Usa

Biden si ritira dalla corsa e appoggia Kamala Harris: una mossa senza precedenti. La vicepresidente: «Batterò Trump»

Biden abbandona la corsa presidenziale e sostiene Kamala Harris, aprendo nuove incognite nel panorama politico statunitense

di Marco Valsania

Joe Biden e Kamala Harris guardano i fuochi d’artificio del 4 luglio

5' di lettura

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Joe Biden si è ritirato dalla corsa per la Casa Bianca e ha appoggiato il suo vicepresidente Kamala Harris al proprio posto come candidato per battere il repubblicano Donald Trump. Harris ha dichiarato che intende «guadagnarsi la nomination democratica» per le elezioni presidenziali di novembre con l’obiettivo di «battere Donald Trump». Harris ha elogiato «l’atto altruista e patriottico» del presidente democratico, 81 anni, che ha annunciato il suo sostegno a lei come candidata. «Farò tutto ciò che è in mio potere per unificare il Partito Democratico - e unire la nostra nazione - per sconfiggere Donald Trump», ha scritto.

E’ la prima volta nella storia moderna americana che un presidente in cora per la rielezione si è ritirato a uno stadio così avanzato della campagna e la straordinaria mossa riapre i giochi elettorali, sia tra i democratici sia nello scontro con Donald Trump (video), tra molte incognite.

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Le pressione dei Dem

Davanti al moltiplicarsi delle pressioni all’interno del partito e tra gli elettori, preoccupati per la fragilità dimostrata a 81 anni, Biden ha deciso di gettare la spugna. Biden ha annunciato il ritiro in una lettera agli americani, nella quale ha detto che è stato “il più grande onore della mia vita servire come vostro Presidente” ma che adesso è nel “migliore interesse del partito e del Paese farmi da parte e concentrarmi del tutto sul completamento del mio mondato”. Il Presidente ha preannunciato un discorso alla nazione per i prossimi giorni. Successivamente Biden ha via social media il suo appoggio alla Harris per raccogliere il testimone della campagna.

L’incertezza dei prossimi passi

I prossimi passi sono ora men che certi. I democratici e hanno due strade davanti a loro: potrebbero decidere di unirsi attorno alla Harris e effettuare un voto virtuale anticipato dei delegati, ora liberi di votare per altri candidati davanti al ritiro di Biden, focalizzandosi sulla scelta di vicepresidente per il nuovo ticket, forse uno dei governatori statali più popolari nel partito. In caso maggioranza dei delegati a su favore la nomination sarebbe decisa. Senza una maggioranza o senza un accordo su Harris, l’altra possibilità è una mni-corsa tra più candidati e un Convention aperta, dove dibattere e decidere il nuovo portabandiera alle elezioni. Tra i rischi, soprattutto nella seconda opzione, c’è quello di generare caos nel partito. Non mancano obiezioni dei rivali repubblicani che potrebbe mettere in dubbi la legalità e legittimità del proocesso.

La ribellione del partito

L’unica certezza è al momento la storia del ritiro di Biden al cospetto della ribellione nel partito. Era cominciata, in modo forse insolito, con una piccola fronda di esponenti moderati e centristi del partito. Ma ha progressivamente contagiato ranghi sempre più ampi del partito, sostenuta da sondaggi sempre più spietati che vedevano il Presidente indietro in tutti gli stati incerti, anzi l’elenco degli stati combattuti si allungava di giorno in giorno, non solo più Wisconsin, Pennsylvania, Michigan, Georgia e Arizona, ma anche Nevada, New Mexico, Virginia, New Hampshire. Infine ha fatto breccia tra i vertici democratici e gli stessi più stretti alleati del Presidente. Quella della ribellione interna che ha portato al ritiro di Biden è una storia iniziata con battaglie fra fazioni e dissapori tra leader. Prima del ritiro circa 40 parlamentari gli avevano chiesto di farsi da parte e segretamente l’80% del gruppo democratico al Congresso era a favore della sua rinuncia.

Dopo il disastroso dibattito

Le resistenze a Biden erano cominciate prima del disastroso dibattito con Donald Trump: malumori aveva sollevato la rottura della promessa di essere un Presidente di transizione, di aprire la strada a una nuova generazione di leader democratici impegnandosi in una missione di riportare anzitutto normalità nella politica e nella democrazia americana dopo le escalation di caos e crisi durante primo mandato di Trump. Una promessa fondata proprio su preoccupazioni per l’età avanzata.Biden ha spiegato la sua decisione di ricandidarsi citando la posta in gioco ancora alta per il Paese, rappresentata dal ritorno di Trump. In realtà decisiva alla sua decisione sarebbe stato il risultato delle elezioni di Midterm nel 2022, quando una temuta ondata repubblicana al Congresso non si materializzò e una serie di candidati sponsorizzati da Trump fallirono alle urne. Biden lesse quel risultato come un voto di fiducia nella sua leadership e lo spinse a minimizzare i rischi.

L’attenta gestione di questi rischi da parte della Casa Bianca si è frantumata davanti al dibattito televisivo. Lo spettacolo di Biden che, dopo aver voluto il duello, ha esposto scioccante fragilità, ha portato allo scoperto l’iniziale manipolo di dissidenti tra i parlamentari, tra coloro che vedevano i loro seggi, soprattutto alla Camera, in pericolo davanti al declino di Joe Biden. Si è trattato anzitutto di esponenti centristi, quasi sempre candidati in circoscrizioni incerte con forte presenza di elettori indipendenti. Tra questi elettori ancora più che fra i democratici i sondaggi bocciavano Biden. Il primo deputato a scendere in campo è diventato a inizio luglio il 77enne veterano Lloyd Doggett del Texas, successivamente seguito da decine di colleghi, dall’Arizona al Michigan, dall’Illinois al Colorado. Anche un senatore con tradizione indipendente ha rotto i ranghi, Peter Welch, seguito poi da altri quattro.

La fronda iniziale

La fronda iniziale si è scontrata, oltre che con la rabbia di Biden, con il sostegno che gli è stato offerto dalla sinistra del partito e dal gruppo afroamericano al Congresso. Il legame di Biden con gli esponenti di colore è storico, e riflette in parte la loro tendenza sostenere figure istituzionali del partito: l’iniziale candidatura di Biden alle primarie democratiche nel 2020 fu salvata da una schiacciante vittoria in South Carolina dovuto proprio alla mobilitazione del voto di colore. Il Congressional Black Caucus rappresenta un quarto dei deputati alla Camera aveva mantenuto fin all’ultimo il suo appoggio al Presidente.La sinistra, del senatore Bernie Sanders e della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, ha inizialmente fatto quadrato vedendo in Biden un alleato, dopo che ha governato con politiche più progressiste di quelle dettate dalla sua fama di moderato, dal sostegno al sindacato al piano di transizione energetica all’antitrust. Questo nonostante screzi invece sulla guerra a Gaza.

L’ultima resistenza

La resistenza di Biden, all’espandersi della rivolta, è stata anche motivata da uno scetticismo nei confronti di alcuni esponenti senior partito. Biden non ha mai perdonato a Barack Obama e pare della nomenclatura democratica di averlo spinto a farsi da parte nel 2016 per lasciare spazio alla candidatura di Hillary Clinton, che poi venne battuta proprio da Trump.Ma con l’incapacità di Biden di offrire performance convincenti, alla Nato come in intervista e Tv, la fronda è cresciuta. Ha imposto il rinvio ad agosto di un conteggio virtuale dei delegati per formalizzare la nomination di Biden prima della Convention del partito di Chicago. I nomi dei ribelli aperti sono diventati sempre più pesanti. Tra questi il deputato californiano e candidato a senatore Adam Schiff, grande inquisitore di Trump.Obama, formalmente neutrale, ha tuttavia inviato crescenti messaggi oggi favorevoli a un ritiro. Ha dato via libera a un appello in questo senso da parte di George Clooney, fino ad allora tra i più influenti donatori.

L’esodo dei donatori

L’esodo di donatori, da Hollywood al tech che hanno bloccato nuovi fondi per forzare un’alternativa, ha moltiplicato le pressioni dall’esterno. Anche il co-presidente della campagna di Biden, il mogul Jeffrey Katzenberg, in faccia a faccia con il Presidente gli ha confermato l’evaporare dei soldi. Obama ha poi da parte sua rotto gli indugi esprimendo più direttamente preoccupazioni ad altri influenti leader democratici. E il vertice del partito si è mosso sempre più esplicitamente: Nancy Pelosi, rispettata ex Speaker della Camera, ha ammonito Biden privatamente che qualunque speranza elettorale alla Camera era compromessa dalla sua candidatura. Simile allarme è stato portato a Biden dal capogruppo dei deputati Hakeem Jeffries, mentre anche il leader del Senato Chuck Schumer ha messo in guardia il Presidente dallo spettro di sconfitte travolgenti. A questo punto l’informale coalizione comprendeva leader, esponenti centristi e progressisti, donatori e anche confidenti del Presidente, tra cui la personalità mediatica Je Scarborough. E anche la ristretta cerchia di familiari e fedelissimi collaboratori ha abbassato le armi, preparando la resa di Biden.

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