Violenza sulle donne

«Il consenso è cruciale. Gli uomini si prendano la loro parte di responsabilità»

L'intervento di Marco Chiesara, presidente di WeWorld, in occasione del decennale di Alley Oop a Montecitorio

di Marco Chiesara *

Marco Chiesara, presidente di WeWorld

2' di lettura

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Quando parliamo di consenso, dobbiamo essere molto chiari: non stiamo parlando di una parola astratta. Stiamo parlando di responsabilità.

In WeWorld lavoriamo da oltre dieci anni per contrastare la violenza contro le donne. Lo facciamo nei territori, ogni giorno, ma lo facciamo anche attraverso la prevenzione e la ricerca. Perché senza un cambiamento culturale profondo, la violenza non si ferma. E in questo lavoro, il consenso è diventato un punto centrale.

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Non è sempre stato così. Se oggi questa parola è entrata nel dibattito pubblico, è anche grazie a chi ha costruito consapevolezza nel tempo. Per noi, Alley Oop è stato ed è un alleato fondamentale in questo percorso. Ma oggi siamo in un momento delicato. Perché mentre il consenso diventa sempre più centrale, c’è anche il rischio che venga svuotato di significato. E allora serve chiarezza.

Il consenso non è l’assenza di un no. Non è qualcosa che si può presumere. Non è un silenzio. Il consenso è un sì libero, esplicito, consapevole. E questo ha una conseguenza molto concreta: chiama in causa direttamente noi uomini. Io sono un uomo. E credo che il punto sia proprio questo. Per troppo tempo ci siamo raccontati due storie sbagliate: quella del “principe azzurro” che salva e quella della donna “da proteggere”. Sono narrazioni che sembrano positive, ma in realtà ci tengono fuori dalla responsabilità.

Il consenso, invece, ci rimette dentro. Ci dice che non basta “non fare del male”. Non basta aspettare. Non basta interpretare. Ci chiede di essere attivi. Di ascoltare. Di verificare. Di metterci in discussione. Perché il consenso non è una formalità. È una relazione. E se lo prendiamo sul serio, cambia il ruolo maschile: non più spettatore, non più giudice, ma parte responsabile dell’incontro.

Questo è il passaggio culturale che dobbiamo fare. Un passaggio che riguarda le leggi, certo. Ma prima ancora riguarda i comportamenti quotidiani. Le relazioni. Il modo in cui guardiamo l’altra persona. Il consenso non è una parola da difendere. È un significato da praticare. E praticarlo significa una cosa molto semplice, ma molto impegnativa: riconoscere che ogni relazione esiste solo se è scelta. Da entrambe le parti. In modo chiaro. In modo libero. Ogni volta.

* Presidente di WeWorld

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