Decreto fiscale

Transizione 5.0: alle imprese in coda solo il 35% del bonus spettante

A essere coperto sarà esclusivamente il credito d’imposta degli investimenti in beni strumentali, aumentato delle spese sostenute per adempiere agli obblighi di certificazione. Confindustria: molto penalizzante per le imprese, lesa la fiducia

di Carmine Fotina

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Il Consiglio dei ministri del 27 marzo ha decretato una beffa, forse senza precedenti, per le imprese industriali che avevano puntato sugli incentivi all’innovazione. Gli “esodati” del piano Transizione 5.0 del 2025, cioè le aziende che avevano regolarmente presentato 7.417 progetti ed erano in lista d’attesa a causa dell’esaurimento delle risorse, riceveranno solo il 35% del credito d’imposta richiesto. In pratica un terzo dell’agevolazione spettante. Nel migliore dei casi, in cui ricade circa l’80% delle imprese, il credito d’imposta effettivo sarà dunque del 15,75% (cioè il 35% dell’aliquota massima del 45% prevista per i progetti a più alta efficienza energetica). Altrimenti sarà del 14% o del 12,25 per cento. Un’agevolazione che è addirittura inferiore a quella prevista per gli investimenti del vecchio piano Transizione 4.0.

Solo beni strumentali

Non solo. A essere coperto sarà esclusivamente il credito d’imposta degli investimenti in beni strumentali, aumentato delle spese sostenute per adempiere agli obblighi di certificazione. Sono esclusi gli investimenti per i sistemi di gestione dell’energia e per gli impianti per energia da fonti rinnovabili a fini di autoconsumo. Un ulteriore danno per tutte quelle imprese che erano state incentivate a preferire l’acquisto di moduli fotovoltaici ad alta efficienza - prevalentemente prodotti dalla 3Sun di Catania (gruppo Enel) - rispetto ai prodotti made in China, che garantiscono un risparmio energetico inferiore ma presentano prezzi più bassi di almeno due volte.

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La comunicazione

Sarà il Gse (gestore dei servizi energetici) a comunicare ai soggetti interessati il credito d’imposta utilizzabile, dandone preventiva comunicazione all’agenzia delle Entrate,

Impiegati 537 milioni

Per quest’intervento di riparazione inserito nel decreto fiscale, largamente al di sotto delle aspettative e delle ipotesi che erano circolate nei mesi scorsi (compresa quella di rimediare al danno con una versione potenziata dei bonus 4.0), il governo impiegherà solo 537 milioni del fondo da 1,3 miliardi che erano stati stanziati nella legge di bilancio. I 537 milioni rappresentano il 35% del credito d’imposta complessivamente richiesto dalle imprese in coda e regolarmente in possesso dei requisiti tecnici, cioè 1,65 miliardi.

Le promesse di Palazzo Chigi

Si può prevedere a questo punto la delusione delle associazioni di impresa che avevano a lungo confidato nelle rassicurazioni del ministero delle Imprese e del made in Italy e del ministero dell’Economia in merito al soddisfacimento di tutte le istanze. Nel comunicato diffuso dopo il consiglio dei ministri, Palazzo Chigi preannuncia “l’intenzione di avviare nei prossimi giorni un tavolo di confronto con le categorie produttive interessate. L’obiettivo è quello di valutare, in sede di conversione del decreto, eventuali risorse aggiuntive che si rendano disponibili, anche alla stregua delle osservazioni che saranno ricevute sull’ordine di priorità per il loro utilizzo”. Una comunicazione alquanto criptica che non chiarisce perché non sia stato utilizzata almeno l’intera dote da 1,3 miliardi stanziata nella legge di bilancio. Una delle ipotesi circolata nelle ultime settimane è che le risorse residue di quel fondo possano costituire una riserva d’emergenza per eventuali misure di supporto alle imprese, ad esempio sui costi energetici, a fronte della crisi in Medio Oriente.

Iperammortamento: stop alla clausola made in Eu

Tornando al decreto fiscale, è stata anche approvata una modifica relativa al nuovo Piano Transizione 5.0, quello che riguarda investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028 e prevede come incentivo un iperammortamento fiscale in sostituzione del credito d’imposta. Il Dl cancella il requisito territoriale “made in Europe”, apparso fin dall’inizio molto controverso perché avrebbe fortemente delimitato i beni strumentali (materiali e immateriali) acquistabili con il beneficio dell’iperammortamento. Si tratta di una correzione attesa ormai da alcuni mesi e che ha di fatto bloccato l’iter del decreti attuativo che il ministero delle Imprese e del made in Italy aveva trasmesso al ministero dell’Economia all’inizio di gennaio. La clausola abrogata vincolava gli acquisti ai soli beni prodotti negli Stati dell’Unione europea o dell’Accordo sullo spazio economico europeo, tagliando fuori fornitori extra Ue che offrono prodotti comunque competitivi, come quelli statunitensi, giapponesi o coreani oltre a quelli cinesi, che sono sembrati subito il vero bersaglio dell’iniziativa. L’eliminazione di questo vincolo comporta un aggravio di costi molto rilevante, stimato in circa 1,4 miliardi di euro in 10 anni. Il costo totale del nuovo piano Transizione 5.0 sale così a circa 9,8 miliardi fino al 2035. Dopo la rimozione del requisito territoriale, preannuncia il ministero delle Imprese, «il nuovo decreto attuativo sarà predisposto nei prossimi giorni con le necessarie modifiche».

Orsini: su Transizione 5.0 urgente tavolo con Giorgetti, Urso, Foti

«Apprendiamo con forte preoccupazione la mancanza di risorse destinate agli esodati legati al piano Transizione 5.0. Si tratta di un tema cruciale che non può essere rinviato né ridimensionato», ha avvertito il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. «Per questo chiediamo con urgenza l’apertura, già dalla prossima settimana, di un tavolo di confronto con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti». E ancora: «La fiducia tra istituzioni e sistema produttivo non può venire meno. Su questo punto serve una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi»

Confindustria: molto penalizzante per imprese, lesa fiducia

 «Il decreto fiscale pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale introduce disposizioni molto penalizzanti per le imprese che hanno effettuato la prenotazione del credito d’imposta 5.0 tra il 7 e il 27 novembre 2025. Il testo prevede un taglio del 65% del credito d’imposta richiesto. La misura inoltre esclude gli investimenti in fonti di energia rinnovabile, in particolare gli impianti fotovoltaici a piu’ elevata efficienza iscritti nel registro dell’Enea, che le imprese sono state indotte ad acquistare» ha dichiarato Mario Novicelli, vice presidente per le politiche industriali e il Made in Italy di Confindustria. La decisione «penalizza pesantemente le imprese che hanno completato ingenti investimenti nel 2025 e che si troveranno ad affrontare ulteriori problemi di liquidità in un momento già particolarmente complesso». A novembre, ricorda, «avevamo avuto rassicurazioni dai ministri Giorgetti, Foti e Urso sul fatto che le cosiddette imprese “esodate” del 5.0 con progetti congrui avrebbero avuto accesso all’agevolazione». Il fatto «di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia. Apprendiamo infine, dalle dichiarazioni del Mimit di questa mattina, che si sarebbero trovate altre risorse per l’iperammortamento: la nostra risposta è: prima si paghi il debito con le imprese esodate del 5.0».

Critica anche AssoEsco, l’associazione delle Esco (energy service company) che, con il presidente Giacomo Cantarella, chiede al governo «un intervento urgente a fronte dell’ennesimo atto di un percorso di grande incertezza».

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