Il personaggio

Kamala Harris: la possibile prima donna presidente degli Stati Uniti

Perché Kamala Harris potrebbe diventare la prima donna a occupare la carica di presidente degli Stati Uniti, rompendo barriere di genere e razza

di Riccardo Barlaam

Kamala Harris con due bambine all’apertura della catena di gelaterie Smize & Dream di  Tyra Banks a Washington

7' di lettura

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“Potresti essere la prima. Ma assicurati intanto di non essere l’ultima”. Lo slogan che ama ripetere Kamala Harris è una frase che le diceva sua madre da bambina. E’ la più probabile candidata democratica per le presidenziali dopo il passo indietro di Biden - verrà deciso alla Convention democratica di Chicago, in programma dal 19 al 22 agosto - ed è la possibile prima presidente americana donna, e di origine asiatica e afroamericana, in caso di vittoria su Donald J. Trump il prossimo 5 novembre nella corsa per la conquista per la Casa Bianca.

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La “Barack Obama donna”

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Non ama essere definita “la Barack Obama donna”, semplificazione inevitabile quando si parla di lei, nonostante l’amicizia di lunga data con il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, che risale alla sua candidatura al Senato nel 2004. Kamala da Procuratrice generale di San Francisco fu la prima alta funzionaria Usa a sostenere la candidatura del giovane senatore di Chicago per la nomination democratica nel 2008.

L’infanzia in California

È figlia di intellettuali, dell’America multiculturale e multietnica. La madre, Shyamala Gopalan, scienziata indiana con un dottorato a Berkeley, ha dedicato la sua vita agli studi oncologici. Il padre Donald J. Harris, economista giamaicano di scuola keynesiana è professore emerito alla Stanford University, ed è ancora in vita. I due si incontrarono nel campus di Berkeley, baia di San Francisco, nei primi anni Sessanta durante gli studi universitari, accomunati dall’impegno politico nel movimento per la conquista dei diritti civili.
Kamala nasce il 20 ottobre 1964 a Oakland, città a un passo da Berkeley. Sua madre scelse il nome: Kamala significa fiore di loto ed è un altro modo di chiamare la dea indù Lakshmi, la dea della fortuna, del potere e della bellezza. Richiamo alle sue radici indiane e all’emancipazione delle donne. I suoi genitori divorziarono quando Kamala aveva sette anni. E la madre fece crescere lei e la sorella Maya in un bilocale al secondo piano in una piccola casa a Berkeley.

Orgoglio nero, influenze indiane

Da bambina, frequenta la chiesa evangelica Battista e il tempio hindu. «Mia madre - scrive nella sua autobiografia The Truths We Hold: An American Journey - sapeva bene che stava facendo crescere due figlie nere, ed era determinata ad assicurarsi che saremmo diventate due donne nere, orgogliose della nostra origine e sicure di noi stesse». Da bambina visitò l’India dove venne molto influenzata dalla figura del nonno, alto funzionario governativo che lottò per l’indipendenza indiana, e dalla nonna, attivista che girava il paese per insegnare alle donne analfabete le tecniche per il controllo delle nascite.

Gli studi in legge, e poi la magistratura

La giovane Kamala, seguendo gli spostamenti professionali della madre, frequenta le scuole superiori a Montreal, in Canada. Dopo il diploma, di nuovo negli Stati Uniti, viene ammessa alla Howard University, storico college prestigioso per le élite nere a Washington D.C., dove studia Scienze Politiche ed Economiche. Continua gli studi in Legge a San Francisco dove si laurea nel 1990 e subito comincia a lavorare come stagista a Oakland, nell’ufficio del Procuratore distrettuale della Contea di Alameda. «Non dimenticherò mai il tempo in cui il mio supervisore stava lavorando a un caso riguardante un reato per abuso di droga. La polizia aveva arrestato un certo numero di persone nel raid, tra cui una passante innocente: una donna che si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato», scrive in un altro libro «Smart on crime» dove racconta la sua vita da magistrato inquirente che seguì a quello stage. La giovane Harris fece pressioni disperate su un giudice per rivedere il caso della donna innocente il giorno stesso. Grazie alla sua ostinazione contribuì a far liberare la donna e ad evitarle i danni di un fine settimana in carcere. Una piccola vittoria che per lei, come scrive, «fu un momento decisivo per la mia carriera» per non accontentarsi mai delle apparenze. Nella ricerca di una giustizia, che è l’ideale perseguito da tutti quelli che fanno questo lavoro e che resta una delle cifre della sua azione politica ma anche della sua carriera da procuratore.

La prima procuratrice donna di colore

Nel 2003 Harris viene eletta Procuratore di San Francisco con il 56,5% di voti rispetto al candidato rivale: è la prima volta per una donna di colore. Per poi salire di grado ed essere eletta per due mandati Procuratore generale nello Stato della California. La California, 40 milioni di abitanti, è lo Stato americano più ricco: per il valore del suo Pil, se fosse una nazione indipendente, farebbe parte del G7 e sarebbe la sesta potenza mondiale, subito dopo la Germania.

Harris si definisce un “procuratore progressista”: «Per me, essere un procuratore progressista è agire su questa dicotomia. È capire che quando una persona si prende la vita di un altro, o un bambino viene molestato o una donna violentata, gli autori meritano gravi conseguenze. Questo è un imperativo della giustizia. Ma è anche per capire che l’equità è scarsa in un sistema giudiziario che dovrebbe garantirlo. Il compito di un pubblico ministero progressista è quello di cercare il trascurato, di parlare per coloro le cui voci non vengono ascoltate, di vedere e affrontare le cause del crimine, non solo le loro conseguenze, e di far luce sulla disuguaglianza che porta all’ingiustizia. È riconoscere che non tutti hanno bisogno di una punizione, che ciò di cui molti hanno bisogno, chiaramente, è di aiuto».

I numeri del suo lavoro

Durante i primi anni di carriera da procuratore distrettuale di San Francisco, la percentuale di condanne nel distretto sale dal 52% del 2003 al 67% del 2006. Il tasso più alto registrato in un decennio. Con Harris alla guida della procura di San Francisco aumentano in modo esponenziale i procedimenti giudiziari per i reati legati alla droga, saliti al 74% nel 2006. Lo stesso pugno duro quando diventa Procuratore statale. Negli anni in cui Harris guida la Procura dello Stato della California il numero di persone condannate nel Golden State sale con una percentuale a due cifre.

Come procuratore generale della California nel 2014 blocca il rilascio dei detenuti non violenti dal carcere dopo due proteste per il sovraffollamento, appellandosi al fatto che il loro rilascio avrebbe comportato una perdita di forza lavoro per le tante attività economiche avviate nelle carceri.

Nel 2016 presenta due accuse di tratta di esseri umani nei confronti di Backpage.com, un sito web utilizzato dai lavoratori del sesso per pubblicizzare le loro attività e facilitare gli incontri con i clienti. Una campagna quella contro il sesso online proseguita anche in Senato dove ha co-promosso dei provvedimenti che hanno portato al sequestro del sito.

Barack Obama da presidente nel 2013 l’aveva definita «la più bella Procuratrice generale degli Stati Uniti». Per poi scusarsi dopo la valanga di critiche al suo commento etichettato come sessista.

Dalla California al Senato

Nel 2014 a Los Angeles sposa Doug Emhoff, avvocato d’affari, in una cerimonia privata celebrata dalla sorella Maya. Emhoff, che è ancora al suo fianco, ora alla Casa Bianca come second gentleman, ha due figlie da un precedente matrimonio di cui lei è diventata riferimento.

Un profilo a metà strada tra Hillary Clinton e una Beyoncé prestata alla politica, dalla sua elezione al Senato nel 2016 – prima asiatica americana e seconda afroamericana a entrare in Senato - Harris è emersa come una delle facce nuove del partito democratico accanto alla trentenne Alexandria Ocasio-Cortez, anche se le sue posizioni sono più spostate al centro.


L’ascesa negli anni di Trump

La politica divisiva di Donald Trump ha aiutato la sua ascesa. È sempre stata in prima linea quando si è trattato di denunciare qualsiasi forma di discriminazione o di violazione della legge. Contro le donne, le persone a basso reddito, le persone di colore. Gli ultimi. Durante la presidenza Trump sono stati molto frequenti i suoi tweet anti-establishment e, ovviamente, contro il presidente tycoon, suo prossimo avversario con molta probabilità. Sempre in prima fila. Con il tweet puntato o l’intervista pronta. Dai tentativi di insabbiamento del Russiagate, alla discussa designazione di Brett Kavanaugh per la Corte Suprema. Lo stesso avvenne durante le proteste popolari per l’uccisione da parte di George Floyd scoppiate in 140 città americane. Trump aveva annunciato di voler schierare l’esercito per riportare la calma. Kamala rispose, fiutando le sue quotazioni in rialzo per la carica di VP in charge, da vero animale politico, attaccando: «Queste non sono le parole di un presidente. Queste sono le parole di un dittatore».

Colpito. Il presidente non parlerà né twitterà alcunché per alcune ore – cosa inusuale per lui – fino a ripiegare all’indomani, sepolto dalle critiche bipartisan, arrivate anche dal Pentagono, con un dietrofront: «Potrebbe non essere necessario schierare l’esercito», precisò dopo un po’.

La vice presidenza con Biden

Le proteste razziali dopo la morte di Floyd hanno favorito la conquista della poltrona di VP, vice presidente candidata con Biden durante la scorsa campagna elettorale. I leader religiosi delle principali chiese cristiane afroamericane vedevano di buon occhio una sua candidatura e alla fine Biden la scelse. Harris in quelle elezioni era stata candidata alla nomination democratica, ma a inizio di dicembre 2019, con la lista dei candidati dem ancora lunga, a sorpresa decise di abbandonare la corsa, lasciando stupiti non pochi osservatori. Lei aveva precisato che non abbandonava ma restava dentro al partito, impegnata nella sfida più grande: far vincere i democratici. Così andò. Unica donna di colore tra i vertici del partito.

La prossima sfida: la Casa Bianca

Molti osservatori si chiedono se riuscirà a tenere testa a Donald Trump. Durante i quattro anni della presidenza Biden lei – volutamente – non ha mai fatto ombra al suo presidente. Sempre defilata. Sempre un passo dietro per non oscurare l’anziano e impacciato Commander in chief. Ma la sua storia racconta di una leadership capace e determinata. Simbolo dell’America delle regole e dell’America multietnica. Ha dalla sua la determinazione, la preparazione, l’età, l’eleganza e il rigore. Potrebbe essere la speranza per un’America che non si chiude e guarda avanti. Le sfide, come dice la sua storia, non l’hanno mai spaventata. «Potresti essere la prima, ma intanto vedi di non essere l’ultima», le diceva sua madre… Potrebbe essere la prima donna presidente degli Stati Uniti.

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