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L’intelligenza artificiale entra nell’impresa: la vera sfida è farla crescere nei processi

di Carla Masperi *

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Parlare di futuro, oggi, significa inevitabilmente parlare di intelligenza artificiale. Ma soprattutto significa parlare di una nuova fase della sua evoluzione: quella dell’AI agentica.

Non siamo più di fronte a strumenti che si limitano a rispondere a una domanda o a supportare una singola attività. Stiamo entrando in un’epoca in cui sistemi intelligenti sono in grado di agire, coordinare processi, dialogare tra diverse funzioni aziendali e prendere decisioni entro perimetri definiti.

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È questo il passaggio che rende l’intelligenza artificiale non più un semplice abilitatore tecnologico, ma un elemento sempre più centrale della competitività d’impresa.

La vera domanda, oggi, non è più cosa l’AI possa fare. Lo sappiamo già: il suo potenziale in termini di produttività, velocità decisionale e crescita è ormai riconosciuto da tutti. La domanda corretta è un’altra: come posso preparare la mia organizzazione a tradurre questo potenziale in risultati concreti?

È qui che si gioca la partita. Perché sperimentare l’AI è relativamente semplice. Portarla a valore su scala aziendale è tutt’altra cosa.

Il principale ostacolo, infatti, non è l’algoritmo. È la capacità dell’impresa di costruire le condizioni perché l’AI possa funzionare davvero: dati affidabili, processi integrati, governance chiara e un’architettura capace di evolvere nel tempo.

Lo dico perchè da uno studio che abbiamo svolto in Italia intervistando 575 medio-grandi aziende emerge un divario di fiducia sulla qualita dei dati che è la base per l’AI. Una parte significativa dei manager intervistati ha dichiarato di non aver fiducia nella capacità della sua organizzazione di integrare i dati tra le diverse funzioni aziendali (34%), di non disporre di dati di qualità (30%) e di faticare a superare la frammentazione dei silos organizzativi (27%).

Questo dimostra che il vero ostacolo non è l’algoritmo, ma la maturità dei dati e l’integrazione organizzativa.

Il secondo punto è che l’intelligenza artificiale produce valore quando riesce a entrare nel cuore dei processi: dalla supply chain alla finanza, dalle risorse umane al customer management.

Per questo ritengo che il mercato abbia bisogno di un approccio pragmatico. Pragmatico significa partire dai processi in cui il valore è già presente, integrando l’AI direttamente nei processi di business, senza costruire strutture separate, costose e difficili da mantenere.

In altre parole, non serve aggiungere un ulteriore livello, serve far vivere l’intelligenza artificiale dentro li processi, dove già risiede il contesto di business.

Questo approccio cambia radicalmente il tempo di ritorno dell’investimento: non più mesi o anni per l’implementazione del progetto, ma settimane, oltre a consentire un’adozione progressiva, sostenibile e scalabile.

La vera evoluzione sarà la nascita di un’azienda sempre più autonoma, in cui agenti intelligenti specializzati collaborano tra loro attraverso processi differenti, affiancando le persone nelle attività a maggior valore e assumendo in modo crescente compiti operativi e decisionali.

Non si tratta di sostituire il lavoro umano, ma di aumentarne il potenziale. Le imprese che sapranno governare questa transizione con disciplina esecutiva, qualità del dato e una visione architetturale chiara saranno quelle che trasformeranno l’AI in un reale vantaggio competitivo.

L’intelligenza artificiale, oggi, non manca nelle aziende. Quello che spesso manca è la capacità di integrarla nel contesto di business, nei processi e nelle decisioni. È su questo terreno che si misurerà la competitività delle imprese nei prossimi anni.

(*) Amministratore Delegato di SAP Italia

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