Intervista a Sandra Hüller

La doppia identità di Rose: tra mascolinità forzata e libertà femminile

L’attrice ha vinto il premio come migliore interprete alla Berlinale racconta la trasformazione corporea e psicologica del suo personaggio

di Cristina Battocletti

L'attrice Sandra Huller posa durante un photocall per promuovere il film "Rose" alla 76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, in Germania, il 15 febbraio 2026. REUTERS/Nadja Wohlleben

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Ha giustamente vinto il premio come migliore interprete alla Berlinale. Vestita di abiti e accessori di alta moda, Sandra Hüller è lontana dall’immaginario cui ci ha abituato nei film che ha illuminato: Vi presento Toni Erdmann di Maren Ade (2016), La zona di interesse di Jonathan Glazer (2023) e Anatomia di una caduta di Justine Triet (2023). Ha i capelli più scuri del solito, di un biondo castano tendente al rosso, che fanno risaltare i suoi occhi di un azzurro smaltato. Il Sole 24 Ore la incontra a Berlino, dove ha appena ricevuto il plauso per Rose, il film di Markus Schleinzer, in concorso alla 76esima edizione della rassegna tedesca. Il film, in bianco e nero, girato in esterni che permettono campi lunghissimi, è ambientato all’inizio del XVII secolo in un piccolo villaggio in Germania dove arriva un soldato mingherlino, senza barba, interpretato da Hüller en travesti, con un’ampia cicatrice che gli solca la guancia, procurata nella guerra dei 30 anni da cui è reduce. Il soldato arriva in un villaggio remoto reclamando la proprietà di un appezzamento di terra, a lungo tenuto incolto, presentando legali documenti per la successione. La comunità è sospettosa ma non può che arrendersi di fronte alla indubbia veridicità delle carte. Il soldato lavora duramente e riesce a far rifiorire la terra incolta, si dimostra affabile con i maschi del villaggio, timorato di dio e finirà per conquistare tutti con un atto di estremo coraggio, salvando un ragazzo dall’attacco di un lupo. L’uomo potrebbe vivere felice, se l’avidità non gli facesse compiere un passo falso, come spiega una voce fuori campo, ovvero sposare la figlia di un vicino per acquisire più terra. Da lì emerge il segreto che nasconde sotto i suoi panni, ovvero un corpo femminile represso.

Come ha affrontato il cambio corporeo molto evidente che si esprime nel comportamento sbruffone ed egoista del soldato e la tenerezza e dolcezza di quando viene riconosciuta donna?

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Con sollievo. Mi è piaciuto questo passaggio da maschio forzato a femmina. Rose ha dovuto sostenere un comportamento brusco e mascolino che a quel tempo era collegato alla violenza e che lo è anche ai nostri giorni. È stato davvero affascinante scavare questa maschera, perché quando Rose ha smesso di vestire i panni mascolini, ha trovato uno spazio nuovo in cui si è potuta sentire finalmente libera, come non lo era da almeno 15-20 anni, o forse da tutta la vita. Quindi è stato, come ho detto all’inizio, un grande sollievo.

Che cosa ti ha sorpreso nello studio del linguaggio corporeo maschile? 

Ho dovuto riflettere sul potere e su come si traduce in gesti fisici. Noi donne in pubblico siamo sempre molto nervose e insicure, non rubiamo mai lo spazio nella stanza, mentre gli uomini sono molto tranquilli e ti impongono la calma, hanno o un certo potere su di te, sembra che non abbiano mai paura. Per camminare ho protratto i fianchi in avanti e ho cercato di essere più pesante nei passi. Ho provato a parlare con lentezza e a essere meno mobile forse anche sotto il peso della cicatrice fatta in guerra. Un fisioterapeuta mi abbia spiegato l’anatomia degli uomini e che i corpi delle donne si muovono in modo completamente diverso da quelli maschili, che si contengono di più. Il costume, mi ha aiutato a mantenere una rigidità, mantenendo fermo il collo.

Portavo la benda che mi premeva sul seno per farlo scomparire, il corsetto, una struttura che mettevo sotto i pantaloni per rendermi più mascolina.

Gli uomini hanno un organo in più, ma sono sprovvisti di un organo intero che può produrre una vita: questo mi ha aperto a riflessioni che non avevo mai sfiorato.

Come la cicatrice ha influito sulla recitazione?

La cicatrice, nonostante fosse fastidiosa, mi ha aiutato a nascondere qualsiasi forma di dolcezza o morbidezza mi sarebbe venuto naturale esprimere in certi contesti. La make up artist Anette Keiser ha fatto un lavoro meraviglioso. Ogni mattina mi applicava un trucco nuovo, così la cicatrice non è mai uguale a sé stessa. Mi ha aiutato a costruire una storia dietro al mio personaggio. Mi ha protetto e mi ha infuso un alone di rispetto e capacità di diversificare gli atteggiamenti.

Rose nel film dice che c’è più libertà nell’indossare un paio di pantaloni da uomo. Lo ha detto in un contesto del 1600, ma quanto è vero ancora?

Mi sento sempre un po’ spaventata a rispondere a questa domanda perché non sono una sociologa, ma penso che abbiamo ancora molto lavoro da fare e che ci sia molta differenza tra i generi. È interessante monitorare come cambi la società.

Quando la moglie di Rose, Suzanna (Caro Braun), scopre che suo marito è una donna alla fine decide di continuare la strada assieme. Quello è un momento molto potente...

Rose non ha deciso di portare i pantaloni, non ha scelto, sono state le coincidenze della vita che l’hanno costretta ed è notevole vedere che tutta l’impalcatura che le due donne avevano alle spalle si dissolve in un attimo e iniziano a contruirne una nuova,

Come è stato girare all’esterno?

Abbiamo cominciato d’estate in un momento bellissimo, tutto era blu. Quando siamo tornati in inverno ed è stato piuttosto difficile riprendere il personaggio, perché il contesto era diventato triste, ma era funzionale al film. Era strano passeggiare per questo villaggio del XVII secolo, ricostruito per il film, ascoltando Billie Eilish perché aveva appena lanciato un nuovo album.

Qual è il messaggio che il personaggio di questo film vuole trasmettere? 

Questa professione ha una responsabilità ben precisa perché è pubblica, i personaggi offrono una visione della società. Per me è sempre importante quando un progetto sfida una norma o un modo normativo di pensare che poi mi fa sempre emozionare o fantasticare.

È un momento molto fulgido per la sua carriera. Come lo vive?

Lavoro nel mondo dello spettacolo da 30 anni e ho sempre cercato di migliorarmi. Non considero questo momento come un punto di arrivo, credo che nella vita tutto sia circolare. Quindi, in questo momento sono molto felice di ciò che mi sta accadendo professionalmente, ma sono pronta ad altre sfide. Non è semplice adeguarsi, ma vivo questo momento con grande gioia e grande senso di responsabilità.

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