Made in Italy

I salumi resistono alla crisi: esportazioni in crescita del 5,3% e consumi interni in tenuta

L’espansione in Europa permette di assorbire la frenata negli Stati Uniti causata dei dazi. Dati positivi nonostante le criticità legate al costo della carne alla peste suina in occasione dell’assemblea Assica (che compie 80 anni)

di Giorgio dell'Orefice

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Al di là dei dazi di Trump e delle perturbazioni internazionali: il settore dei salumi made in Italy ha chiuso un 2025 molto positivo con una lieve crescita della produzione, un consolidamento del fatturato (9,6 miliardi di euro, pari al +1,9%) e, nonostante le problematiche internazionali, ha raggiunto il record delle esportazioni con un giro d’affari di 2,5 miliardi e una crescita rispetto all’anno precedente del 5,3% sia in volume che in valore.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

I positivi numeri del settore della salumeria italiana saranno al centro dell’assemblea di Assica (l’associazione delle industrie dei salumi e delle carni preparate) in calendario il prossimo 18 giugno a Roma.

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Mercato interno in salute

«I dati confermano – ha commentato il presidente di Assica, Lorenzo Beretta – che nonostante il contesto economico dominato dall’incertezza e dalla prudenza dei consumi, il nostro comparto ha registrato una lieve crescita sul mercato interno. Nel 2025 la produzione nazionale si è attestata a 1,173 milioni di tonnellate, in aumento dello 0,6% rispetto all’anno precedente, per un valore complessivo di 9,643 miliardi di euro (+1,9%). La disponibilità al consumo sul mercato nazionale ha raggiunto 989.200 tonnellate con un leggero miglioramento di 0,5%, mentre il consumo apparente pro capite ha raggiunto quota 16,6 chilogrammi annui, confermando il ruolo che i salumi continuano a occupare nelle abitudini alimentari degli italiani».

Sempre con riferimento al mercato interno, Assica sottolinea come il prodotto più consumato resti il prosciutto cotto (con una quota di mercato del 28,1% del totale dei salumi consumati in Italia). A seguire il prosciutto crudo stagionato (21%), la categoria mortadella e wurstel (19,6%), il salame con l’8,3% e la bresaola con il 2,4 per cento.

Export: più Europa, meno Usa

A un mercato interno in sostanziale tenuta ha fatto da positivo contraltare l’export, che anche nel primo trimestre cresce in quantità (+1,9%) a fronte di una lieve moderazione dei prezzi. «La dinamica evidenzia un aggiustamento sul fronte prezzi cresciuti a inizio 2025 in maniera più vigorosa rispetto alle quantità», commentano da Assica, che per il 2026 stima come «in uno scenario di veloce ritorno alla stabilità internazionale e contenimento dell’inflazione, le prospettive per i prossimi mesi restano positive».

A trainare la crescita nel 2025 sono stati soprattutto i mercati dell’Unione europea, che hanno assorbito 163.810 tonnellate di salumi italiani per un valore di 1,695 miliardi di euro, con incrementi rispettivamente del 6,4% e del 6,6% rispetto al 2024. Più contenuta, invece, la crescita nei Paesi terzi, dove le esportazioni hanno raggiunto 67.835 tonnellate per un valore di circa 811 milioni di euro, in aumento rispettivamente del 2,9% e del 2,6 per cento.

Tra i principali mercati europei si segnalano le ottime performance registrate in Spagna con 11.304 tonnellate (+30,7%) per un valore di 71,8 milioni di euro (+18,1%), e Regno Unito, +7,6% in quantità e +6,6% in valore, con invii per 18.919 tonnellate e 240,6 milioni di euro. Francia e Germania si sono confermati primi due mercati di destinazione in termini assoluti, con un valore complessivo di circa 867 milioni di euro e, da soli, assorbono oltre il 50% delle spedizioni di salumi made in Italy. Sul fronte extra europeo restano positivi i risultati ottenuti in Canada (con progressi significativi dopo l’entrata in vigore dell’accordo Ceta) mentre gli Stati Uniti, primo mercato extra Ue per i salumi italiani, hanno registrato una flessione sia in volume (-3,8%) sia in valore (-5,8%), risentendo dell’incertezza del quadro commerciale internazionale e delle difficoltà legate all’accesso ai mercati.

Gli 80 anni di Assica

Nel corso dell’appuntamento della prossima settimana Assica celebrerà, tra l’altro, anche i propri 80 anni di attività.

«Siamo partiti con un piccolo gruppo di aziende familiari – ricorda il presidente di Assica, Lorenzo Beretta – e oggi siamo arrivati a 180 associati. La nostra organizzazione ha accompagnato lo sviluppo del settore e in particolare la sua proiezione internazionale. Agli inizi il mercato era solo nazionale, al massimo spedivamo qualche prodotto in Svizzera. Adesso siamo presenti in più di cento Paesi spesso con prodotti, come il prosciutto crudo, che i consumatori internazionali non conoscevano mentre adesso è per loro più che familiare. Continueremo su questa strada, quella cioè dell’apertura dei mercati anche grazie agli accordi internazionali».

Un contributo verrà anche da prodotti della nostra tradizione che ancora non conosciuti all’estero. «Penso in particolare a pancetta e guanciale – continua Beretta –che stanno conoscendo un forte apprezzamento sui mercati grazie alla diffusione di ricette italiane come la pasta alla carbonara o all’Amatriciana. E penso alla bresaola, prodotto dalle grandi qualità salutistiche e quindi perfetto per il consumatore internazionale. La bresaola per spiccare definitivamente il volo all’estero attende solo che le relative esportazioni vengano autorizzate verso gli Stati Uniti. Noi ci puntiamo molto».

La lotta alla peste suina

Non mancano comunque le criticità. Resta sempre alta l’attenzione sul fronte della pesta suina africana (Psa). Al momento l’unico cluster aperto è quello del Nord Ovest dove sono stati rinvenuti alcuni focolai nel cuneese molto prossimi ad alcuni allevamenti.

«Sono già partite le attività di sorveglianza rinforzata – spiega il direttore di Assica, Davide Calderone – usando i “binomi cane-uomo”. Si tratta di una strategia che prevede prima l’utilizzo di cani molecolari addestrati per individuare le carcasse di cinghiali che sono veicolo del virus. In seguito, intervengono gli addetti specializzati per rimuoverle e bonificare l’ambiente».

Altro punto critico è l’Appennino. A breve sarà realizzato un “barrieramento” nei pressi dell’autostrada A1 e di Barberino del Mugello per contenere l’infezione e partire con la bonifica dei territori.

«L’idea – ha aggiunto Calderone – è quella di tracciare una “linea gotica” per evitare che l’infezione si propaghi verso Sud. Allo stesso modo un’altra zona sulla quale c’è la massima attenzione è quella compresa tra le provincie di Parma e Piacenza. Si tratta di un’area – ha aggiunto il direttore di Assica – con un’alta intensità di aziende di trasformazione che già stanno subendo danni per le limitazioni all’export dalle zone sottoposte a restrizione. Anche in quel territorio è stata avviata un’attività di sorveglianza e ricerca delle carcasse per giungere poi rapidamente alla bonifica».

Limiti all’import di carne dal Brasile

Questo il quadro al momento della lotta alla peste suina africana. Uno scenario al quale da qualche giorno si è aggiunto un nuovo fronte caldo. «Si tratta dell’iniziativa di Bruxelles – prosegue Calderone – che ha messo nel mirino le importazioni di carne bovina dal Brasile. L’indagine Ue riguarda l’utilizzo da parte degli allevatori brasiliani di antibiotici vietati in Europa. Iniziativa che prescinde dall’intesa Ue-Mercosur. Un possibile stop all’import di carne bovina dal Brasile può creare più di una difficoltà alla filiera della bresaola italiana che utilizza in gran parte come materia prima carne bovina brasiliana. Sarebbe inoltre una brutta tegola per il settore della Bresaola della Valtellina, che dopo il ridimensionamento della produzione di carni bovine in Europa negli ultimi anni già da qualche tempo è alle prese con quotazioni molto elevate delle materie prime».

Secondo i dati comunicati dal Consorzio di tutela dell’Igp questa settimana, la produzione 2025 è diminuita del 5,5% sul 2024, mentre il valore al consumo è cresciuto del 4,6% a 502 milioni di euro e l’export del 32 per cento.

«Le licenze Gatt (General agreement on tariffs and trade), che consentono l’importazione di carne con un dazio agevolato del 20% – spiegano dal Consorzio – restano infatti vincolate ma negli ultimi anni non vengono più impiegate soltanto per l’importazione di tagli nobili (come la fesa utilizzata per la produzione di bresaola, ndr) ma anche per numerose altre lavorazioni. Di conseguenza, il ricorso alle importazioni in regime extra-Gatt è diventato strutturale e quasi inevitabile per i produttori di bresaola».

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