Agroindustria

L’agricoltura nello spazio è più vicina alla Terra con robotica e orti in assenza di gravità

In aumento le sperimentazioni condotte da università e aziende che trovano applicazioni commerciali: moltiplicati i prototipi per coltivare il cibo nello spazio e allungare la durata delle missioni 

di Maria Teresa Manuelli

Piante che crescono nello spazio in assenza di gravità

4' di lettura

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Dalla Terra allo spazio e ritorno. Salad machines per la coltura di insalate in ambiente controllato, tappetini capillari per irrigare in assenza di gravità e di atmosfera, microorti per coltivare in modo autonomo nella galassia. Ma anche sensori IoT, tecnologia satellitare e tanta robotica. È l’agricoltura spaziale che avanza.

«La scienza offre oggi la concreta possibilità di creare un ecosistema artificiale per produrre cibo in luoghi ritenuti estremi e perciò impossibili, come lo spazio. Ma questi stessi prototipi poi dallo spazio tornano sulla Terra sotto forma di applicazioni commerciali per aiutare la nostra agricoltura» ha spiegato Stefania De Pascale, astroagronoma, professoressa ordinaria di Orticoltura e floricoltura all’Università Federico II di Napoli durante il suo intervento a OlioOfficina 2024.

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La ricerca di soluzioni per il supporto alla vita dell’uomo nello spazio ha un vasto campo di applicazione proprio sulla madre Terra e sviluppa un business crescente e interessante, anche nel nostro Paese.
Secondo i dati Mise, la Space economy nel 2018 aveva raggiunto il valore di circa 370 miliardi di euro a livello globale, che si stima diverranno oltre 500 entro il 2030. Un settore che a livello mondiale impiega 1 milione di persone e con un valore “di ritorno sugli investimenti” molto alto: per ogni euro speso, 11 ne vengono creati. Non stupisce, su queste basi, che la Space Economy sia oggi considerata come uno dei più promettenti motori per la crescita economica.

In Italia sono circa 200 le aziende nel settore, di cui l’80% Pmi, per un giro d’affari annuo di 2 miliardi di euro e 7mila addetti (+15% negli ultimi cinque anni. Fonte Ministero Sviluppo Economico). L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo che può vantare una filiera spaziale autonoma e completa, grazie a investimenti costanti da diversi decenni.

Non solo alimentazione “spaziale” per portare il cibo terrestre pronto sulle navicelle orbitanti - si vedano le recenti collaborazioni di Rana, Barilla e Damiano con le missioni extraterrestri per sviluppare programmi di nutrizione per gli astronauti - ma sempre più prototipi per coltivare il cibo direttamente nello spazio. In questo modo si allungherebbe la durata delle missioni e la distanza percorribile.

Il Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) ed Europea (Esa), è impegnata da oltre vent’anni nello studio di questi sistemi di coltivazione in orbita. Con La Sapienza di Roma ha sviluppato un orto a bordo di un micro satellite che è stato lanciato dalla base Kourou, nella Guyana francese. A oltre 6mila km dalla terra, ha rappresentato l’orto più lontano dalla terra. E sulla stazione spaziale internazionale (Iss, a soli 400 km dalla terra) si trova già “Veggie”, orto spaziale con lo scopo di studiare la crescita delle piante in microgravità, aggiungendo al contempo cibo fresco alla dieta degli astronauti.

«Chiaramente quando parliamo di missioni più lunghe – specifica De Pascale – occorrerà pensare a colture che hanno un valore nutrizionale più alto rispetto a quello delle insalate, le cosiddette colture di base sulla terra. Tra queste, le patate, la soia e il riso. Con Thales Alenia Space di Torino stiamo lavorando a un’unità modulare per la coltivazione di tuberi di patata in microgravità a bordo della stazione spaziale internazionale. In particolare noi siamo alla ricerca della cultivar più adatta. Sempre con l’Asi e La Sapienza stiamo sviluppando anche piante di riso specificamente migliorate e adattate per l’ambiente spaziale». Cultivar e soluzioni di coltivazione che verrebbero poi impiegate anche sulla Terra in zone poco adatte alla coltivazione, come i deserti, i poli o le megalopoli.

Il progetto “Melissa” (Micro-Ecological Life Support System Alternative), invece, che impegna l’Esa da oltre trent’anni, studia i sistemi di supporto vitale rigenerativi, che mirano al massimo grado di autonomia e quindi a produrre cibo, acqua e ossigeno dai rifiuti della missione. L’Italia è punto di riferimento per lo studio delle piante appunto. L’obiettivo è portare l’uomo a produrre alimenti sulla Luna o meglio su Marte, visto che ormai da 25 anni almeno si sta indagando la possibilità della vita su quello che viene considerato un pianeta gemello.

Ma per chi non può attendere la conquista dello spazio, c’è la possibilità di cenare presso il primo ristorante stellato in orbita. I posti sulla navicella sono sei e già prenotabili per il lancio di debutto del 2025, anche se il costo è decisamente fuori dal comune: circa 450mila euro. Il viaggio - a emissioni zero carbonio - è proposto dalla compagnia di viaggi spaziali di lusso SpaceVIP e avrà una durata di sei ore a 30mila metri di altitudine. Includerà un menù fisso con piatti realizzati dallo chef danese Rasmus Munk, il cui ristorante Alchemist di Copenaghen ha ricevuto due stelle Michelin nel 2021. Il ricavato della spedizione sarà destinato a un’associazione che sostiene l’uguaglianza di genere nella scienza e nella tecnologia.

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