Tendenze

Il 2026 dei leader aziendali: flessibilità, AI ed empatia per crescere

Nel 2026 i top manager dovranno bilanciare rigore finanziario e innovazione tecnologica, adottando AI e lavoro ibrido per ottimizzare costi e produttività. La sfida più grande resta la gestione del capitale umano

di Gianni Rusconi

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Il nuovo anno è appena iniziato ed è ancora tempo di stilare previsioni e tendenze che caratterizzeranno il lavoro dei manager nei prossimi mesi. Il report State of the C-Suite di International Workplace Group (IWG), per esempio, fotografa un management consapevole delle opportunità di crescita, ma determinato a governarle con una disciplina finanziaria stringente. Se il 95% dei Ceo si dichiara infatti fiducioso sul futuro, la totalità dei massimi dirigenti individua nel controllo dei costi una priorità assoluta, tale da indurre i Chief Financial Officer a prevedere una riduzione media dei budget del 10%. Un apparente paradosso, a tutti gli effetti, che regge sull’assunto del “fare di più con meno” e che trova due efficaci risposte in due leve ormai divenute centrali nelle strategie aziendali, vale a dire l’intelligenza artificiale e il lavoro ibrido.

Secondo le stime elaborate da IWG, l’adozione dell’AI consente una riduzione dei costi operativi compresa tra il 20 e il 40%, mentre la flessibilità del lavoro può abbattere fino al 55% i costi immobiliari. Una volta liberate, tali risorse verrebbero riallocate su investimenti considerati strategici: per l’83% degli esponenti della C-Suite, i principali ambiti di spesa per il 2026 riguardano per l’appunto AI, automazione e strumenti digitali avanzati per la produttività. La possibilità di fare efficienza in chiave finanziaria, infatti, non è l’unico ambito di intervento dell’AI, in considerazione del fatto che (come conferma una precedente ricerca della stessa IWG) questa tecnologia permette ai lavoratori di risparmiare in media 55 minuti al giorno, restituendo tempo a valore aggiunto. Il cambiamento del modo di lavorare avrà quindi una ricaduta anche sulle modalità di utilizzo degli uffici. L’83% dei Ceo ha già superato l’idea dell’headquarter come unico centro operativo dell’organizzazione per sposare quella di una rete di uffici distribuiti, in grado di aiutare i manager a fare fronte a esigenze multiple, dalla riduzione del pendolarismo all’accesso a bacini di talento più ampi fino all’aumento della soddisfazione (e della produttività) dei dipendenti. Non deve quindi sorprendere che, per il 2026, oltre la metà dei Chief Executive Officer privilegi contratti di locazione a breve termine e soluzioni di coworking.

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Competenze critiche e talent shortage: la sfida del capitale umano

Se intelligenza artificiale e flessibilità ridisegnano l’organizzazione del lavoro, il capitale umano resta – sempre e comunque - il vero fattore critico. L’HR Barometer 2026 della multinazionale di consulenza operativa agap2 individua quattro driver destinati a guidare il mercato delle professioni: intelligenza artificiale, benessere, transizione green e talent shortage. Ed è nella ricerca di un equilibrio (complesso) fra questi quattro fattori che la C-Suite sarà chiamata a misurarsi nei prossimi mesi.

Il punto di partenza è noto: la domanda di competenze tecniche cresce rapidamente, con una particolare concentrazione su figure altamente specializzate quali ingegneri di AI e machine learning, data scientist, esperti di cybersecurity, specialisti in automazione industriale ed energie rinnovabili. Parliamo di ruoli centrali per sostenere l’innovazione digitale e la transizione energetica, ma sempre più difficili da reperire. Le proiezioni citate da agap2 confermano in proposito come in Italia servirebbero circa 20.000 ingegneri all’anno per colmare un gap strutturale che rischia di diventare non solo una criticità aziendale ma anche di frenare la competitività del sistema Paese.

In questo contesto, l’intelligenza artificiale non viene letta come una minaccia occupazionale e una componente sostitutiva, ma come un abilitatore di nuove forme di collaborazione tra umani (persone) e tecnologie (chatbot e robot). Le macchine supportano le attività routinarie, mentre ai professionisti è richiesto un continuo percorso di reskilling e upskilling per sviluppare le capacità necessarie a governare il cambiamento dettato da un processo di digitalizzazione che si farà sempre più spinto.

La centralità dell’umano si riflette inoltre nelle politiche di attrazione dei talenti: benessere e work-life balance non sono già oggi più benefit accessori, ma leve strategiche. Come sottolineano gli esperti di agap2, le aziende sono dunque chiamate a superare modelli basati sul controllo per adottare approcci fondati sulla fiducia. Il benessere diventa così parte integrante della proposta di valore al dipendente e una componente dello “stipendio emozionale” dei lavoratori, non più disposti a sacrificare l’equilibrio tra vita privata e professionale, soprattutto nei settori dove le offerte superano la disponibilità di candidati.

Essere leader: meno controllo e più umanità per creare valore

La trasformazione tecnologica e organizzativa impone, come ben assodato da diversi studi in materia, un ripensamento profondo della leadership. Uno studio di Hogan Assessments parla in quest’ottica di un vero cambio di paradigma: dopo anni segnati da pandemia, instabilità geopolitica e accelerazione dell’AI, il modello di “comando e controllo” mostra tutti i suoi limiti. E i dati che confermerebbero questa tesi sono eloquenti: depressione e ansia costano alla forza lavoro globale qualcosa come 12 miliardi di giorni di lavoro all’anno, la perdita di produttività legata ai lavoratori a rischio esaurimento è stimata in un trilione di dollari e solo un quarto dei dipendenti si dichiara realmente coinvolto nelle mansioni svolte e nel ruolo loro affidato. Nel 2026, questo lo scenario annunciato, il burnout diventerà quindi il banco di prova della maturità manageriale, perché ignorare il problema non sarà più un’opzione. I rimedi? Gli esperti di Hogan individuano nella leadership people-first l’antidoto più efficace: in termini concreti questo significa team costruiti sull’equilibrio e non sulla pressione continua, nel solco di una visione in cui la cura delle persone è direttamente connessa al raggiungimento dei risultati. E non si tratta, spiegano i diretti interessati, di una scelta etica disgiunta dalla performance.

Le organizzazioni con alti livelli di empatia registrano infatti un aumento dei ricavi superiore al 56%, mentre i team guidati in modo empatico risultano essere 8,5 volte più coinvolti di quelli soggetti a una gestione più rigida e autoritaria. La sicurezza e il benessere in chiave psicologica, in altre parole, diventano le basi su cui far crescere creatività, collaborazione e propensione ad assumersi rischi. Nel 2026, questa la sintesi finale dello studio, l’empatia smetterà di essere una parola di moda e un tema “soft” per diventare leva per generare efficienza e trasformarsi in un elemento strutturale del modello di business aziendale. La capacità di ascoltare, sostenere e valorizzare le persone diventerà sempre di più l’add on competitivo per una C-Suite chiamata a governare complessità, innovazione e benessere in modo integrato.

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