Intervento

Il manager che verrà: perché la gerarchia è una tecnologia obsoleta

Nel nuovo modello di impresa neo-industriale l’intelligenza artificiale supera la tradizionale gerarchia aziendale, sostituendo il ruolo del middle manager con modelli digitali aggiornati in tempo reale

di Massimo Portincaso*

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Nel marzo di quest’anno Jack Dorsey, fondatore di Twitter e oggi alla guida di Block, ha pubblicato un saggio sulla rivista di Sequoia Capital con un’osservazione che merita attenzione in ogni consiglio di amministrazione italiano. La gerarchia aziendale, ha detto Dorsey, è una tecnologia. Non una legge di natura, non una necessità organizzativa. Una tecnologia, inventata duemila anni fa dall’esercito romano per risolvere un problema concreto: come coordinare migliaia di persone su distanze enormi quando l’informazione viaggia alla velocità del cavallo.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Dall’esercito prussiano del 1806 allo stato maggiore, dalle ferrovie americane dell’Ottocento al primo organigramma, fino al manager taylorista novecentesco, la struttura si è evoluta ma la funzione è rimasta la stessa. Il middle management esiste per far scorrere informazione verso l’alto e decisioni verso il basso. È un protocollo di routing cognitivo, niente di più, niente di meno.

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La tesi di Dorsey è che questa tecnologia abbia raggiunto la fine del suo ciclo. Non perché sia sbagliata, ma perché è stata superata da un’altra tecnologia che svolge la stessa funzione in modo più efficiente. L’intelligenza artificiale, applicata a un’impresa che produce dati in ogni sua interazione, può mantenere quel modello continuamente aggiornato del business che finora era distribuito nella testa di centinaia di manager intermedi. Se il modello vive nel sistema, il manager intermedio non serve più.

Questa osservazione, corretta per qualunque impresa, acquista un peso particolare se la si applica a quella che chiamo l’impresa Neo-Industriale: la forma organizzativa che sta emergendo al confine tra deep tech e manifattura avanzata, e che rappresenta, a mio avviso, il vero “dopo” del Deep Tech. E qui conviene introdurre una distinzione che mi sembra cruciale.

L’impresa Neo-Industriale

Nel mondo oggi convivono due specie diverse di impresa industriale. Non due strategie, non due modelli di business: due modi ontologicamente diversi di esistere. La prima specie, quella dominante, si è evoluta per estrarre il massimo valore da assetti esistenti: tecnologie consolidate, mercati noti, processi collaudati, filiere familiari. È un predatore adattissimo alla sua nicchia.

La seconda specie, l’impresa Neo-Industriale, è configurata per il compito opposto: generare assetti nuovi, tecnologie nuove, mercati nuovi, filiere nuove. Non si limita a creare cose nuove, si organizza per evolvere la propria capacità di crearne.

Le due specie hanno architetture profondamente diverse e questa differenza si traduce in ruoli manageriali incompatibili.

Il Digital Original

L’impresa tradizionale gestisce quello che esiste. Il suo manager è, in ultima analisi, un sensore e un attuatore: raccoglie informazione dal campo, la confeziona per il livello superiore, riceve decisioni e le traduce in istruzioni operative. È una funzione nobile, ma è una funzione di coordinamento, non di creazione. Quando l’AI svolge quella funzione meglio e più velocemente di qualunque gerarchia umana, il ruolo si svuota dall’interno.

L’impresa Neo-Industriale funziona secondo una logica diversa. Il suo patrimonio più prezioso non è la fabbrica esistente, ma il “Digital Original”: una rappresentazione computazionale completa dell’impianto industriale, validata attraverso simulazione, che precede la costruzione fisica.

L’impresa tradizionale costruisce prima e modella dopo, creando un “gemello digitale” che rispecchia la realtà fisica. L’impresa Neo-Industriale inverte la sequenza: prima costruisce digitalmente, itera mille volte al costo del calcolo e solo quando il design è validato passa all’acciaio e al cemento. L’impianto fisico diventa l’esecuzione di un progetto già dimostrato, non la scoperta di cosa funziona.

Tutto questo cambia la natura stessa del lavoro manageriale. Il manager dell’impresa tradizionale ottimizza l’esistente. Il manager dell’impresa Neo-Industriale costruisce il possibile. Il primo lavora con processi; il secondo lavora con modelli. Il primo gestisce varianza; il secondo genera varianti. Il primo presiede riunioni; il secondo interroga simulazioni.

Le conseguenze organizzative

Ne discendono tre conseguenze organizzative che i manager italiani farebbero bene a considerare.

La prima è la concentrazione dell’autorità strategica. Le imprese Neo-Industriali di maggior successo, da NVIDIA a SpaceX, condividono una caratteristica controintuitiva: sono più centralizzate ai vertici, non meno. Jensen Huang governa NVIDIA con uno span of control che sarebbe stato considerato ingestibile nel Novecento. Il motivo è meccanico: quando un modello digitale dell’impresa fornisce a tutti lo stesso contesto aggiornato, l’autorità strategica può restare stretta al vertice mentre l’autorità esecutiva si distribuisce al margine. Il centro decide più in fretta perché vede di più. Il margine esegue più in fretta perché riceve contesto, non ordini.

La seconda è la scomparsa del livello intermedio. Il middle manager che sopravvive nell’impresa Neo-Industriale non è quello che coordina meglio degli altri, è quello che si trasforma in qualcos’altro. Dorsey propone una tassonomia utile: individual contributor che costruisce capacità, directly responsible individual che possiede un problema end-to-end, player-coach che sviluppa persone mentre continua a costruire. Nessuna delle tre è il manager tradizionale del Novecento.

La terza, e la più importante per l’Italia, è il ritorno del manager costruttore. Per un secolo la carriera manageriale è stata pensata come allontanamento progressivo dalla materia. Il manager che contava era quello più vicino al numero, più lontano dalla macchina. L’impresa Neo-Industriale inverte la direzione. Il valore torna a risiedere in chi sa costruire, in chi sa passare dal simbolo al metallo, in chi sa validare una simulazione contro la realtà fisica. È un’opportunità storica per un paese che questa capacità l’ha sempre avuta nel DNA e che ha passato trent’anni a considerarla secondaria.

Il manager che verrà non è un coordinatore migliore di quello che esce. È una figura diversa: più vicina al prodotto, più responsabile della materia, meno ostaggio della riunione. È il manager dell’impresa Neo-Industriale. Chi lo capisce prima degli altri costruisce il vantaggio competitivo del prossimo decennio. Chi aspetta che il problema si risolva da solo scopre che la tecnologia del coordinamento, quella umana, era una tecnologia come le altre. E come tutte le tecnologie, finisce per essere sostituita.

*Founder & CEO di Arsenale Bioyards

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