Italia

Dalla maternità alla pensione: come il sistema penalizza il lavoro femminile

Il Rendiconto dell’INPS evidenzia forti squilibri: occupazione femminile al 53,3%, gap salariale oltre il 25% e pensioni fino al 46% più basse

di Azzurra Rinaldi

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In Italia il potere continua ad assomigliare a un club esclusivo per uomini. A certificarlo non è una valutazione ideologica, ma i numeri del Rendiconto di genere dell’INPS, che fotografano un sistema economico e sociale ancora profondamente sbilanciato.

Il primo indicatore è il mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile si ferma al 53,3%, a fronte del 71,1% maschile. Un divario di quasi 18 punti percentuali che colloca l’Italia stabilmente in fondo alle classifiche europee. Ancora più significativo è il dato sull’inattività: oltre il 42% delle donne non solo non lavora, ma ha anche smesso di cercare un impiego. Una rinuncia che affonda le radici in fattori culturali e strutturali: la persistente aspettativa sociale che assegna alle donne il ruolo primario di madri e caregiver e la cronica carenza di servizi pubblici adeguati a sostenere le famiglie.

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La carenza dei servizi

Il nodo dei servizi per l’infanzia resta emblematico. Secondo gli ultimi dati disponibili, ogni 100 bambini tra zero e due anni, in Campania sono disponibili appena 13 posti negli asili nido, in Sicilia 14. Numeri che rendono evidente come l’accesso al lavoro, per molte madri, sia di fatto ostacolato dalla mancanza di infrastrutture sociali.

Quando le donne riescono a entrare nel mercato del lavoro, la marginalità assume altre forme. Il 74% delle persone impiegate con voucher o contratti di lavoro occasionale è donna. Una concentrazione che segnala una maggiore esposizione alla precarietà e alla discontinuità contributiva, con effetti che si trascinano lungo tutto l’arco della vita professionale.

Divario retributivo

Il divario si amplia sul fronte retributivo e di carriera. Nel settore privato, il gap salariale supera il 25%. Non si tratta soltanto di stipendi più bassi, ma di un vero e proprio “scippo” di opportunità di crescita. Lo squilibrio nelle posizioni apicali è evidente: appena il 22% dei dirigenti a tempo indeterminato è donna. La rappresentanza femminile ai vertici rimane dunque minoritaria, confermando una struttura decisionale prevalentemente maschile.

Le conseguenze si riflettono anche sul sistema pensionistico. Le donne, più spesso impegnate in carriere discontinue o part-time e gravate dal lavoro di cura non retribuito, percepiscono pensioni di vecchiaia fino al 46% inferiori rispetto a quelle degli uomini. Un divario che traduce in termini economici il peso della divisione sessuale del lavoro e della mancata valorizzazione della cura.

Il sistema di potere

Il modello di potere dominante premia ancora logiche di comando verticale e competitività aggressiva, visibili tanto nelle dinamiche aziendali quanto negli assetti istituzionali e nei recenti equilibri della geopolitica internazionale. In questo contesto, l’accesso delle donne ai vertici appare spesso subordinato all’adeguamento a un sistema di valori già definito.

Il punto, tuttavia, non è soltanto aumentare la presenza femminile nelle stanze dei bottoni. I dati suggeriscono che il nodo strutturale risiede nel modello stesso: un sistema che continua a reggersi su una divisione del lavoro che scarica sulle donne il costo della riproduzione sociale, mentre il lavoro di cura resta in larga parte invisibile e non remunerato.

La neutralità, anche nelle politiche di spesa pubblica, si rivela una finzione: nessun euro investito è realmente neutro rispetto al genere. Il potere economico e istituzionale odierno si fonda anche su questo squilibrio strutturale. Metterne in discussione le basi non è più solo una questione di equità, ma di sostenibilità del sistema Paese.

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