Esteri

«Vogliamo tornare prima possibile in Italia». Il grido d’aiuto di Martina, liceale bloccata a Dubai

“Abbiamo paura, siamo in ansia e vogliamo tornare prima possibile in Italia”, ci racconta la giovane connazionale negli Emirati con il progetto We the People Model United Nations

di Stefano Biolchini

Fumo si alza dal porto di Jebel Ali dopo un attacco iraniano, in seguito agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran, a Dubai, Emirati Arabi Uniti. (REUTERS/Raghed Waked)

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«Siamo preoccupati e in ansia, vogliamo tornare prima possibile in Italia; siamo in un hotel vicino all’aeroporto, dalla mia stanza vedo la torre di controllo e sentiamo boati, e aerei in sorvolo, abbiamo paura!».

Il viso acqua e sapone, gli occhi profondi e acuti, minuta e soprattutto molto spaventata, Martina Teja ha però la determinazione di chi si trova in una situazione impensabile e vuole uscirne quanto prima.

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Entro in contatto con lei, tramite mia figlia Micòl, che da Tokyo, dove è rimasta bloccata con il suo volo annullato, mi rilancia il grido di aiuto della sua amica. Sento prima la mamma Michaela Ausili al telefono, è in angoscia per la figlia diciassettenne, al quarto anno di liceo classico a Milano, e poi lei mi chiama.

«Sono a Dubai con il progetto We MUN, We the People Model United Nations, (che consiste nel fare una simulazione di immedesimazione nel ruolo di ambasciatori che rappresentano un paese alle Nazioni Unite), io ho difeso gli interessi della Romania. Era andato tutto bene, e poi...».

Qui la ragazzina ferma per un attimo il racconto, è emozionata e in agitazione, sento che ha timore, non è più la Martina sicura che conosco, lo stress si percepisce fitto, ma prosegue: «abbiamo appreso dell’escalation quando al mattino, riuniti nel luogo in cui si è tenuta la cerimonia di conclusione della nostra simulazione, tra noi ragazzi si è diffusa la voce dell’attacco militare di Usa e Israele; ci siamo allarmati per il nostro volo. I nostri tutor inizialmente ci hanno tranquillizzato, parlavano solo di ritardi. Ma poi il dirigente del nostro progetto ci ha detto di mantenere la calma, che non si poteva ripartire a causa dell’attacco missilistico».

Intanto la comunicazione su Whatsapp è ballerina, ma lei continua: «Non ci aspettavamo una cosa così tanto grave, pensavamo di poter partire l’indomani. Poi le notizie si sono fatte più allarmanti; abbiamo appreso di bombardamenti negli Emirati e a Doha e anche a Dubai; abbiamo cominciato spaventarci. Ed è stato il panico totale».

A quel punto cosa avete fatto?

«Non sapevamo dove saremo rimasti, l’hotel era troppo caro per poter stare lì; ci hanno diviso in due gruppi e siamo stati collocati in altri hotel, io sono al Movenpick Grand, Al Bustan Dubai - prosegue Martina - siamo tra amici, solo una nostra compagna è da sola in un altro hotel. La notte siamo stati inizialmente in camera, poi ci hanno inoltrato l’allarme sul telefono. Ci consigliavano di stare lontani dalle finestre e non uscire allo scoperto. Con i nostri amici io le mie compagne di stanza ci siamo chiuse in bagno, coprendo le fessure della porta con un asciugamano per non far filtrare luci. Questo ci avevano chiesto inizialmente. Poi ci hanno fatto traslocare, eravamo in sei chiusi nella toilette. Dopo con il gruppo siamo scesi tutti nella hall dell’albergo, come richiestoci dai tutor, e ci hanno portato in uno spazio senza finestre al seminterrato. E lì abbiamo trascorso un’ora. Poi è arrivata una guardia della sicurezza che ci ha chiesto di andarcene. La guardia poco dopo è tornata dicendoci che dovevamo tornare nella hall e vi abbiamo passato una parte della notte. Cercavano di mandarci via, ma noi ci siamo rifiutati di tornare in camera, poiché era tutta “finestrata” e avevamo paura di esporci al pericolo. In piena notte i tutor, nella confusione generale, ci hanno svegliati per allarme bomba. Ci hanno parlato di un drone. Da li ci hanno riportato nel seminterrato. Fuori era tutto buio. Io ero nel panico più completo e il clima era di paura per tutti, solo in pochi non piangevano, eravamo tutti preoccupati, non riuscivamo a tenere la calma. Adesso siamo chiusi in camera, ci hanno detto che inizialmente almeno una persona doveva stare in camera perché avrebbero disabilitato le chiavi elettroniche. Non ne comprendiamo il reale motivo».

Fra di voi qualcuno ha bisogno di farmaci salvavita?

«Non fra di noi, ma vorremmo per lo meno avere farmaci che ci aiutino a controllare l’ansia, nel mio caso e non solo...siamo molto preoccupati e lo stesso dicasi per le nostre famiglie. La Farnesina ha parlato con i nostri tutor che sono in contatto costante anche con l’Ambasciata e il Consolato. Anche alcuni tutor sono molto spaventati. La nostra speranza e la nostra richiesta è di tornare quanto prima in Italia. Siamo poco più di duecento ragazzi e vogliamo tornare a casa!».

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