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Sistemi di sicurezza
L’Ue ha ridisegnato la deterrenza con la fabbrica ucraina. Schema valido anche per il fianco Sud
Mentre si consuma la frattura Nato con gli Usa, nasce una realtà industriale europea stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi bilaterali vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Le grandi aziende della Difesa hanno creato joint venture in Ucraina e stanno ricostruendo la filiera produttiva. Una rivoluzione che va oltre i singoli governi
I baricentri della sicurezza europea e dell’economia di guerra hanno subito una mutazione strutturale che non consente più scorciatoie retoriche: l’Europa sta smettendo di essere l’ausiliario logistico di Washington per diventare, per necessità prima ancora che per disegno dottrinale, il garante finanziario, industriale e strategico della difesa ucraina e della propria deterrenza convenzionale. La transizione non è figlia di una pianificazione accademica, ma della cruda presa d’atto che l’equilibrio transatlantico è mutato in modo irreversibile. Con gli Stati Uniti assorbiti dal confronto strategico nell’Indo-Pacifico e da dinamiche legislative interne che rendono i flussi di bilancio intermittenti, le cancellerie del vecchio Continente sono state chiamate a colmare un vuoto che misura miliardi di euro, milioni di proiettili e una riconfigurazione radicale delle catene di fornitura manifatturiere. Il passaggio dalle donazioni emergenziali di materiale di magazzino a una programmazione pluriennale integrata rappresenta la vera discontinuità di questa fase storica. Tra il 2024 e il 2026, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev. Ma è sul terreno della finanza straordinaria che si è consumato lo strappo più significativo: al vertice G7 di Borgo Egnazia del giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo Extraordinary Revenue Acceleration (ERA) da 50 miliardi di dollari, cui l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024. Il servizio del debito non grava sui contribuenti europei, ma capitalizza le rendite nette straordinarie generate dai circa 210 miliardi di euro di asset sovrani della Banca Centrale della Federazione Russa immobilizzati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, traducendo una leva di diritto finanziario internazionale in un flusso costante da 2,5 a 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione.
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Il tema fiscale del riarmo Ue
Questo impianto multilaterale trova il suo asse portante nelle quattro grandi economie europee – Germania, Francia, Regno Unito e Italia – che hanno progressivamente ancorato il proprio sostegno a trattati bilaterali decennali sottoscritti nel quadro della Dichiarazione congiunta del G7 di Vilnius. Londra, anticipando le capitali continentali nel gennaio 2024, ha formalizzato il proprio accordo bilaterale stanziando pacchetti da oltre 3 miliardi di sterline annue focalizzati su missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow, droni marittimi e munizionamento guidato. A febbraio 2024, Berlino e Parigi hanno impresso una svolta decisiva: la Germania ha stanziato oltre 7 miliardi di euro annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage 2000-5, missili SCALP-EG e semoventi ruotati CAESAR. Nello stesso frangente, il 24 febbraio 2024, l’Italia ha siglato a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali guidate da campioni nazionali come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta.
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L’apparato manifatturiero della Difesa
Tuttavia, l’efficacia della leva finanziaria si scontra con la rigidità dell’apparato manifatturiero. Per tre decenni, la Base Tecnologica e Industriale della Difesa Europea (EDTIB) è stata dimensionata per operazioni di proiezione expeditionary a bassa intensità, determinando una cronica scarsità di presse per lo stampaggio a caldo, catene di montaggio automatizzate e, soprattutto, precursori chimici essenziali come nitrocellulosa, esogeno (RDX) e ottogeno (HMX). Prima del 2022, l’intera capacità europea per i proiettili d’artiglieria standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno. Attraverso lo strumento ASAP (Act in Support of Ammunition Production), finanziato con 513 milioni di euro dal bilancio UE e capace di mobilitare oltre 1,4 miliardi di investimenti complessivi lungo la catena di valore, e la strategia EDIS/EDIP approvata a livello comunitario, i colossi industriali del continente – Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo – hanno avviato un piano di espansione che ha portato la capacità nominale europea a superare i 2 milioni di colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro il 2027.
La mutazione più rilevante sul piano tattico e logistico non avviene però nei poligoni della Germania settentrionale o nelle valli francesi, ma direttamente dentro i confini sovrani ucraini. La vulnerabilità intrinseca delle linee di comunicazione transfrontaliere che attraversano i nodi di smistamento in Polonia, Slovacchia e Romania ha imposto una delocalizzazione avanzata: i costruttori europei non si limitano più a spedire hardware finito, ma creano joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio ucraino. Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo avanzato della manifattura militare europea. Sul fronte del combattimento tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di contatto ha accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel, Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz). La risposta tecnologica europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a 15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce balistiche e da crociera.
Un modello ormai avviato
Questo compendio di trasformazioni industriali, finanziarie e tecnologiche produce un impatto geopolitico diretto sulla postura del Cremlino. Al di là dei continui attacchi, la dottrina di Mosca, storicamente fondata sull’ipotesi che la frammentazione politica delle democrazie occidentali e l’esaurimento delle scorte Nato avrebbero inevitabilmente aperto la strada a una resa per logoramento, si trova oggi di fronte a una realtà industriale europea stabilizzata su basi pluriennali, integrata da una rete di accordi bilaterali giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da flussi di capitale sovrano e da una capacità produttiva autonoma che non può essere smantellata da un singolo ciclo elettorale. Per l’Europa, la sfida dei prossimi cinque anni non consiste nel decidere se assumere la leadership della propria sicurezza, ma nel dimostrare la disciplina fiscale e la coesione politica necessarie per consolidare un primato. Che – va detto – non servirà soltanto per il fianco Est, ma anche per quello Sud. Non è dato sapere come si svilupperanno le tensioni in Medioriente e se tali tensioni porteranno altra instabilità in Africa. Se dovesse succedere, bisognerà replicare lo schema intrapreso a Est.
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Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa
In questa puntata facciamo chiarezza sulle nuove regole per i familiari a carico e sulle agevolazioni fiscali, vediamo come cambierà in Europa la vita delle auto dalla produzione alla rottamazione e quando...