Iran

Il grido del Papa alla veglia per la pace: «Nel regno di Dio né spada né drone»

Leone XIV fa suo l’appello di Wojtyla. Il monito ai governanti: «Fermatevi! È il tempo della pace. Arginiamo il delirio di onnipotenza che si fa sempre più aggressivo»

di Carlo Marroni

Papa Leone XIV durante la Veglia di preghiera del Santo Rosario per la pace, nella Basilica di San Pietro, in Città del Vaticano, l’11 aprile 2026 ANSA

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Leone invoca la pace, e dice che nel Regno di Dio «non c’è spada, né drone, né vendetta, né ingiusto profitto». Il Papa conclude la Veglia per la pace nella basilica di San Pietro, e le sue parole sono molte chiare: «Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più aggressivo», e aggiunge che «viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, chi prega non uccide e non minaccia la morte». Invece, denuncia Leone, «alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo», «basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!».

Manifesto per la pace

È un vero “manifesto” per la pace, ricorda gli appelli di Paolo VI e Giovanni Paolo II, e usa parole forti: «Uniamo le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!».

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La Veglia nel giorno degli incontri in Pakistan tra Usa e Iran

Annunciata il giorno di Pasqua, la Veglia per la pace – che ricorda quella di Francesco nel 2013 per la Siria, anche se con modalità diverse – coincide con l’avvio degli incontri in Pakistan tra Usa e Iran, ma certamente l’attenzione è rivolta anche al Libano. «Fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni – chiaro il riferimento ai colloqui di Islamabad - A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!».

E aggiunge: «Vi è però, non meno grande la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace».

Macron a Roma: “Qui per un messaggio di pace e per vedere gli amici di Sant’Egidio”

Parole che entrano nel cuore del pontificato e forse ne riscrivono (in parte) l’agenda: «Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino gia scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà».

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