Gestione Aziendale

Investimenti, agenti e competenze: nel 2026 il Ceo diventa il vero regista dell’AI in azienda

Il report “AI Radar 2026” di BCG X evidenzia come i Ceo stiano assumendo un ruolo di primo piano nella trasformazione AI, raddoppiando gli investimenti e guidando lo sviluppo delle competenze aziendali

di Gianni Rusconi

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Molti addetti ai lavori sono convinti del fatto che l’intelligenza artificiale sia già passata dallo status di tecnologia sperimentale a quello di leva strategica per la competitività aziendale. Per chi avesse ancora dubbi in proposito, il 2026 dovrebbe segnare un punto di svolta ulteriore: l’AI non è più solo una questione di investimenti o di innovazione, bensì di leadership e di governance. E a guidare la trasformazione non sono più – o non soltanto – i Cio, i Chief digital officer o le funzioni IT, ma direttamente i Ceo. Lo dice in modo chiaro il report “AI Radar 2026” realizzato da BCG X, basato sulle risposte di 2.360 top manager in 16 Paesi (Italia compresa) e nove settori industriali.

I numeri dello studio sono eloquenti. Le aziende prevedono di raddoppiare la spesa in intelligenza artificiale nel corso dei prossimi dodici mesi, portandola in media all’1,7% dei ricavi, una percentuale più che doppia rispetto all’incremento registrato nel 2025. Il salto in avanti è molto indicativo perché va contestualizzato in uno scenario di incertezza macroeconomica prolungata, che non sembra destinata a rallentare nemmeno in assenza di ritorni immediati: il 94% delle imprese dichiara infatti che continuerà a investire in AI anche se i benefici non saranno visibili nel breve periodo.

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Da “osservatore” a decisore

Se guardiamo alla tendenza per industry, inoltre, la ricerca conferma come tutti i settori industriali aumenteranno la spesa in intelligenza artificiale, con le istituzioni finanziarie e quelle tecnologiche a guidare la classifica dei comparti più virtuosi (grazie a investimenti che si attesteranno intorno al 2% dei ricavi) mentre industria e real estate viaggiano su livelli più contenuti (intorno allo 0,8%). C’è, casomai, un differente livello di aspettativa a livello geografico. Nei Paesi asiatici – India e Cina in testa – circa tre Chief Executive Officer su quattro si dicono convinti che l’intelligenza artificiale ripagherà in termini di ROI mentre in Occidente prevale un atteggiamento più prudente: negli Stati Uniti la quota scende al 52%, nel Regno Unito al 44% e la media in Europa (dove prevale la percezione di investire per non restare indietro) arriva al 61%. In Italia, secondo il campione di manager oggetto di indagine, restano centrali le preoccupazioni legate a data privacy e cybersecurity, al controllo delle decisioni prese dagli algoritmi e ai costi crescenti. Temi che, insieme all’impatto ambientale dell’AI, continuano a rappresentare un freno soprattutto per le piccole e medie imprese. «Nonostante il quadro generale incerto – ha però sottolineato Christoph Schweizer, Ceo di Boston Consulting Group - questa crescita della spesa riflette quanto l’AI sia diventata una priorità assoluta per il mondo del business. L’intelligenza artificiale non è più confinata ai team IT o di innovazione ma sta ridisegnando strategia e operazioni dall’alto verso il basso, con i Ceo che assumono un ruolo guida».

Il dato più significativo riguarda proprio il cambio di governance. Il 72% dei Ceo afferma infatti di essere alla guida dei progetti di trasformazione basati su questa tecnologia, una percentuale ancora una volta doppia rispetto all’anno precedente. Molti amministratori delegati, secondo il rapporto di BCG X, stanno investendo in prima persona sulle proprie competenze, dedicando tempo all’upskilling e spingendo sull’accelerazione delle capacità dell’intera organizzazione. Non si tratta solo di sponsorship o di indirizzo strategico ma di un cambio di approccio che, a detta di Schweizer, «segna una grande differenza rispetto al passato, perché comporta un’accelerazione dello sviluppo delle competenze in tutta l’organizzazione, un controllo più attento del ritorno degli investimenti e una misurazione più puntuale dell’efficienza dei processi».

Tale responsabilità, però, ha anche un rovescio della medaglia. La metà dei Ceo ritiene infatti che il proprio ruolo sia in gioco se l’AI non dovesse produrre risultati concreti, a conferma di una pressione che impone alle figure apicali dell’azienda scelte rapide e (contestualmente) capacità di delegare. «Il Ceo diventa di fatto il capo dell’AI, il principale decisore sulle iniziative che riguardano questa tecnologia, e avrà successo chi saprà trovare il giusto equilibrio tra la responsabilità di guidarne l’adozione e il ruolo del management nel portare avanti lo stesso obiettivo».

Tra pionieri, pragmatici e follower: come cambia la leadership

Il report di BCG individua tre archetipi di Ceo che riflettono il rapporto dei top manager dell’impresa con l’AI. Solo il 15% di essi può infatti essere definito “trailblazer”, e parliamo di coloro credono fortemente nel ritorno della spesa in intelligenza artificiale, investono in modo deciso e puntano su un rapido sviluppo delle competenze. Il 70% è composto invece dai “pragmatici”, e cioè coloro aprono i cordoni della borsa quando il valore è evidente e il rischio contenuto. Il restante 15% rientra infine tra i “follower”, i più cauti e meno convinti delle potenzialità della tecnologia. Le differenze fra le tre categorie emergono con evidenza sul fronte dell’upskilling. I Ceo pionieri destinano circa il 60% del budget AI alla riqualificazione della forza lavoro, contro il 27% dei pragmatici e il 24% dei follower. E sono anche quelli che stanno puntando con maggiore decisione sugli agenti di AI (a cui viene destinata oltre la metà degli investimenti previsti nel 2026) e sul loro impiego end-to-end nei processi aziendali, convinti (nel 90% dei casi) del fatto che tali strumenti produrranno ritorni misurabili già nei prossimi dodici mesi. «Gli agenti – ha spiega Schweizer in proposito - saranno pervasivi e questo comporterà un ripensamento profondo di organizzazione, governance e flussi operativi. Si parla infatti sempre più di prodotti e servizi AI native e l’impatto economico di un uso pervasivo della tecnologia nei processi è tangibile e misurabile».

Il messaggio che emerge dallo studio di BCG X è insomma abbastanza esplicito, e conferma le risultanze di altri studi in materia. La sfida che devono affrontare e superare le imprese è più manageriale che non tecnologica e il consiglio che arriva dal Ceo di BCG è in tal senso altrettanto chiaro: «Serve fare dell’AI la priorità chiave, creare una vera cultura dell’intelligenza artificiale in tutta l’organizzazione, investire a scala e misurare i ritorni. La forza lavoro del futuro sarà ibrida, composta da persone e agenti, e in questo scenario le vecchie metriche di efficienza non possono più bastare e i leader dovranno saper governare questo nuovo equilibrio».

Nel 2026 il rapporto tra il vertice aziendale e l’intelligenza artificiale entrerà quindi in una nuova fase di maturità; l’AI diventa un fattore strutturale di governo dell’impresa e Ceo e C-suite sono chiamati a trasformarsi in decisori diretti dell’AI, assumendo la responsabilità non solo delle scelte tecnologiche ma anche degli impatti organizzativi, culturali ed economici. La leadership aziendale, questo l’assunto finale, sarà sempre più misurata sulla capacità di guidare l’adozione della tecnologia e di tradurla in valore concreto e misurabile.

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