Il problema della malnutrizione negli ospedali allunga le degenze del 30-40%
La malnutrizione ospedaliera prolunga le degenze del 30-40%: confronto con realtà europee
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Ogni anno gli ospedali italiani erogano una media di 240 milioni di pasti, tra colazione, pranzo e cena. Ma tre volte su dieci arrivano freddi, nel 30% dei casi mancano i carrelli caldi, mentre nella stragrande maggioranza si può scegliere solo tra due menu. Una questione di qualità che può incidere anche sulla malnutrizione che si sviluppa nell’ambiente ospedaliero e che colpisce soprattutto gli anziani. Un problema che determina un prolungamento della degenza del 30-40%.
Il controllo è affidato ai Sian - i servizi di igiene degli alimenti e della nutrizione che devono essere presenti in tutte le aziende sanitarie - e alla direzione sanitaria, che ha il compito di vigilanza sulla qualità e la sicurezza dei servizi, compresi quelli della ristorazione. Le criticità sono ancora tante. Il sistema sanitario non sembra ancora tenere in adeguata considerazione la malnutrizione dei pazienti acuti e cronici in modo omogeneo sul territorio nazionale.
Lo ha rilevato due anni fa (ultimo dato disponibile) la mappatura effettuata dalla società di Nutrizione clinica e metabolismo (SINuC) con il censimento di 94 strutture organizzative. Se il Piemonte brilla con 14 unità operative di nutrizione clinica (seguito da Lazio e Campania), cinque regioni – Abruzzo, Basilicata, Molise, Sardegna e Valle d’Aosta – dispongono di una sola struttura. Differenze territoriali rilevate anche dal ministero della Salute.
«La nutrizione clinica si basa su atti semplici ma difficili da far entrare nella pratica quotidiana, nonostante la lotta alla malnutrizione sia fondamentale per contrastare le patologie croniche e degenerative», dice Andrea Pezzana, medico nutrizionista, consulente del ministero per la stesura delle linee guida nazionali sulla ristorazione ospedaliera. È per questo che le Regioni possono avere una implementazione dietetica diversa.
«La situazione è ancora a macchia di leopardo – prosegue Pezzana -. Siamo andati avanti su tante strategie terapeutiche ma la nutrizione in vari ambiti continua ad essere la Cenerentola della medicina». Le linee guida nazionali indicano come quadro di riferimento per la preparazione dei pasti la dieta mediterranea, il regime alimentare che è considerato il più adeguato a contribuire fattivamente al mantenimento di un buon stato di salute. Indicano inoltre come dovrebbe essere composto il vitto, che per le persone adulte ricoverate deve assicurare circa 1.800-2.000 calorie al giorno, sotto forma di lipidi (30%), protidi (18%) e carboidrati (52%) distribuiti lungo l’arco della giornata. Sulla carta potrebbe tutto funzionare ma non è così. Lo ha dimostrato anche, due anni fa, l’operazione con la quale i Nas hanno controllato in Italia 992 ospedali, rilevando irregolarità in circa un terzo, con la chiusura di 7 punti cucina. Accanto a un problema di formazione, non sempre adeguata, come rilevano gli esperti, si è sommata la tendenza a esternalizzare il servizio di ristorazione.


