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Il fratello del ragazzo d’oro di Trinidad

Paul e Peter sono i protagonisti di Golden child, appassionante esordio di Claire Adam, autrice di Trinidad e Tobago ora trasferitasi a Londra.

di Lara Ricci

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Paul e Peter sono gemelli. «Gemelli siamesi?» chiedono tutti. «Gemelli normali» si affretta sempre a precisare Peter. D’aspetto, solo d’aspetto, sono identici. Peter è razionale, freddo, studioso. Paul è emotivo, sognatore, sensibile, sensuale.

Paul quando è nato aveva il cordone ombelicale intorno al collo e un medico ha ipotizzato che il suo cervello potesse essere stato danneggiato. Anche se non viene fatta alcuna valutazione clinica, come con una maledizione d’altri tempi, la sua vita s’incanala in questa narrazione: se ne convincono presto i genitori, spiazzati di fronte al comportamento impulsivo e irrazionale del piccolo, davanti ai suoi pianti disperati, al suo mutismo, alla sua capacità di ficcarsi nei guai.

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Se ne convincono anche gli insegnanti, tranne uno, incontrato alle medie, anche se effettivamente Paul fatica a leggere: le lettere si muovono sul foglio come formiche, e lui rimane indietro rispetto al programma.

Peter invece viene rapidamente considerato un genio, gli insegnanti prospettano possa vincere la medaglia d’oro che gli aprirebbe la porta delle migliori università americane. Tutte le attenzioni sono rivolte a lui.

Paul e Peter sono i protagonisti di “Golden child”, appassionante esordio di Claire Adam, autrice di Trinidad e Tobago ora trasferitasi a Londra. Vivono sull’isola caraibica in un tempo imprecisato che immaginiamo essere la fine del secolo scorso: il turismo è in espansione con la sua fame di terra (si legga a questo proposito il notevole esordio di un’altra autrice caraibica, Nicole Dennis Benn: “Here comes the sun”, 2024).

L’aumento dei costi immobiliari che ne consegue, insieme al basso prezzo del petrolio che ha provocato una crisi economica, alla corruzione e al crimine, stanno rendendo la vita sempre più difficile ai locali.

Gli abitanti dell’isola, anche quelli poveri come i genitori di Paul e Peter, vivono perciò asserragliati in case con le sbarre alle finestre, presidiate da cani da guardia.

Al loro interno le tv proiettano soap operas statunitensi che trasmettono nuovi stili di vita e nuove ambizioni, mentre l’acqua dai rubinetti va e viene, e nell’oscurità della foresta assassini, ladri, trafficanti e rapitori, si mischiano agli spiriti della tradizione: i douen, bambini morti prima di nascere che non hanno faccia e camminano coi piedi girati all’indietro; la soucouyant, che risucchia la vittima lasciandola prosciugata, viva forse, ma non del tutto; mama Dlo, mezza donna, mezza serpente.

Hanno 13 anni Paul e Peter quando li incontriamo nell’incipit di “Golden child” e Paul è appena scomparso. La sera sta scendendo e di lui non c’è traccia. Quando il buio ha ormai avvolto la casa sul limitare della boscaglia, il padre va a cercarlo al fiume, dove non andava più da anni, mentre gli vengono alla mente le immagini del furto che hanno subìto due settimane prima: tornato dal suo lavoro di sorvegliante al petrolchimico, ha trovato la moglie Joy e i due figli legati sul pavimento della cucina, i divani sventrati da chi cercava soldi e gioielli.

Non trova Paul né al fiume né al campo sportivo né al villaggio. Passa la notte e ancora di lui non si hanno notizie.

E mentre una serie di analessi si susseguono per raccontare la vita precedente dei due ragazzi, e seminare indizi utili a capire quale potrebbe essere stata la sorte del ragazzo, chi legge si trova a considerare i dilemmi e le decisioni che i suoi genitori hanno dovuto affrontare nel crescere i figli.

Entrambi appartenenti alla comunità indù, Clyde e Joy hanno origini diverse: il primo ha lasciato la scuola presto e presto se ne è andato di casa, dopo aver litigato col padre, imparando a contare solo su sé stesso e sul duro lavoro, sul non dare nell’occhio, sul farsi i fatti propri. F

ino a quando non entra in contatto con la famiglia presenzialista di Joy è determinato a non chiedere niente a nessuno, temendo ciò che gli può essere chiesto indietro.

Anche Joy non ha studiato, ma non perché provenga da una famiglia povera o che non crede nello studio, anzi. Non ha studiato perché è una donna. Suo zio è un medico e suo fratello un giudice, la loro dinastia mette la famiglia al primo posto. Joy è convinta che i fratelli, perché gemelli, debbano stare sempre insieme, su questo non sente ragioni.

Pensa che Peter debba aiutare Paul, non importa se ciò impedisce a Peter di essere spostato nella classe dei più grandi. Joy riesce sempre a far sì che i due stiano nella stessa classe, anche quando Peter viene ammesso nella scuola cattolica, la più rinomata e la più esigente.

Clyde invece è dubbioso. Non capisce Paul, che senza che nessuno se ne accorga si stende sul prato a guardare le stelle in compagnia dei suoi cani, stregato dalla bellezza del cielo notturno.

Più volte si è chiesto se non fosse il caso di chiuderlo in un istituto psichiatrico.

La sua preferenza va chiaramente allo studioso Peter, quello che come lui crede nel lavoro e che incarna sogni di emancipazione sociale che nemmeno pensa di avere.

Per questo figlio Clyde mette da parte i soldi, in modo che possa andare negli Stati Uniti. Perché Peter dovrebbe rinunciare al futuro brillante che lo attende per aiutare il suo strano fratello?

Perché scommettere sulla famiglia, e più in generale su una società dove ci sia un posto per tutti, se questo ostacola il perseguimento delle ambizioni individuali? Queste domande rimangono a lungo sullo sfondo, fino a quando Clyde - perché l’opinione di Joy non è tenuta in considerazione - si troverà di fronte a quella che per un genitore è forse la più difficile delle decisioni.

Claire Adam. Golden child. Traduzione di Emilia Benghi. 66and2nd, pagg. 262, € 20

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