Nel 2003 Harris viene eletta Procuratore di San Francisco con il 56,5% di voti rispetto al candidato rivale: è la prima volta per una donna di colore. Per poi salire di grado ed essere eletta per due mandati Procuratore generale nello Stato della California. La California, 40 milioni di abitanti, è lo Stato americano più ricco: per il valore del suo Pil, se fosse una nazione indipendente, farebbe parte del G7 e sarebbe la sesta potenza mondiale, subito dopo la Germania.
Harris si definisce un “procuratore progressista”: «Per me, essere un procuratore progressista è agire su questa dicotomia. È capire che quando una persona si prende la vita di un altro, o un bambino viene molestato o una donna violentata, gli autori meritano gravi conseguenze. Questo è un imperativo della giustizia. Ma è anche per capire che l’equità è scarsa in un sistema giudiziario che dovrebbe garantirlo. Il compito di un pubblico ministero progressista è quello di cercare il trascurato, di parlare per coloro le cui voci non vengono ascoltate, di vedere e affrontare le cause del crimine, non solo le loro conseguenze, e di far luce sulla disuguaglianza che porta all’ingiustizia. È riconoscere che non tutti hanno bisogno di una punizione, che ciò di cui molti hanno bisogno, chiaramente, è di aiuto».
I numeri del suo lavoro
Durante i primi anni di carriera da procuratore distrettuale di San Francisco, la percentuale di condanne nel distretto sale dal 52% del 2003 al 67% del 2006. Il tasso più alto registrato in un decennio. Con Harris alla guida della procura di San Francisco aumentano in modo esponenziale i procedimenti giudiziari per i reati legati alla droga, saliti al 74% nel 2006. Lo stesso pugno duro quando diventa Procuratore statale. Negli anni in cui Harris guida la Procura dello Stato della California il numero di persone condannate nel Golden State sale con una percentuale a due cifre.
Come procuratore generale della California nel 2014 blocca il rilascio dei detenuti non violenti dal carcere dopo due proteste per il sovraffollamento, appellandosi al fatto che il loro rilascio avrebbe comportato una perdita di forza lavoro per le tante attività economiche avviate nelle carceri.