha aggiunto Tubiana, «non può essere affrontata da nessun Paese da solo: richiede una risposta multilaterale. Ma questo momento dovrebbe servire come campanello d’allarme per riformare il sistema, assicurando che le persone più colpite, comunità e individui in prima linea, siano al centro della nostra governance collettiva».

Come accaduto quattro anni fa, il rientro nell’Accordo di Parigi da parte di un futuro presidente sarebbe molto semplice e diventerebbe ufficiale dopo un periodo di 30 giorni. Gli Stati Uniti, sotto il presidente Trump, rimangono l’unica nazione su oltre 190 parti firmatarie a uscire dal trattato.

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