Dopo il ritiro di Biden

Kamala Harris favorita per la nomination democratica, boom di donazioni

Kamala Harris è la favorita per la nomination democratica e sta ricevendo un'enorme quantità di donazioni per la sua campagna elettorale

di Marco Valsania

Usa 2024, Biden appoggia la vicepresidente Kamala Harris

4' di lettura

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Una dopo l’altra le delegazioni si sono schierate. Prima il Tennessee, poi la North Carolina e la Louisiana. Altre, quali il Connecticut e la California, hanno in programma riunioni nelle prossime ore. La corsa dei delegati e di leader democratici a sostenere Kamala Harris quale nuovo candidato del partito alla Casa Bianca a novembre contro Donald Trump è scattata senza indugi dopo la storica rinuncia di Joe Biden, che ha appoggiato esplicitamente Harris quale erede.

Nomination in pugno?

Harris appare avere in pugno la nomination, salvo sorprese. La campagna, finora di Biden, è già stata ufficialmente ribattezzata “Harris for President”. Ancor più, non è emerso alcun candidato alternativo nelle ore successive l’annuncio del Presidente, salutato con rispetto e ammirazione anche da numerosi leader internazionali, a cominciare dall’Ucraino Volodymyr Zelensky.

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Arrivano sostegni e fondi

Accanto alle delegazioni per Harris si sta esprimendo un numero crescente di deputati e senatori democratici. Gran parte dei 57 responsabili statali del partito sarebbe esplicitamente con lei, stando a fonti. Influenti figure, quali i Clinton, hanno dato il loro benestare. E i fondi dei donatori, piccoli e grandi, hanno ricominciato a fioccare: il gruppo ActBlue ha visto l’arrivo di 46,7 milioni di dollari in un batter d’occhio.

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“Unire subito il partito”

Harris ha detto che “farà di tutto per unire il partito” alle sue spalle. “Assieme lotteremo e assieme vinceremo”, ha dichiarato, contro Trump e la sua agenda estremista. Avrà già oggi il primo intervento pubblico dopo la svolta, anche se in occasione di una iniziativa per celebrare i campioni del basket universitario alla Casa Bianca.

Le regole per la nuova candidatura

Il comitato del partito che stabilisce le regole per la nomination e la Convention ha deciso di riunirsi mercoledì 24 luglio per decidere come procedere. Al momento, se Harris non avrà rivali, è possibile che i delegati democratici possano effettuare un voto virtuale per la nomination forse a inizio agosto, che era già previsto per Biden. Altrimenti potrebbe spettare alla Convention, tra il 19 e 22 agosto, una nomination formale. I quasi 4.000 delegati di Biden, vinti in primarie dove non aveva avversari, non sono tenuti a votare per altri candidati che non siano lui, ma abitualmente sono fedeli alle indicazioni dei leader del partito, se saranno univoche.

Il mistero di Obama

Tensioni n realtà permangono tra i democratici. Alcune influenti voci si sono astenute nelle loro prese di posizione di omaggio alla scelta di Biden da un appoggio immediato a Harris, tra queste Barack Obama e Nancy Pelosi, la quale in precedenza aveva fatto sapere di preferire nuove primarie aperte per scegliere un candidato alternativo a Biden. Obama si è limitato a dire di avere fiducia che i leader del partito “creeranno un processo dal quale emergerà un eccezionale candidato”. Esponenti democratici hanno tuttavia indicato che Obama anche in passato ha teso a non appoggiare candidati prima della loro formale nomina. Anche il capogruppo alla camera Hakeem Jeffries e il leader del Senato Chuck Schumer hanno evitato nell’immediato appoggi alla Harris.

Erede della macchina politica

Harris appare tuttavia la grande favorita, anche perché è in grado di ereditare l’intera macchina politica e di campagna elettorale, della cui in qualità vicepresidente nel ticket con Biden già faceva parte. Dovrebbe poter avere accesso automaticamente, assieme alle organizzazioni, anche ai fondi già raccolti, al momento quasi cento milioni, pur se non sono escluse polemiche.

Harris la moderata

Sotto il profilo politico, se è attaccata come troppo progressista dai repubblicani, è in verità una democratica moderata considerata in grado di attirare elettori indipendenti. Se eletta farebbe storia: la prima donna di colore a diventare presidente. I democratici sono convinti che, grazie a questi punti di forza e ai suoi 59 anni contro i 78 di Trump, possa cambiare radicalmente la dinamica della corsa, che al momento vedeva il partito in affanno. Non così Trump: l’ha subito assalita come incompetente quanto e più di Biden. “Non dovrebbe essere presidente”, ha affermato.

La partita per il candidato alla vicepresidenza

Tra i democratici, più che sulla Harris, la partita che si è aperta è per la poltrona di vicepresidente al suo fianco. In lizza potrebbero entrare anzitutto una serie di governatori, da Josh Shapiro della Pennsylvania a Roy Cooper della North Carolina, a Andy Beshear del Kentucky. Possibili anche Gretchen Whitmer del Michigan, Wes Moore del Maryland, JB Prtzker dell’Illinois e Tim Walz del Minnesota. Il senatore dell’Arizona ed ex astronauta Mark Kelly è a sua volta in gioco. Come il Segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, in passato candidato presidenziale. Il governatore Gavin Newsom è invece escluso perché per la Costituzione americana presidente e vicepresidente non possono venire dallo stesso stato, pena la perdita dei grandi elettori del medesimo stato ai fini della conquista della Casa Bianca.

Contatti telefonici con Obama, Hillary e Bill Clinton

Kamala Harris ha parlato nelle ultime ore con gli ex presidenti Barack Obama e Bill Clinton e con l’ex segretario di Stato Hillary Clinton. Lo ha detto alla Cnn una fonte informata, secondo cui i colloqui telefonici avuti dalla vice presidente rientrano nei contatti da lei avuti per oltre 10 ore da ieri pomeriggio. Secondo l’emittente americana, la Harris ha già parlato con oltre un centinaio tra governatori, congressisti, leader di partito, sindacali e delle organizzazioni per i diritti civili.

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