Il successo del radicchio matura all’estero: l’export raddoppia nel 2021
Pericolo imitazione per l’Igp. Un quinto della produzione va oltreconfine, toccando il valore di 5 milioni di euro, e il 42% delle vendite nazionali è a Nord Est
di Manuela Soressi
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È un’invenzione italiana ed è riconosciuto come un’eccellenza del made in Italy a livello mondiale. Piace così tanto che il 20% della produzione (circa 270mila tonnellate annue) finisce sui mercati esteri, dov’è anche massicciamente “imitato”, e l’export continua a crescere, tanto da essere raddoppiato nei primi nove mesi del 2021, toccando i 5 milioni di euro (fonte Fruitimprese Veneto). E così, probabilmente, lo conoscono più a Berlino che a Roma: è il paradosso del radicchio, la versione nobile della comune cicoria, quella che in Veneto è diventata la testimonial della produzione orticola regionale.
Già perché nella “California del radicchio” si concentra oltre la metà dei circa 14mila ettari che si stima siano destinati a questa produzione in Italia (non esiste ancora un catasto ufficiale, nonostante la richiesta dell’interprofessione nazionale, ndr) e, soprattutto, il 100% delle cinque tipologie tutelate dalla Igp (precoce e tardivo di Treviso, Verona, Chioggia e variegato di Castelfranco). Comprensibile che anche i consumi siano fortemente radicati nel Nord-Est, dove si concentrano il 42% degli acquisti nazionali di radicchio, rivela un report di Cso Italy. «Qui se ne compra ben più della media nazionale, che è superiore a 4 kg annui per un parco acquirenti di 11 milioni di famiglie», spiega Daniela Granata, senior consultant di Gfk Italia.
Con poco più di 47mila tonnellate acquistate nel canale domestico, però, il radicchio rappresenta solo il 2% delle quantità di ortaggi comprate dagli italiani. «Fuori dal Nord, i consumi sono molto bassi e toccano il minimo al Sud, dove il tasso di penetrazione è del 30% contro il 75% del Nord-Est – conferma Cesare Bellò dell'organizzazione di produttori Opo Veneto –. Nel Centro-Sud più della metà delle famiglie non conosce le caratteristiche che rendono unici i radicchi veneti».
Per questo è appena partita una campagna di promozione e comunicazione promossa dall’Organizzazione interprofessionale Ortofrutta Italia, con il patrocinio del ministero delle Politiche agricole. Di informazione c’è bisogno, a partire dai nomi con cui viene venduta questa orticola, il cui valore al consumo è stimato in oltre 750 milioni di euro: sono cinque quelli relativi ad altrettante tipologie di radicchio (come il tondo e il variegato) e quello più venduto in Italia, ossia il lungo, coltivato anche in Marche e Abruzzo, è spesso definito “Treviso” anche se chiamarlo così è frode commerciale perché allude all’Igp da cui è partito il fenomeno radicchio.
Infatti, è stato introducendo e perfezionando la tecnica dell’imbianchimento, selezionando i semi autoctoni in modo naturale e approfittando delle acque di risorgiva del Sile, che a fine Ottocento è nato il radicchio tardivo di Treviso: l’unica cicoria che arriva fresca sul mercato dopo 15-20 giorni dalla raccolta e dopo un’accurata toelettatura che la alleggerisce del 70% del suo peso. Produzione delicata, che richiede una buona manualità e che ha molto scarto. Logico che i prezzi siano adeguati: il costo medio annuo alla produzione si aggira sui 6 euro al kg, il doppio (almeno) per il consumatore finale.








