Calcio e geopolitica

Il sarcasmo di Infantino sull’Italia e quella scelta europeista mai digerita

Dietro la battuta del presidente della Fifa sull’assenza dell’Italia ai mondiali, i contrasti con le scelte pro Uefa della Figc e il no al piano di un Mondiale condiviso con l’Arabia

di Marco Bellinazzo

Il presidente della FIFA Gianni Infantino  (REUTERS/Henry Romero)

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La battuta, come spesso accade quando a pronunciarla è Gianni Infantino, ha un doppio fondo. «Godiamoci questo Mondiale a 48 squadre», ha detto venerdì scorso il presidente della Fifa in un’intervista a una tv brasiliana. Aggiungendo: «Abbiamo già valutato l’ipotesi di ampliare il torneo a 64 squadre per coinvolgere ancora di più il mondo intero. La questione è stata sottoposta al Consiglio Fifa. Con 64, magari l’Italia potrebbe qualificarsi... e potremmo anche arrivare a 208 per essere sicuri della sua partecipazione». Sorrisi, qualche risata di circostanza, e il gelo calato nei palazzi della politica italiana.

La reazione della Figc non si è fatta attendere. Nessuna replica diretta, piuttosto il richiamo al valore sportivo della Nazionale e al lavoro in corso per riportarla tra le grandi del calcio internazionale. Più esplicito è stato il ministro per lo Sport e i giovani Andrea Abodi, che ha invitato Infantino a «rispettare la storia e la dignità del calcio italiano».

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Dietro l’ironia del presidente della Fifa, che da Zurigo governa il calcio globale da un decennio, tuttavia, si intravede una trama più complessa, fatta di equilibri geopolitici, alleanze e frizioni personali. Per comprendere fino in fondo il senso — e forse il bersaglio — della sua sortita, bisogna semmai tornare a quella frattura mai completamente ricomposta, al di là delle apparenze, con il presidente della Figc Gabriele Gravina. Una frattura che a sua volta affonda le radici nella contrapposizione crescente tra Fifa e Uefa dovuta a questioni politiche e regolatorie su governance, calendari e competizioni, deflagrata con il caso “Superlega”. Il progetto di una nuova competizione tra i grandi club europei emerso nella primavera del 2021 che rischiava di togliere alla Uefa il controllo economico sulla principale manifestazione continentale, nonchè primaria fonte di ricavi, e che avrebbe avuto, secondo diverse ricostruzioni, quanto meno tra gli ispiratori, lo stesso Infantino.

Gravina, in quel contesto, ha scelto con nettezza di stare dalla parte dell’Uefa di Aleksander Ceferin in opposizione alle spinte “modernizzatrici” della Fifa. Una scelta che a Zurigo non è mai stata digerita del tutto.

E qui si colloca un retroscena svelato proprio sulle pagine del Sole 24 Ore l’8 febbraio del 2023.

Il progetto saudita

Più o meno quando scoppiava il caso Superlega, nella primavera del 2021, alla Figc venne presentato da funzionari della Federcalcio saudita il dossier di una candidatura congiunta — Riad, Egitto e Italia — per organizzare il Mondiale del 2030. Un dossier non ufficiale, ma sostenuto dalla Fifa, solidamente incardinato nella strategia saudita di trasformazione economica e di soft power delineata dalla Vision 2030, che venne portato avanti per diversi mesi, e per il quale venne anche preparato un suggestivo filmato promozionale con un pallone calciato alla Mecca che disegnava una parabola fino a Luxor e poi volava, con un secondo tocco, fino al Colosseo. In cambio del know-how calcistico italiano, Riad avrebbe coperto gran parte degli investimenti per la modernizzazione degli stadi italiani. Un’operazione dunque con implicazioni economiche e diplomatiche non banali, che portò a un fitto dialogo tra federazioni e istituzioni, fino ai contatti con il governo italiano dell’epoca guidato da Giuseppe Conte.

Gravina prese tempo. Sia per la difficoltà di attuazione del piano, con le questioni dei diritti umani e i contrasti diplomatici con l’Egitto per l’omicidio Regeni, sia per le conseguenze politiche: aderire a una candidatura extra-Uefa avrebbe significato rompere un equilibrio delicatissimo, con le tensioni tra la Uefa e la Fifa per il controllo economico e politico del calcio che intanto erano andate, se possibile, accentuandosi tra proposte di un mondiale per nazionali biennale e di un mondiale per club (poi giocato nel 2025 negli Usa).

La scelta italiana alla fine è stata di non imboccare quella strada e di rinsaldare il legame con la Uefa, cosa poi avvenuta con la nomina nell’aprile 2023 di Gravina a vice presidente e con la co-assegnazione dell’Europeo del 2032 all’Italia e alla Turchia (paese che possiede stadi molto più moderni dell’Italia e che avrebbe potuto ospitare l’evento senza problemi).

Nel frattempo, la candidatura saudita - sempre più forte anche grazie all’avanzata del Regno nel calcio globale, con l’assegnazione della Coppa d’Asia 2027, l’acquisto del Newcastle e l’ingaggio di stelle del calibro di Cristiano Ronaldo - è stata prima ricalibrata, sostituendo l’Italia con la Grecia, e poi rimandata al 2034, quando l’Arabia effettivamente ospiterà da sola il mondiale extralarge con 48 nazionali.

È in questo contesto che quindi andrebbe letta la battuta di Infantino. Non solo una provocazione, ma un messaggio a una federazione che ha scelto un campo diverso in una partita in cui, sempre più, i confini tra sport, politica ed economia si confondono. Per l’Italia, la sfida ora è duplice: tornare competitiva sul campo e recuperare centralità nei tavoli dove si decide il futuro, non solo del calcio.

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