Food Industry Monitor

Industria alimentare in tenuta, ma redditività in calo. E la via di uscita è ancora una volta l’export

L’analisi del 12esimo Osservatorio a cura dell’Università d Pollenzo e di Ceresio Investors: le aziende stanno comprimendo i margini pur di non perdere quote di mercato in un momento congiunturale difficile. Occorre migliorare governance e processi di aggregazione

di Emiliano Sgambato

Una veduta dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo

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L’industria alimentare continua a dimostrare una «solida capacità di resilienza in un contesto macroeconomico complesso», ma cominciano a emergere «crescenti pressioni sulla redditività». È in estrema sintesi il quadro congiunturale e previsionale che emerge dalla dodicesima edizione del Food Industry Monitor, realizzato dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo in collaborazione con Ceresio Investors.

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Secondo l’Osservatorio - che analizza i conti di 820 aziende di 14 comparti, per un fatturato aggregato di circa 85 miliardi di euro - il settore cresce ancora, ma a ritmi più contenuti: nel 2025 i ricavi del food sono aumentati del 3,3%, «un dato inferiore alle attese ma in linea con l’andamento dell’economia italiana». Valore che dovrebbe essere replicato nel 2026, rischiando però di rimanere «solo nominale» a causa dell’inflazione in ripresa. Per il 2027, invece, l’Osservatorio prevede un ritorno dell’inflazione su livelli più fisiologici, intorno all’1,9%, rendendo più solida la dinamica di crescita del settore. «In questo scenario, il food continua a confermarsi un comparto anticiclico, ma non immune dalle tensioni macroeconomiche che incidono sul potere d’acquisto delle famiglie e sulla spesa interna», spiegano da Pollenzo.

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La redditività si indebolisce, «riflettendo la compressione dei margini e l’aumento del capitale investito»: secondo l’analisi, «molte imprese hanno scelto di difendere volumi e presenza commerciale nei canali distributivi italiani, anche al prezzo di una compressione dei margini».

La solidità finanziaria del comparto resta elevata, «ma si osserva un lieve peggioramento del livello di indebitamento».

Anche l’export rallenta, ma la strada è segnata

Resta aperta la strada dell’export, dopo che il 2025 ha registrato un dato sotto il 5%, il peggiore nel post Covid, a patto che non si complichi di nuovo il quadro internazionale: per il biennio 2026-2027 l’Osservatorio stima una crescita superiore al 7% annuo.
«È l’unica via di uscita per le aziende a cui non può più bastare lo stagnate mercato interno - commenta Carmine Garzia, professore di Management e Responsabile scientifico del Food Industry Monitor - Il comparto si conferma anticiclico, ma il quadro prospettico richiede un approccio prudente. Per consolidare i risultati le imprese hanno bisogno di una svolta nella governance, di una crescita dimensionale che permetta di strutturarsi meglio. Questo non vuol dire diventare dei colossi multinazionali, ma trovare la giusta dimensione per ottimizzare i processi nel rispetto della qualità tipica del made in Italy».

Considerando l’andamento dei ricavi tra il 2018 e il 2024, emerge un lieve vantaggio per le imprese focalizzate su una sola linea di prodotto. Il risultato suggerisce che, in alcuni casi, una maggiore concentrazione su un’unica business line può favorire un presidio più efficace del mercato, una specializzazione più forte e un utilizzo più mirato degli investimenti.

«Il dato appare coerente con la struttura del campione, caratterizzato da una forte presenza di imprese familiari di piccole e medie dimensioni, spesso orientate a modelli più focalizzati e con un forte radicamento competitivo in una specifica categoria di prodotto», si legge nell’Osservatorio.

Cambio di passo nella governance

Uno dei risultati più rilevanti di questa edizione del Food Industry Monitor riguarda il legame tra governance e performance aziendale. Le imprese con modelli di governo più aperti, inclusivi e strutturati mostrano livelli di redditività superiori, «confermando che la qualità della governance è oggi uno dei principali fattori abilitanti della competitività e della creazione di valore nel lungo periodo», ribadisce Garzia.

L’analisi evidenzia inoltre un effetto positivo della presenza di donne ceo sia sulla redditività degli investimenti sia sul ritorno sul capitale proprio. Anche la leadership condivisa, attraverso la presenza di più Ceo con deleghe strategiche, si associa a performance superiori, soprattutto quando i co-Ceo includono figure femminili.

Il settore food comunque si conferma fortemente caratterizzato da una matrice familiare: questo tipo di imprese rappresentano il 70% del campione: «le aziende multifamiliari mostrano risultati migliori delle monofamiliari sia in termini di ritorno sugli investimenti sia di ritorno sull’equity, suggerendo che una governance più evoluta e una proprietà più articolata possano favorire maggiore apertura manageriale e capacità di affrontare le sfide strategiche e generazionali», conclude Garzia.

«La dinamica della redditività rappresenta oggi il principale elemento di attenzione. La compressione dei margini - ha commentato Alessandro Santini, Head of corporate & investment banking di Ceresio Investors - insieme a un graduale aumento dell’indebitamento, rende necessario un ripensamento delle strategie commerciali e finanziarie. In questo contesto, la qualità della governance e la capacità di affrontare con efficacia il passaggio generazionale risultano fattori sempre più decisivi».

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