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L’apprendimento umano nell’era dell’AI: dalla sopravvivenza al ben-vivere

L’intelligenza artificiale sfida le motivazioni tradizionali dell’apprendimento, proponendo una formazione centrata sull’adattabilità e sulla qualità della vita in una società complessa

di Luca Mari

“L’Intelligenza artificiale di Pinocchio” di Luca Mari e Susanna Sancassiani, edito da Il Sole 24 Ore

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Perché dedicare il nostro tempo e il nostro impegno a imparare, quando ci potrebbero essere entità artificiali più capaci di noi nel generare ed elaborare informazione e in prospettiva anche nell’intervenire efficacemente nel mondo empirico? L’intelligenza artificiale sta rendendo l’intelligenza umana sempre meno rilevante? Sentiamo queste domande così radicali perché colgono una dimensione che pare costitutiva della nostra umanità: siamo fatti per imparare.

A differenza di quello che accade agli individui di molte altre specie, quando nasciamo non abbiamo infatti in pratica alcuna competenza specifica, così che per molti anni i cuccioli di Homo sapiens rimangono in una condizione di dipendenza, che lo sviluppo sociale ha prolungato. Eppure la nostra specie si è dimostrata assai efficace nel sopravvivere in un ambiente competitivo. È plausibile che la spiegazione di questo apparente paradosso stia nel vantaggio evolutivo che la capacità di imparare offre rispetto alla specializzazione innata: nascere sapendo imparare a risolvere problemi, invece che sapendo risolvere problemi specifici, ci ha reso adattabili. Abbiamo tante prove che questo produca benefici importanti, soprattutto se si vive in un ambiente mutevole come il nostro.

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E perciò abbiamo incorporato questa condizione nella struttura delle società umane e in particolare nella relazione discente-docente, nelle varie forme che essa ha assunto e continua ad assumere.

Nel passato, il vantaggio evolutivo dell’apprendimento era ovvio: aumentava la probabilità di sopravvivenza individuale e insieme della propria famiglia/tribù: senza l’acquisizione di abilità, anche strumentali, per procacciarsi del cibo, difendersi dagli animali selvaggi e così via, si moriva con maggiore probabilità. La riflessione su come si vive bene e su ciò che occorre imparare per vivere bene era già presente, ma soltanto alcuni individui potevano permettersi di esercitarsi in cose, come la filosofia e l’arte, che non sono immediatamente funzionali alla sopravvivenza.

L’industrializzazione ha modificato le condizioni di sopravvivenza e per molte persone ha sostituito l’obiettivo della sopravvivenza con quello del benessere: vogliamo vivere bene, appunto, per come ci è reso possibile anche dagli strumenti che la nostra tecnologia produce. E il fatto che gli strumenti funzionino solo se attivati o controllati da esseri umani, invece che in modo completamente autonomo, ha generato una nuova giustificazione sociale all’apprendimento: rendere le persone capaci di far funzionare, manutenere e migliorare quei produttori di benessere che sono appunto gli strumenti. Si impara non tanto per produrre ciò che serve direttamente al proprio benessere, quanto per contribuire a processi collettivi di produzione di valore.

La diffusione di sistemi di intelligenza artificiale dal comportamento sempre più sofisticato ci lascia intravedere scenari in cui anche questa ragione potrebbe perdere la sua rilevanza. Ma allora, se “studia che avrai un buon posto di lavoro” è una motivazione che potrebbe essere sempre meno valida, che ragioni rimangono per la formazione?

Un documento dell’Unesco suggerisce che il cambiamento indotto dall’intelligenza artificiale potrebbe essere così radicale da mettere in discussione l’idea stessa che abbiamo di umanità: “La capacità dei sistemi di intelligenza artificiale di svolgere compiti che in precedenza solo gli esseri viventi potevano realizzare [...] conferisce ai sistemi di intelligenza artificiale un ruolo nuovo e profondo nelle pratiche e nella società umana, nonché nel loro rapporto con l’ambiente e gli ecosistemi, creando un nuovo contesto in cui bambini e ragazzi possono crescere, sviluppare una comprensione del mondo e di sé stessi, comprendere criticamente i media e le informazioni e imparare a prendere decisioni. A lungo termine, i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero mettere alla prova lo speciale senso di esperienza e di capacità di azione degli esseri umani, sollevando ulteriori preoccupazioni, tra le altre cose, sull’autocomprensione umana, sull’interazione sociale, culturale e ambientale, sull’autonomia, sulla capacità di azione, sul valore e sulla dignità” (Unesco, Recommendation on the Ethics of Artificial Intelligence, 2022.

Intelligenza artificiale e professionisti, le dimensioni dello studio contano

Nell’età dell’oro delle origini non c’era bisogno di scuola e di formazione, perché la condizione descritta da quei miti è di esseri umani che vivono in armonia con la natura, non devono lottare per sopravvivere, non devono competere, produrre, accumulare. Di esseri umani che comprendono il mondo senza mediazioni e infatti sanno “dare nome alle cose”. Questa intuizione ci porta a interpretare la tensione verso il sapere, che vediamo nei bambini che giocando imparano, come un tentativo di recuperare un’originaria unità tra vita e conoscenza: nasciamo sapendo imparare perché imparando torniamo ad avvicinarci all’armonia, e dunque a una buona vita. La cultura è ciò che serve per vivere bene, ma cosa serva per vivere bene non è più evidente: va imparato. Perciò la società si è organizzata per insegnarlo. In questa prospettiva, l’alfabetizzazione di cui abbiamo bisogno e che deve diventare l’obiettivo della formazione non è più soltanto funzionale. Se useremo l’intelligenza artificiale per costruire, e non per distruggere, potremo scoprire che, in una società sempre più complessa, il primo obiettivo della formazione è di insegnare il ben-vivere.

Luca Mari, assieme a Susanna Sancassiani, è autore del volume “L’Intelligenza artificiale di Pinocchio”, in edicola con il Sole 24 Ore da sabato 18 aprile.

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