Il contratto sociale e la legittimazione del potere politico
Nella teoria di Hobbes, i patti che disciplinano la convivenza fra cittadini non possono reggersi solo sulla fiducia. Deve subentrare la paura, la leva che permette di inquadrare il giusto e l’ingiusto
di Vittorio Pelligra
6' di lettura
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La paura e la speranza, metus et spes, sono le passioni politiche per eccellenza, afferma Thomas Hobbes. La speranza di poter godere in una condizione di pace dei frutti del proprio ingegno e della propria industriosità e la paura che, al contrario, lo stato di guerra continua di tutti contro tutti possa impedire che ciò avvenga. Ma la paura ha per Hobbes anche un'altra funzione.
Gli accordi stipulati tra le persone per ricercare la pace, se basati esclusivamente sulla fiducia, si riveleranno sempre troppo fragili e insicuri. Il vincolo fiduciario non può rappresentare un terreno solido su cui costruire una convivenza sicura e pacifica. «Ove sussista timore di non adempimento da parte dell'altro contraente – infatti, sostiene Hobbes - non sono validi i patti basati sulla reciproca fiducia, allora, benché l'origine della giustizia sia il fare i patti, tuttavia non può esservi effettivamente nessuna ingiustizia finché non sia eliminata la causa di tale timore».
La paura arriva dove non basta la fiducia
La fiducia tra le parti, in altre parole, non è condizione sufficiente a stabilire ciò che è giusto o ingiusto, perché, data la natura umana, è certo che tale fiducia verrà tradita appena una delle parti ne potrà trarre vantaggio. Ecco che il vincolo del patto fiduciario appare insufficiente persino a fondare il concetto stesso di giusto o ingiusto. Ricordiamo, infatti, che per Hobbes l'ingiustizia equivale nella sua essenza più profonda proprio dalla violazione dei patti. Ma se questi patti sono fondati su un legame così flebile come quello fiduciario, allora la loro trasgressione sarà così certa che, paradossalmente, non si potrà configurare neanche come una forma di ingiustizia.
È qui che subentra nuovamente la paura. «Prima che i nomi di giusto e ingiusto possano trovar posto – affinché si possa effettivamente giudicare uno stato di cose come giusto o ingiusto, continua Hobbes - deve esservi un qualche potere coercitivo, per costringere ugualmente gli uomini all'adempimento dei loro patti col terrore di punizioni più grandi del beneficio che si ripromettono dalla rottura dei patti medesimi».
Senza la paura di un potere più grande, terzo tra le parti, che possieda l'autorità e la forza necessaria ad obbligare con la minaccia i contraenti al rispetto dei patti, che in questo caso dovremmo propriamente chiamare contratti, allora non potrà esserci un vincolo sufficientemente saldo su cui fondare l'obbligazione e, di conseguenze, i concetti di giustizia e ingiustizia. E la nascita di un tale potere è ciò che deriva dalla creazione dello Stato.









