Ortofrutta

Import di ortaggi a +50% in 5 anni, ma segnali positivi da export e consumi

Nei primi 9 mesi del 2024 aumentano acquisti delle famiglie (+2%) e vendite all’estero (+7,8%) ma la bilancia commerciale è ancora negativa per 39 milioni

di Silvia Marzialetti

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Patate precoci dall’Egitto e tardive dalla Francia, pomodori da Marocco e Nord Africa, carote dal Nord Europa: mentre la Cucina italiana Patrimonio Unesco riscuote consensi in tutto il mondo, rischia di perdere alcune filiere chiave del suo successo.

 Sugli ortaggi le statistiche sono impietose: nel corso degli ultimi cinque anni l’Italia ha aumentato del 50% le importazioni. Si tratta – fa sapere Fruitimprese – di un comparto dove la distanza in termini di costi di produzione con gli altri Paesi produttori, in particolare Spagna e Nord Africa, sta facendo la differenza. Anche altri prodotti per cui un tempo eravamo leader come pomodoro, cipolle, insalate, melanzane sono raccolti sempre più a Sud, dove i costi sono minori e la manodopera è facilmente reperibile. Ma – è il caso delle carote – c’è anche il Nord Europa, con i Paesi Bassi in prima fila, essendo breeder estremamente raffinati. «Il rischio di questi cali produttivi – non si stanca di ripetere Davide Vernocchi, responsabile ortofrutta di Fedagripesca Confcooperative – è perdere intere filiere produttive tipiche, che poi non recupereremo mai più».

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Stando ai dati Istat rielaborati da Fruitimprese dei primi nove mesi del 2025, la carota è l’ortaggio che esprime meglio la “catatonia” del settore orticolo. Fiore all’occhiello del comparto made in Italy anch’esso – come le patate – chiude il terzo trimestre 2025 con una quota import più che raddoppiata: +117%. Eppure, fino a qualche anno fa gli 11mila ettari vocati alla produzione consentivano all’Italia di importare per 9 milioni ed esportare per 99 milioni di euro (fonte Ismea).

Negli ultimi tempi, invece, siamo sommersi da carote straniere provenienti soprattutto da Francia, Paesi Bassi, Belgio, ma anche Germania e Repubblica Ceca. Eppure manteniamo la leadership in termini di sementi ortive (e aromatiche), con 42.500 ettari dedicate, come rileva l’ultimo report stilato da Assosementi, con dinamiche territoriali consolidate: Emilia-Romagna al primo posto con 14.112 ettari, seguita da Puglia (10.474 ettari) e Marche (6.264 ettari) e con Molise e Basilicata in crescita di oltre il 30 per cento.

«Torniamo sempre alle solite motivazioni – spiega Vernocchi – cambiamento climatico e mancanza di molecole per difendere produzioni da insetti o funghi». «Sul fronte Ue – aggiunge il presidente di Fruitimprese, Marco Salvi – continuano a ridursi le alternative a disposizione degli agricoltori per contrastare queste problematiche; anche il prossimo anno una decina di principi attivi molto importanti sono candidati ad essere ridotti, se nono addirittura eliminati del tutto».

Sull’intero comparto ortofrutticolo, i dati dei primi nove mesi confermano che – nonostante un export in crescita del 13,2% a valore e del 7,8% in volume – le importazioni costituiscono la fetta maggiore sulla bilancia commerciale, che continua a essere negativa per 39 milioni. Il direttore di Fruitimprese, Pietro Mauro, definisce comunque «incoraggianti le prospettive per l’export ortofrutticolo», che quest’anno è stato favorito dalle gelate in Turchia e ha messo a segno 2.893.474 tonnellate pari a oltre 4,7 miliardi di euro.

Mele (con il primato dell’export mondiale e un mercato destinato a crescere anche in India e Brasile) e kiwi, si confermano prodotti leader dell’export, mentre colpisce lo stallo dell’uva da tavola, vittima di pessime condizioni metereologiche, che hanno influito sulla qualità dei grappoli.

Buone notizie arrivano infine dalla «ripresa strutturale» dei consumi domestici iniziata già alla fine dello scorso anno. Secondo Cso il settore ha ritrovato stabilità nelle dinamiche di acquisto: tra gennaio e fine settembre la frutta registra acquisti per 2,11 milioni di tonnellate, con un incremento del 2% sul 2024.

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