Intervista

Il meteorologo Betti (Cnr): «Con questo caldo rischio nubifragi»

Nell’ultimo Consiglio dei ministri è stata introdotta una norma che permette alle aziende di ricorrere alla cassa integrazione per calore eccezionale

di Lorenzo Pace

Auto allagate sulle strade della città. Una strada dopo una forte pioggia.  (Adobe Stock)

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Se le ondate di caldo stanno diventando strutturali, allora devono diventarlo anche gli interventi a tutela dei lavoratori. Il riferimento è alla norma portata in Consiglio dei ministri di lunedì, che permette alle aziende di ricorrere alla cassa integrazione per calore eccezionale. Il parere, invece, è del meteorologo del Cnr e del Consorzio LaMMA Giulio Betti.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Giulio Betti/Cnr

Alla base del suo pensiero c’è un concetto chiave: le temperature elevate - che, avvisa, promettono «eventi estremi» - sono diventate ormai ordinarie.

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Professore, è giusto considerare questa ondata di caldo come eccezionale? O ormai è diventata la norma?

Si può definire storica ed eccezionale sulla Francia, perché sono stati battuti i record del 2003, quindi è veramente senza precedenti. Per quanto riguarda il Centro-Nord Italia, non sono stati battuti i record storici, però l’ondata si può definire anomala, perché siamo a 10 giorni con temperature tra 7-9 gradi sopra le medie. Ci stiamo in parte abituando a queste ondate di calore: in Val Padana, ad esempio, 33-34°C ci sembra quasi fresco, ma in realtà è una percezione sbagliata. Ci stiamo abituando a un clima che non ci apparteneva e questo è più facile rispetto al passato per i modi di difendersi, come l’aria condizionata.

Dopo queste ondate, l’esperienza degli ultimi anni insegna che arrivano bombe d’acqua e alluvioni lampo...

È chiaro che tutto questo calore in eccesso si trasformerà in energia in eccesso e in vapore acqueo. In questo momento, il Mediterraneo - soprattutto occidentale - è quello che registra le anomalie più marcate al mondo. C’è un’ondata di calore marina che come conseguenze porterà l’aumento dell’evaporazione e dell’intensità dell’energia a livello atmosferico, quindi aumenta la probabilità di perturbazioni e fenomeni estremi.

Come ha già ribadito, El Nino al momento c’entra poco...

Lo confermo. La fase di El Nino è appena iniziata e i suoi effetti indiretti si sentiranno a partire tra la fine dell’estate e l’autunno, con il picco atteso in inverno.

Parliamo della norma anti-caldo inserita dal Governo lunedì: dal punto di vista climatico, questa misura è destinata a diventare strutturale?

Secondo me sì. Durante i mesi estivi queste misure dovranno diventare strutturali. Ma non solo: bisognerà riflettere sulla gestione degli orari di lavoro e sull’interruzione di certe attività in campo edile o agricolo ad esempio. Non si può lavorare più a queste temperature, perché se prima erano episodiche, e quindi anche a livello legislativo si poteva prevedere una tantum, considerando il trend climatico attuale, secondo me devono diventare strutturali. In merito segnalo il progetto World Climate, a cui lavoravano i miei colleghi del Cnr, che va in quella direzione, perché identifica giornalmente le condizioni per lavorare o fare attività tempo all’aperto quando c’è il grande caldo.

Può essere più specifico tra settori o zone che potrebbero essere coinvolti? Ci sarebbero anche ambienti al chiuso ma mal climatizzati...

Certo. Penso a un magazzino: è chiaro che le condizioni ambientali interne possono essere sfavorevoli, anche perché si accumula più umidità, c’è meno ricambio d’aria e c’è anche la componente dell’anidride carbonica, che negli ambienti chiusi tende ad accumularsi. Diciamo che tutti i lavori che richiedono un dispendio di energia e di liquidi devono essere assolutamente tutelati rispetto a un caldo che, come detto, non è più anomalo.

Sul fronte idrico, il Governo ha prorogato il commissario per la siccità. Quanto può peggiorare la situazione da qui a fine estate?

La situazione non è ottimale in generale, perché questo inverno è nevicato abbondantemente su parte delle Alpi occidentali, mentre è nevicato meno sulla parte valdostana e sulle Alpi centro-orientali. Quindi ci sono affluenti del Po e anche altri fiumi che soffrono la carenza anche perché è mancata la continuità delle piogge primaverili. Bisognerà mettersi in testa che da qui a settembre una gestione oculata della risorsa etica al Nord sarà necessaria.

Pensa che al Nord possano esserci più criticità?

Il Sud a livello di invasi e di gestione della siccità secondo me è un pochino più avanti del Nord. Al netto di tutti i problemi che può avere il meridione a livello anche di dispersione idrica, in realtà è un pochino più resiliente. Basti pensare alla quantità di acqua che viene utilizzata al Nord per le imprese, per l’industria e per l’agricoltura, che non è paragonabile alla richiesta che c’è al Centro-Sud. Quindi il nord è molto più esposto ai rischi della siccità da un punto di vista economico.

L’estate 2003 è il termine di paragone ricorrente, ma cosa è cambiato da allora? E cosa si può fare ancora?

Rispetto a 20 anni fa siamo un po’ più preparati. Esistono ad esempio i rifugi climatici, dove la popolazione può trovare un refrigerio messo a disposizione dai comuni. Ci sono gli early warnings, cioè le allerte che ti informano sull’arrivo molti giorni prima dell’ondata di calore. A livello sanitario siamo più preparati e si tende a tutelare un pochino di più i lavoratori. Però si può fare molto di più, ad esempio nel riconvertire le città, ma con progetti che devono essere strutturali. Da alcune parti sono stati fatti - Stoccarda è un caso emblematico - e questi hanno portato non soltanto un miglioramento da un punto di vista sanitario, ma anche un miglioramento economico, perché hanno reso le città più appetibili.

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