Cinema

La Berlinale contro le dittature contestata per il silenzio su Gaza. Orso d’oro al film Lettere gialle

Due registi hanno rifiutato il premio per il silenzio sulla Palestina

di Cristina Battocletti

Ilker Catak riceve l'Orso d'oro per il miglior film per "Gelbe Briefe" (Lettere gialle) durante la cerimonia di chiusura della 76ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, a Berlino, Germania, il 21 febbraio 2026. La 76ª Berlinale si svolge dal 12 al 22 febbraio 2026.  EPA/CLEMENS BILAN

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La prima cosa che ha fatto Tricia Tuttle, direttrice della Berlinale, in apertura della cerimonia di premiazione della 76esima edizione, tra applausi e qualche fischio, è stata di scusarsi di non aver permesso alla politica di entrare nel festival. Ha detto di capire e sentire la rabbia di chi protesta giustamente contro le ingiustizie del mondo e di considerare le proteste contro la Berlinale come un segno della centralità del festival tedesco e della grande polarizzazione dei tempi. Ma una parola su Gaza, che tutti si attendevano da lei, dopo le polemiche contro il silenzio sulla Palestina, non l’ha detta. Così la regista libanese Marie-Rose Osta ha rifiutato l’Orso d’oro per il migliore corto per Someday a Child, visto che il suo film parlava di un ragazzo di 11 anni che sperimenta poteri magici per superare il male della guerra. Quando hanno cercato di mettere una pezza premiando il palestinese Abdallah Alkhatib con Chronicles of siege il regista è salito sul palco dicendo che ci ricorderemo chi è stato con noi e senza di noi e ha accusato il governo tedesco di stare al fianco di Israele. Dal pubblico sono arrivate alcune grida contro Hamas, la conduttrice, l’attrice lussemburghese Désirée Nosbusch, in ambasce.

Un passo indietro

Facciamo un passo indietro. Nella conferenza di apertura del festival Wim Wenders, presidente della giuria, aveva chiesto di far parlare il cinema e non la politica. Immediata la reazione di Arundathy Roy che ha annullato la sua partecipazione opponendo il fatto che gli artisti devono parlare di politica. Kaouther ben Hania, regista de La voce di Hind Rajab, qualche giorno fa ha rifiutato il premio Cinema for peace, mentre oltre 90 autori, tra cui Ken Loach, Tilda Swinton e Javier Bardem, hanno firmato una lettera indirizzata all’organizzazione contro il silenzio imposto su Gaza. Wenders arrivato sul palco della premiazione ha parlato di complessità e di evitare la superficialità deii compulsatori di internet

L’Orso d’oro

Avrebbe dovuto vincere l’Orso d’oro Rose, invece, il premio è andato a Lettere gialle di İlker Çatak. Le lettere gialle sono quelle che ti manda il regime quando ti deve mandare a riposo ed è un film, ha detto Wenders, che lotta contro le dittature che ci circondano. L’opera racconta la parabola di una coppia di artisti schiacciata dalla censura del regime di Ankara, Derya e Aziz, che in un incidente alla prima della loro nuova opera teatrale offendono la politica. Da lì perdono il lavoro e la casa e sono costretti a trasferirsi a Istanbul. Tra di loro comincia a scavarsi una grande distanza: Aziz rimane fedele alle sue convinzioni ed è costretto a ripiegare su piccoli lavori, Derya si piega al sistema. Una bella pellicola che però non ha la forza del precedente di İlker Çatak, La sala professori, sempre sui rapporti di potere.

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Il gran premio della Giuria

Il gran premio della Giuria l’ha conquistato Kurtuluş (Salvation) di Emin Alper: il ritorno di un clan esiliato in un remoto villaggio sulle montagne turche, tra azione e telenovela con fantasmi e predizioni. Non tra i preferiti per chi scrive, ma bellissimo il discorso di Alper, che ha ricordato che i palestinesi, gli iraniani, i popoli del Medio Oriente oppressi non sono soli.

Il premio della giuria

Il premio per la giuria è andato Queen at sea di Lance Hammer sull’incapacità di una figlia, Juliette Binoche, di capire la poesia dell’amore da vecchi (per citare un bel libro di Vivian Lamarque) e tra i più giovani. In particolare la sua impossibilità nel decifrare il delecato legame tra il suo patrigno Martin (Tom Courtenay) e la madre Amanda (Anna Calder-Marshall), affetta da demenza senile. Un film sulla solitudine, sulle regole non scritte dei rapporti amorosi, filiali e genitoriali. Un difficile e delicato ritratto di quella che chiamano Terza età.

Il premio per la migliore regia

La regia di Grant Gee per Everybody Digs Bill Evans è stata indubbiamente notevole con tanti cambi di inquadratura veloci per seguire gli strumenti musicali e il dolore: è stato abbastanza corente assegnarlo a Gee. Il film, in bianco e nero, inizia a Ny nel 1961 seguendo il leggendario pianista jazz Bill Evans, dopo la morte del bassista Scott LaFaro, indispensabile elemento del suo trio. La vena creativa di Evans si prosciuga e cade nella crisi più buia di depressione e dipendenza. Bello nei primi 20 minuti, poi la mancanza di note rende tutto quasi inutile.

Il premio per il migliore interprete

La migliore interprete è stata giustamente Sandra Hüller per Rose, il film di Markus Schleinzer. Il film, in bianco e nero, girato in esterni che permettono campi lunghissimi, è ambientato all’inizio del XVII secolo in un piccolo villaggio in Germania dove arriva un soldato mingherlino, senza barba, interpretato da Hüller en travesti, con un’ampia cicatrice che gli solca la guancia, procurata nella guerra dei 30 anni da cui è reduce. Il soldato arriva in un villaggio remoto reclamando la proprietà di un appezzamento di terra, a lungo tenuto incolto, presentando legali documenti per la successione. La comunità è sospettosa ma non può che arrendersi di fronte alla indubbia veridicità delle carte. Il soldato lavora duramente e riesce a far rifiorire la terra incolta, si dimostra affabile con i maschi del villaggio, timorato di dio e finirà per conquistare tutti con un atto di estremo coraggio, salvando un ragazzo dall’attacco di un lupo. L’uomo potrebbe vivere felice, se l’avidità non gli facesse compiere un passo falso, come spiega una voce fuori campo, ovvero sposare la figlia di un vicino per acquisire più terra. Da lì emerge il segreto che nasconde sotto i suoi panni, ovvero un corpo femminile represso.

Il premio per la migliore interprete secondario

Giustamente il premio è stato equamente diviso tra i due magnifici attori, Tom Courtenay e Anna Calder-Marshall, di Queen at sea di Lance Hammer, già premiato dalla giuria. I due artisti, molto divertenti, si sono chiesti come tranciare in due la statuetta e hanno condiviso parole bellissime: Courtenay sul fatto che nei tempi in cui l’America divide, una truope fatta di diverse nazionalità ha vissuto insieme magnificamente. Mentre Calder-Marshall ha ricordato quanto importante sia la possibilità di continuare a recitare la sua età.

Il premio per la migliore sceneggiatura

Il premio per la migliore sceneggiatura è andato Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles, che ha anche scritto la sceneggiatura. Un film, in cui il protagonista Galin Stoev, dopo anni in Canada è costretto a tornare in Bulgaria per verificare che una bambina, considerata come un enfant prodige della pittura, sia un’autentica artista o meno. Un viaggio nelle origini bulgare rigettate dal protagonista e una riappropriazione delle proprie radici. Un film non troppo speciale con uno scritto piuttosto tranquillo e prevedibile.

L’Orso d’argento per il contributo artistico eccezionale

Il premio per il contributo artistico eccezionale è andato a Yo (Love is a Rebellious Bird) di Anna Fitch che ha trasformato il film in un’elaborazione del lutto per la morte di un’amica, Yo, alla cui memoria è stato intitolato il film. Anna, dopo aver perso la sua amica, trascorre un decennio costruendo e una versione dettagliata in scala 1/3 della sua casa. Il modello lascia Anna di infilarsi attraverso la porta dove Yo vive nella forma di un pupazzo. Bizzarro.

La rassegna è stata piuttosto deludente. Da qualche anno, la Berlinale non adempie più alla funzione di sorprendere, scoprire, buttare semi, inorridire e far pensare, come di solito fanno le rassegne di peso. Il problema non è la mancanza dei nomi di rilievo nel programma. Non ha tutti i torti la direttrice a dare spazio alle nuove leve e ai nomi meno conosciuti. Spesso i cartelloni dei festival si riempiono di maestri che portano film minori o esausti, togliendo spazio all’innovazione e alla sperimentazione.

La giuria ha premiato i film migliori, ma la competizione non è stata all’altezza di un grande festival.

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