L’allarme del made in Italy: con i dazi addio competitività
Mascarino (Federalimentare): «Tariffe al 17% insostenibili». Ponti (Federvini): «Così è inevitabile perdere volumi». Cattani (Farmindustria): «Se sarà 10%, a rischio 1,5 miliardi
di Luca Orlando
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«Preoccupato? Direi. Perché mettendo insieme dazi e caduta del dollaro, restare fermi con i listini è difficile. In alcuni contratti abbiamo automatismi per gli aumenti, con altri clienti soffriremo di più».
Un export da 65 miliardi di euro
Timori legittimi quelli di Ugo Pettinaroli, ceo dell’omonimo gruppo novarese di valvolame, che negli Usa sviluppa 140 milioni di ricavi, i due terzi del suo business. Certo non la regola ma comunque neanche proprio un’eccezione, per un paese che verso Washington piazza quasi 65 miliardi di euro, secondo mercato di esportazione ormai ad un passo dai valori della Germania.
Tesoretto (l’avanzo verso gli Usa è il più ampio, quasi 40 miliardi) messo a rischio dal combinato disposto di dazi e caduta del dollaro, che costringe le aziende a scegliere la strada meno dolorosa tra compressione dei margini e ritocco al rialzo dei listini. Che diverrebbe inevitabile se, ipotesi circolata ieri, per l’agroalimentare (7,7 miliardi di export negli Usa) si andasse verso un livello del 17%.
Dazi al 17%? «Insostenibili»
«Se il 10% avrebbe potuto essere un compromesso sostenibile pur di garantire l’accesso al mercato americano alle nostre imprese - spiega il presidente di Federalimentare Paolo Mascarino - il 17% supererebbe la soglia di tollerabilità, aumentando notevolmente il rischio di un calo significativo delle esportazioni, anche alla luce dell’attuale svalutazione del dollaro. Gli Stati Uniti sanno bene che la UE è il primo esportatore di alimentari al mondo (235 miliardi nel 2024, di cui 13% negli USA), e dunque minaccia un nostro settore strategico per ottenere vantaggi su altri settori di interesse americano. Noi abbiamo però piena fiducia nell’azione del Presidente Meloni, che ha perfettamente capito l’importanza del mercato americano per il settore agroalimentare nazionale, conosce le nostre linee rosse e ha chiaro quale sia il perimetro entro il quale negoziare un compromesso sostenibile per tutte le nostre imprese. Qualora i dazi US non fossero sostenibili - aggiunge - per tutelare le imprese del settore alimentare chiediamo alla UE un intervento della mano pubblica: così come gli Stati Uniti hanno fatto con i dazi, che di fatto è un intervento pubblico per proteggere la loro industria, anche noi lo chiediamo. Non pensiamo a sussidi, ma ad un supporto temporaneo tramite un intervento europeo, simile a quanto fatto nel corso dell’emergenza della pandemia».
Stati Uniti che rappresentano un mercato vitale per l’export alimentare italiano, seconda destinazione alle spalle della Germania, il 14% del nostro export totale. «Il nostro Governo sta conducendo con successo un complesso negoziato in Europa per contenere tutti coloro che vorrebbero una risposta muscolare alla minaccia dei dazi Usa, strategia che rischierebbe di essere autolesionista per l’Europa e in particolare per l’Italia. L’industria alimentare europea dovrebbe concentrare gli sforzi nell’attivare una protesta forte e unitaria dei nostri importatori americani verso l’amministrazione Trump, a tutela dei loro interessi e di quelli dei consumatori statunitensi, perché saranno poi loro a pagare gran parte dei dazi al fisco Usa».


