Le mosse dell’Italia

Il Capo di Stato Maggiore della Marina: «Pianificato l’invio di 4 navi a Hormuz»

L’ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto: «Pronti a sminare a fine guerra, rischi ci sono sempre. Abbiamo otto cacciamine in vetroresina. Ogni anno bonifichiamo una media di 14.000 ordini esplosivi»

di Andrea Carli

Il Capo di Stato maggiore della Marina militare, ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto, interviene in audizione davanti alla Commissione Difesa della Camera  Foto: frame tratto dalla diretta della Camera

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L’Italia è pronta a dare il suo contributo nello sminamento dello Stretto di Hormuz, nell’ambito della crisi tra Usa, Israele e Iran, ma il coinvolgimento dei cacciamine italiani si può sviluppare solo in una fase di tregua o fine del conflitto tra le parti. È il messaggio lanciato dal Capo di Stato Maggiore della Marina militare, ammiraglio di squadra Giuseppe Berutti Bergotto. A salpare per raggiungere le acque nei cui fondali gli iraniani hanno depositato gli ordigni, saranno almeno quattro imbarcazioni. Un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica di appoggio. Quella di scorta potrebbe essere una fregata o un cacciatorpediniere. Le navi sono nei porti italiani pronte a partire.

Intervenuto mercoledì 22 aprile in audizione davanti alla Commissione Difesa della Camera, ha chiarito che «la Marina è pronta a effettuare un’operazione di sminamento. Ovviamente - ha poi aggiunto - queste operazioni devono essere fatte in una situazione non conflittuale perché sono molto delicate e come tutte le operazioni in aree delicate comportano dei rischi. Il nostro compito è mantenere i rischi al minimo possibile, questo lo facciamo tramite la tecnologia molto avanzata», ha spiegato.

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«Abbiamo visto che la chiusura di Hormuz si fa rapidamente, anche con poche lire - ha affermato il Capo di Stato maggiore della Marina Militare - perché le mine che gli iraniani hanno messo in Hormuz costano veramente poco e sono anche datate. Ma questo fa sì che ci sia un’area di incertezza e soprattutto un crescente decadimento della sicurezza di navigazione». «Parlo solo delle mine perché poi ci sono tutte le altre minacce che possono essere portate dai missili - ha aggiunto -. In quell’area gli iraniani hanno notevoli punti di lancio missilistici che possono effettivamente colpire tutte le navi che transitano nello Stretto. Hormuz alla fine è 33 km, non è tantissimo. La parte che è stata dedicata al traffico mercantile è la parte centrale, quindi stiamo parlando di una distanza delle coste iraniane di circa 18 km, che può essere raggiunta rapidamente con un barchino che va 50-79 km. Quindi per noi è molto importante assicurare la libertà di navigazione».

Le parole di Crosetto

Sull’ipotesi di una missione per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, negli ultimi giorni il ministro della Difesa Guido Crosetto ha espresso l’auspicio che ci sia l’egida dell’Onu, ma anche aggiunto che «mi formalizzerò se invece ci saranno 42 nazioni con un mandato e una forza multilaterale di pace. E non penso che, davanti a una missione internazionale, il Parlamento possa fare distinguo». «L’Italia che ha una delle migliori marine militari del mondo, potrebbe pensare ad assetti cacciamine - ha aggiunto il responsabile della Difesa -. Da 20 giorni ho detto al capo della Difesa e della Marina di tenersi pronti con due navi. Ma per inviarle occorre la fine delle ostilità, perché nessuno vuole entrare in una guerra».

Berutti Bergotto: «Pianificato l’invio di 4 navi a Hormuz»

Dvanti alle telecamere di Cinque Minuti, Berutti Bergotto ha parlato di quattro navi. «La pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di Stato Maggiore della Difesa - ha spiegato - prevede un gruppo basato su 2 cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che ci permette di aumentare il periodo. In tutto 4 navi. Ovviamente noi non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio».

«Abbiamo otto cacciamine in vetroresina»

In occasione dell’audizione Berutti Bergotto ha fornito alcune indicazioni di dettaglio: «Abbiamo otto cacciamine in vetroresina che sono degli anni 90, però nel corso degli anni sono sempre stati ammodernati allo stato dell’arte. Quindi adesso abbiamo dei mezzi che sono tecnologicamente avanzati, che utilizzano mezzi a pilotaggio remoto e mezzi autonomi per la ricerca e poi per la carica che ci permette di disinnescare e bonificare la mina. Ma l’intervento di cacciamine, ma non solo italiani, anche di tutte le altre nazioni, in un’area minata deve essere fatto a ostilità conclusa».

«Pronti a partire alla prima indicazione del Governo»

«È ovvio che noi siamo pronti da sempre - ha affermato il Capo di Stato Maggiore durante l’audizione alla Camera -. La Marina mantiene un elevato stato di prontezza, abbiamo sempre determinati navi che sono pronte a partire in accordo con le indicazioni che riceviamo dal governo e mi sento di dire che siamo pronti e siamo preparati per questo lavoro».

«Ogni anno bonifichiamo una media di 14.000 ordini esplosivi»

Berutti Bergotto ha sottolineato un aspetto: «Noi - ha detto - abbiamo una capacità di sminamento elevata, siamo una nazione di riferimento in questo campo perché noi da sempre abbiamo effettuato sminamento. Pensate che ogni anno bonifichiamo una media di 14.000 ordini esplosivi che vengono trovati o in mare o sulle nostre spiagge. Sono tutti residuati bellici ovviamente. E questo ci ha permesso di mantenere elevata la preparazione, elevata l’addestramento del nostro personale».

Contro i barchini dei pasdaran servono navi di scorta

Il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare ha ricordato che quella delle mine non è l’unica minaccia alla libera navigazione nello Stretto di Hormuz. «Ovviamente - ha affermato davanti ai deputati della Commissione Difesa - non c’è solo la minaccia delle mine, c’è anche la minaccia dei barchini, quelli vanno sul traffico mercantile e lì è un’altra storia. Dovremmo utilizzare delle navi per fare la scorta, ma di nuovo intervenire in quella zona vuol dire intervenire quando la conflittualità è cessata».

Il caso della rotta nell’acque dell’Oman

«Lo Stretto di Hormuz - ha sottolineato Berutti Bergotto - è veramente uno stretto, pertanto l’Iran ha delle capacità di colpire delle navi, anche se passano all’interno delle acque unite, pertanto la difficoltà di passaggio rimane in entrambe le aree, cioè quella vicino nelle acque territoriali iraniane o quelle nelle acque territoriali unite. Quello che volevo segnalare è che proprio recentemente, due giorni fa, tre navi sono passate utilizzando la rotta omanita, sono passate senza particolari problemi, non sono state attaccate, mentre altre che una settimana fa cercavano di passare dalla rotta che si presupponeva aperta, le acque territoriali iraniane sono state vittime di attacchi, sono ritornate indietro perché c’era stata prima l’apertura e poi dopo poco il blocco e loro si trovavano a passare quando si era passati al blocco del passaggio».

«Nonostante missioni internazionali ci sono solo navi italiane»

«Le attività che facciamo in ambienti internazionali - ha spiegato il Capo di Stato Maggiore della Marina - vengono fatte o all’interno di coalizioni Nato, dell’Unione europea o di coalizioni internazionali abbastanza corpose, questo perché aiuta l’efficacia dell’operazione: c’è uno scambio di informazioni, ci sono più mezzi a disposizione e anche dal punto di vista internazionale c’è una maggiore sicurezza. Pertanto, credo che un intervento ad Hormuz, anche se questa è una decisione del governo, possa essere sviluppato in un ambiente internazionale. Anche in Mar Rosso e nell’Oceano Indiano siamo all’interno di una coalizione e siamo lì come Europa, ma mi preme dire che ad oggi, in entrambe le operazioni, ci sono solo navi italiane. Nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave, noi siamo Force Commander, cioè siamo il Comandante del Mare e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però ad oggi c’è soltanto una nave italiana», ha concluso Bergotto.

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