Locomotiva in panne

L’economia tedesca ritrova il segno più, ma le sfide strutturali sono tutte da vincere

Nel 2025 il Pil è salito dello 0,2% (secondo i dati preliminari) dopo due anni di contrazione. La produzione manifatturiera è scesa di nuovo e anche le esportazioni sono diminuite, con il surplus commerciale dimezzato. Per l’anno in corso si prevede una crescita attorno all’1%

di Gianluca Di Donfrancesco

Un molo del terminal di Bremerhaven, in Germania (REUTERS)

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L’economia tedesca si scrolla di dosso il segno meno ed esce dalla recessione: secondo i dati preliminari diffusi il 15 gennaio dall’Ufficio di statistica Destatis, il 2025 si chiude con una crescita dello 0,2%. Stesso valore per l’ultimo trimestre dell’anno.

Il Governo di Friedrich Merz può tirare un sospiro di sollievo e salvarsi dalle critiche che si sarebbero scatenate in caso di una nuova contrazione. Di motivi per entusiasmarsi, però, non ce ne sono.

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Crescita zero-virgola

Guardando indietro, la crescita dello “zero-virgola” si confronta con due anni pessimi per la Germania: nel 2024, il Pil era sceso dello 0,5% e nel 2023 dello 0,9%. Una crescita significativa manca dal 2022, quando l’attività economica stava ancora completando il rimbalzo dalla recessione causata dal Covid-19. Rispetto al 2019, il Pil tedesco è salito solo dello 0,2%. Nessun altro Paese del G7 ha fatto peggio, «un chiaro segnale che i problemi della Germania sono in gran parte interni», ha affermato Nils Jannsen, del Kiel Institute for the World Economy (Ifw).

I nodi strutturali che pesano sul futuro

Guardando avanti, per il 2026 ci si aspetta una crescita attorno all’1%, non proprio uno scatto in avanti. Né potrebbe essere altrimenti: la crisi del settore manifatturiero, la sempre più agguerrita concorrenza cinese, il calo degli investimenti (scesi anche nel 2025, con una flessione dello 0,5%), la stasi della produttività, l’inverno demografico, sono fattori di declino strutturali. Invertire la tendenza sarà faticoso e la spinta che arriverà dai massicci programmi di spesa pubblica annunciati dal Governo su infrastrutture e difesa sarà benefica, ma non di per sé risolutiva.

Jannsen (Ifw) prevede che «da quest’anno, la politica di bilancio espansiva fornirà impulso e nel 2026 il Pil tedesco potrebbe crescere di circa l’1%. Tuttavia, viste le sfide legate al cambiamento demografico e ai problemi strutturali, le prospettive rimangono deboli. Le misure espansive possono solo mascherare temporaneamente le difficili condizioni di contesto».

Per Geraldine Dany-Knedlik, dell’istituto Diw di Berlino, si può parlare solo di «stabilizzazione», per l’economia tedesca, «ma non ancora un forte riavvio». La valutazione sull’anno in corso è però più positiva: «L’economia interna è promettente e, accanto al settore pubblico, la domanda privata contribuisce in modo significativo. Si può quindi essere cautamente ottimisti sul 2026: se le misure di politica fiscale già decise avranno pieno effetto, è possibile una crescita superiore all’1%».

«Ci sono buone ragioni per essere finalmente più positivi nei confronti dell’economia tedesca. Tuttaia, i problemi dell’economia sono profondamente radicati, spesso strutturali e in gran parte autoprodotti, e risolverli rapidamente è impossibile», sostiene Carsten Brzeski, di Ing.

Industria in crisi

La debole crescita del 2025 è da attribuire a consumi delle famiglie e spesa pubblica. La produzione manifatturiera è invece diminuita per il terzo anno consecutivo, con un calo dell’1,3%. «L’industria automobilistica e la produzione di macchinari e attrezzature hanno registrato perdite, ed entrambi i settori si trovano ad affrontare una concorrenza più dura sui mercati globali», si legge nella nota di Destatis. In calo anche la chimica e gli altri settori ad alta intensità energetica.

Sul 2025 hanno pesato anche i dazi di Donald Trump, che hanno acuito le difficoltà dell’export tedesco e vanificato le aspettatve di ripresa più robusta, limando diversi decimali al Pil. Le esportazioni sono diminuite dello 0,3% e il surplus commerciale si è più che dimezzato, passando da 241 miliardi nel 2024 a 110 miliardi, ai minimi da oltre 20 anni, se si escludono i dati del 2022, distorti dalla guerra in Ucraina.

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