L’analisi

Il fattore sfiducia amplifica il caro vita

Il sentimento non riguarda soltanto istituzioni, politica e scienza ma anche le relazioni interpersonali

di Guendalina Graffigna*

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Nel leggere i più recenti dati sui consumi delle famiglie, il rischio è fermarsi alla superficie dei numeri. Eppure, oggi più che mai, la chiave interpretativa non risiede solo nelle disponibilità economiche, ma nel modo in cui queste vengono percepite. Il sentiment psicologico è una lente decisiva: non sono solo i redditi o i prezzi – pur segnati dal rincaro energetico e dall’incertezza globale – a orientare i comportamenti di spesa, ma il clima emotivo con cui le famiglie guardano al presente e al futuro.

Le evidenze più recenti mostrano un Paese sospeso, più orientato alla cautela che al panico, ma anche incapace di riconoscere segnali di reale miglioramento. In questo contesto, il consumo si fa prudente, spesso rinviato, talvolta ridotto non tanto per necessità stringente, quanto per una percezione di vulnerabilità. È una sorta di «economia psicologica», dove la fiducia – o la sua assenza – pesa quanto, se non più, delle variabili oggettive.

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La varietà di famiglie

A ciò si aggiunge una trasformazione profonda e spesso sottovalutata: la pluralità di forme famigliari. Quella tradizionale, fondata su stabilità e reti intergenerazionali, è sempre meno rappresentativa. Crescono i single, giovani ma anche adulti dopo separazioni e divorzi; aumentano le famiglie ricostituite e quelle allargate; diminuiscono i nuclei con il supporto economico dei nonni; emergono convivenze, scelte non solo per affinità ma per necessità di condivisione dei costi.

Questa frammentazione cambia il modo in cui si affronta il caro vita. I nuclei più piccoli o meno strutturati sono spesso più esposti agli shock, meno protetti da economie di scala e reti di sostegno. Allo stesso tempo, le nuove configurazioni familiari richiedono politiche e analisi più sofisticate, capaci di cogliere bisogni diversificati e vulnerabilità meno visibili.

Superare la sfiducia

Sul fondo, però, si staglia una questione più profonda: quella della fiducia. Viviamo un’epoca segnata da una diffusa sfiducia nelle istituzioni, nella politica, nell’autorità scientifica. Ma la sfiducia è anche interpersonale. Sempre più individui faticano ad affidarsi agli altri, a costruire legami solidi, a progettare nel lungo periodo. È come se la società fosse “scottata”: prevale un atteggiamento insicuro e prudente, che spinge a proteggersi più che a esporsi.

Parafrasando un concetto psicoanalitico, siamo diventati una società dell’«attaccamento sospeso»: desideriamo legami, ma ne temiamo il costo; cerchiamo autonomia, ma soffriamo la solitudine. Come insegna John Bowlby, quando il bisogno di sicurezza non trova basi affidabili, il legame diventa fonte di ambivalenza. Restiamo così in un equilibrio instabile tra bisogno di relazione e paura di affidarci… alla politica, alle istituzioni, a chi può aiutarci a gestire le nostre finanze: e anche i consumi si fanno più cauti e meno orientati al futuro.

(*) Direttore di EngageMinds Hub - Università Cattolica

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