Italia

Infanzia a rischio: 2,4 milioni di minori tra povertà ed esclusione sociale

Tra gli adolescenti più fragili, oltre il 40% teme di non potersi permettere l’università.Più di uno su 4 pensa di dover lasciare presto la scuola per lavorare

di Daniela Fatarella*

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L’equità è la linea di partenza per garantire prospettive di crescita a tutti i bambini e le bambine nel nostro Paese. Eppure sembra sempre di più assomigliare ad un traguardo, con un percorso ad ostacoli che lascia indietro migliaia di minori. Bambini e adolescenti che vivono in contesti fragili, costretti a fare rinunce che mettono in pericolo le loro aspirazioni. Un destino tutt’altro che immutabile, se si considera che la povertà educativa, causa di molte diseguaglianze, è influenzata a sua volta da fattori su cui le politiche pubbliche hanno le potenzialità di incidere, puntando sull’infanzia e l’adolescenza come principale patrimonio del Paese e investendo sui diritti e sulle opportunità a partire dai luoghi più marginalizzati.

La fotografia dell’infanzia in Italia è fatta di numeri che ci devono far pensare: 2,4 milioni di minori a rischio povertà ed esclusione sociale, più di uno su quattro, e 1,28 milioni di minori in povertà assoluta. Più di un bambino su 10 (il 13,8%), quindi, vive in famiglie che non possono permettersi beni e servizi considerati essenziali è la quota più alta dell’ultimo decennio.

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L’ascensore sociale rotto

Le conseguenze sono immediate: un adolescente su sei afferma che i genitori hanno difficoltà a sostenere le spese per cibo, vestiti e bollette, una quota simile rinuncia a uscire o a fare sport per motivi economici, tre su dieci non possono permettersi di fare una vacanza. Questi numeri, da soli, non bastano a raccontare ciò che sta accadendo. La povertà, lo mostrano con forza i dati, non è solo mancanza di risorse: è mancanza di possibilità.

Le differenze economiche si trasformano rapidamente in differenze di prospettive e aspirazioni. Tra gli adolescenti in difficoltà, più di uno su quattro pensa di dover abbandonare presto la scuola per lavorare (circa 20 punti percentuali in più rispetto ai coetanei in condizioni socioeconomiche migliori). Oltre il 40% vorrebbe andare all’università ma teme di non poterselo permettere (contro il 10,7% di chi vive in condizioni migliori). Quasi sette su dieci non sono sicuri di riuscire a trovare un lavoro dignitoso.

Le diseguaglianze territoriali

La fotografia è ancora più complessa se si guardano le linee di frattura strutturali, a partire dalle diseguaglianze territoriali, cui si sommano elementi ulteriori che aumentano le distanze. Ad esempio, il background migratorio, assieme all’iniquità della legislazione sulla cittadinanza: tra gli studenti di prima generazione, solo poco più di un terzo sceglie il liceo, percentuale che resta più bassa anche tra i migliori, i cosiddetti top performers (48,7% contro il 60,7% degli studenti senza background migratorio). Allo stesso modo, tra gli alunni “molto bravi”, solo il 61,1% dei ragazzi migranti di prima generazione immagina un futuro universitario, contro il 74,7% dei coetanei nativi italiani.

La pandemia ha accelerato questa dinamica. Ha reso più vulnerabili i vulnerabili, ampliato divari già esistenti e reso evidente quanto il contesto – familiare, territoriale, sociale – determini le possibilità di un bambino o di una bambina, sin dai primi anni di vita.

Le differenze di genere

Dentro questo quadro, la questione di genere non è un capitolo a parte: è la lente che rende ancora più nitida la trasformazione del Paese. Le ragazze crescono in un’Italia che continua a chiedere loro di essere eccellenti, ma allo stesso tempo restringe i loro spazi: sono più istruite ma credono meno in sé stesse, sono più performanti ma vengono meno sostenute dalle politiche pubbliche.

Le ragazze, pur ottenendo risultati scolastici mediamente migliori, esprimono aspettative più basse: quasi la metà teme di non trovare un lavoro dignitoso e tre su quattro ritengono che non riusciranno a fare ciò che desiderano.

Parliamo di disuguaglianze che hanno effetti molto ampi: non valorizzare il talento di tutti i giovani vuol dire rinunciare a una parte decisiva della capacità di crescere del Paese.

La disuguaglianza non è più un effetto collaterale, ma rischia di diventare una linea di tendenza del nostro Paese. Bisogna invertire questa traiettoria, l’equità deve diventare la linea di partenza per tutti.

Per questo bisogna investire sull’equità. Non un concetto astratto, ma azioni concrete.

I pilastri per sostenere i bambini

Per garantire a tutti i bambini e le bambine le stesse opportunità di crescita e le stesse condizioni di partenza, sarà fondamentale promuovere un’istruzione di qualità, che vada oltre le competenze scolastiche e punti anche a fornire quelle trasversali, indispensabili per formare cittadini consapevoli, rispettosi dell’altro e capaci di vivere in comunità. Sarà essenziale creare spazi educativi e di socializzazione a partire, con coraggio e determinazione, dai contesti più complessi per contrastare la povertà educativa e favorire l’educazione informale e le relazioni tra pari. Parallelamente, sarà imprescindibile offrire strumenti e luoghi per la partecipazione dei più giovani alla definizione delle politiche educative e sociali, coinvolgendo direttamente i giovani nelle decisioni che li riguardano e valorizzando il loro punto di vista e promuovere interventi di rigenerazione urbana, per insegnare ai bambini la bellezza, creando ambienti accoglienti e a loro misura e favorire il loro benessere.

Sono questi i principali pilastri di un’infrastruttura capace di sostenere la possibilità di ciascun bambino e bambina, di ciascun ragazzo o ragazza, di sognare in grande, senza i limiti angusti determinati dal luogo o dalla condizione economica in cui si trova, crescendo in un Paese che non restringe gli orizzonti, ma li apre.

Perché un’Italia equa non è solo un Paese che riduce le distanze: è un Paese che sceglie il futuro.

*Direttrice generale di Save the Children

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