L’apprendimento umano nell’era dell’AI: dalla sopravvivenza al ben-vivere
L’intelligenza artificiale sfida le motivazioni tradizionali dell’apprendimento, proponendo una formazione centrata sull’adattabilità e sulla qualità della vita in una società complessa
di Luca Mari
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Perché dedicare il nostro tempo e il nostro impegno a imparare, quando ci potrebbero essere entità artificiali più capaci di noi nel generare ed elaborare informazione e in prospettiva anche nell’intervenire efficacemente nel mondo empirico? L’intelligenza artificiale sta rendendo l’intelligenza umana sempre meno rilevante? Sentiamo queste domande così radicali perché colgono una dimensione che pare costitutiva della nostra umanità: siamo fatti per imparare.
A differenza di quello che accade agli individui di molte altre specie, quando nasciamo non abbiamo infatti in pratica alcuna competenza specifica, così che per molti anni i cuccioli di Homo sapiens rimangono in una condizione di dipendenza, che lo sviluppo sociale ha prolungato. Eppure la nostra specie si è dimostrata assai efficace nel sopravvivere in un ambiente competitivo. È plausibile che la spiegazione di questo apparente paradosso stia nel vantaggio evolutivo che la capacità di imparare offre rispetto alla specializzazione innata: nascere sapendo imparare a risolvere problemi, invece che sapendo risolvere problemi specifici, ci ha reso adattabili. Abbiamo tante prove che questo produca benefici importanti, soprattutto se si vive in un ambiente mutevole come il nostro.
E perciò abbiamo incorporato questa condizione nella struttura delle società umane e in particolare nella relazione discente-docente, nelle varie forme che essa ha assunto e continua ad assumere.
Nel passato, il vantaggio evolutivo dell’apprendimento era ovvio: aumentava la probabilità di sopravvivenza individuale e insieme della propria famiglia/tribù: senza l’acquisizione di abilità, anche strumentali, per procacciarsi del cibo, difendersi dagli animali selvaggi e così via, si moriva con maggiore probabilità. La riflessione su come si vive bene e su ciò che occorre imparare per vivere bene era già presente, ma soltanto alcuni individui potevano permettersi di esercitarsi in cose, come la filosofia e l’arte, che non sono immediatamente funzionali alla sopravvivenza.
L’industrializzazione ha modificato le condizioni di sopravvivenza e per molte persone ha sostituito l’obiettivo della sopravvivenza con quello del benessere: vogliamo vivere bene, appunto, per come ci è reso possibile anche dagli strumenti che la nostra tecnologia produce. E il fatto che gli strumenti funzionino solo se attivati o controllati da esseri umani, invece che in modo completamente autonomo, ha generato una nuova giustificazione sociale all’apprendimento: rendere le persone capaci di far funzionare, manutenere e migliorare quei produttori di benessere che sono appunto gli strumenti. Si impara non tanto per produrre ciò che serve direttamente al proprio benessere, quanto per contribuire a processi collettivi di produzione di valore.








