Il silenzio delle emozioni e i rischi per le relazioni in azienda
Un progressivo distacco emotivo mina la collaborazione e il senso di appartenenza, trasformando il lavoro in mera esecuzione di compiti senza connessione umana
di Alberto Varriale*
3' di lettura
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Qualche mese fa ho tenuto una serie di incontri sul tema dell’empatia in azienda. Nulla di particolarmente nuovo, almeno in apparenza. Eppure, ciò che mi ha colpito è stato il modo in cui le persone ascoltavano. Come se quel tema toccasse qualcosa di trattenuto da tempo. Come se parlare di emozioni al lavoro fosse un bisogno rimasto senza parole.
Questo mi ha portato a osservare un fenomeno meno evidente di altri, ma non per questo meno insidioso: una forma diffusa di indifferenza emotiva che oggi attraversa molte organizzazioni.
Non si tratta di apatia dichiarata né di disimpegno esplicito. È qualcosa di più sottile. Una progressiva anestesia. Si reagisce meno, ci si espone meno, come se prestare attenzione a ciò che sentiamo - e a ciò che sentono gli altri - fosse diventato superfluo, o addirittura rischioso. Le emozioni non vengono negate, semplicemente smettono di essere considerate rilevanti: un rumore di fondo da ignorare. E così, senza accorgercene, diventiamo invisibili gli uni agli altri.
Questa indifferenza non nasce per caso. È il risultato di più fattori che si intrecciano e si rafforzano a vicenda.
Il primo è la pressione costante. In contesti sempre più competitivi, il carico di lavoro cresce, le aspettative si alzano, l’errore diventa intollerabile. Per molti, l’unico modo per resistere è spegnere qualcosa. Non perché non si senta più, ma perché sentire troppo costa. Il distacco emotivo diventa allora una strategia di sopravvivenza: una difesa che protegge nel breve periodo, ma che nel tempo impoverisce profondamente.







