Scuola

In Europa i bambini studiano fino a 14 materie e 30 ore a settimana

Tra programmi sempre più densi, molte materie e orari prolungati, in diversi Paesi europei la scuola dell’obbligo rischia di trasformarsi in un sistema ad alta pressione, con effetti su apprendimento, benessere degli studenti e disuguaglianze tra famiglie

di Silvia Martelli (Il Sole 24 Ore), Giota Tessi (Efsyn, Grecia) e Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna)

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In Europa la scuola primaria e secondaria è sempre più chiamata a rispondere a una molteplicità di obiettivi: trasmettere conoscenze di base, sviluppare competenze digitali, rafforzare le lingue straniere, educare alla cittadinanza, alla sostenibilità, alla salute e persino all’imprenditorialità. Un ampliamento continuo delle funzioni che, in molti Paesi, si è tradotto in un aumento del numero di materie e delle ore di lezione già nelle fasce d’età più basse. Il risultato è un sistema che, secondo genitori ed esperti, rischia di trasformare la scuola in un percorso formativo ad alta intensità, con carichi di lavoro elevati, programmi frammentati e una pressione costante su studenti e famiglie.

Un confronto tra i sistemi educativi europei mostra differenze significative, ma anche una tendenza comune: programmi sempre più densi e un carico settimanale che cresce rapidamente. In Grecia, per esempio, il curriculum della scuola primaria prevede fino a 13-14 materie obbligatorie. Accanto a lingua, matematica e scienze, gli alunni studiano storia, geografia, educazione sociale e politica, religione, informatica, musica, arte, educazione fisica e partecipano ai cosiddetti “laboratori di competenze”, introdotti negli ultimi anni. L’inglese è obbligatorio fin dal primo anno di scuola, mentre una seconda lingua straniera viene aggiunta negli ultimi due anni della primaria. L’orario scolastico riflette questa complessità. Nei primi anni si parte da circa 24 ore settimanali, che diventano 26 ore nelle classi intermedie e arrivano a 30 ore a settimana negli ultimi due anni della primaria. Le lezioni durano 45 minuti e iniziano la mattina presto; a questo si aggiungono i programmi a tempo pieno pomeridiani, che prolungano la permanenza a scuola fino al tardo pomeriggio. Una struttura pensata per arricchire l’offerta formativa, ma che solleva interrogativi sulla sostenibilità dei ritmi per bambini di sei o sette anni.

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Il quadro è diverso, ma non opposto, in Spagna. Qui l’organizzazione dell’istruzione è fortemente decentralizzata e il curriculum nazionale viene adattato dalle comunità autonome. Nella scuola primaria gli studenti seguono in media tra 8 e 10 materie, con un impegno settimanale compreso tra 25 e 30 ore, mentre nella scuola secondaria inferiore si sale a 30-32 ore. Anche in questo caso l’inglese inizia all’età di sei anni, mentre una seconda lingua può essere aggiunta negli anni successivi. Il modello appare più flessibile, ma il dibattito pubblico si interroga sugli effetti di un carico orario elevato e su quanto incida davvero sui risultati educativi.

L’Italia si colloca in una posizione intermedia. Nella scuola primaria le materie sono dieci, più religione (unica disciplina opzionale), con l’inglese come lingua straniera obbligatoria. La seconda lingua diventa obbligatoria solo nella scuola secondaria di primo grado. Il calendario scolastico copre circa 33 settimane l’anno e l’orario settimanale varia in base all’autonomia delle singole scuole, oscillando tra modelli a tempo normale e tempo pieno. Anche qui, però, la moltiplicazione delle “educazioni trasversali” e dei progetti aggiuntivi contribuisce a una percezione di sovraccarico.

Il punto centrale non è solo il numero di ore o di materie, ma il modello educativo che ne deriva. In molti sistemi europei, ogni nuova priorità sociale — dall’educazione digitale alla sostenibilità ambientale — viene incorporata senza una revisione complessiva dei programmi esistenti. Il rischio è quello di una frammentazione dell’apprendimento, con giornate scolastiche dense di contenuti ma poco spazio per l’approfondimento, il gioco e il consolidamento delle competenze di base.

Le ricerche comparative sull’istruzione mostrano che più tempo a scuola non garantisce automaticamente migliori risultati. Fattori come la qualità dell’insegnamento, la stabilità del corpo docente e la coerenza dei curricula pesano più del numero di ore o di discipline. Nei Paesi dove i programmi sono più snelli e progressivi, l’apprendimento tende a essere più solido, soprattutto nella scuola primaria.

Un altro elemento chiave è l’impatto sulle famiglie. Programmi scolastici molto articolati spingono spesso i genitori a ricorrere a supporti esterni: doposcuola, lezioni private, corsi pomeridiani. Un fenomeno che ha anche un riflesso economico, ampliando le disuguaglianze tra chi può permettersi un sostegno aggiuntivo e chi no.

La sfida per i sistemi educativi europei è quindi trovare un equilibrio tra l’ampliamento delle competenze richieste e la tutela dei tempi dell’infanzia. Ridurre il numero di materie, riorganizzare i curricula per aree tematiche e investire sulla qualità dell’insegnamento potrebbe essere una strada. In caso contrario, il rischio è che la scuola dell’obbligo continui ad accumulare funzioni e obiettivi, trasformandosi in un sistema sempre più complesso e faticoso, soprattutto per chi dovrebbe beneficiarne di più: i bambini.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse”

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