Musica

I Beatles sono più popolari di Gesù (da ormai 60 anni)

Il 4 marzo 1966 John Lennon pronunciò la celebre frase che scandalizzò il mondo. Storia e geografia della prima polemica globale del pop

di Francesco Prisco

L’intervista dell’Evening Standard a John Lennon in cui l’artista pronunciò l’affermazione che sconvolse l’opinione pubblica Usa

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Inutile girarci intorno: i Beatles hanno inventato praticamente tutto. Nella popular music e non solo. E, in questo loro inventare tutto, raggiunsero livelli di popolarità inimmaginabili per chiunque, figuriamoci per quattro ventenni della working class britannica. Nessuno, prima di loro, aveva mai messo in piedi una band in cui tutti cantano perché tutti contano, nessuno aveva occupato contemporaneamente le prime cinque posizioni della Billboard Hot 100, nessuno aveva ottenuto un titolo nobiliare grazie al successo discografico. E nessuno, prima di loro, aveva mai innescato una polemica di portata planetaria, capace di scandalizzare contemporaneamente la destra religiosa americana e il Vaticano, il Messico e la Spagna. E far oscillare la Borsa di Londra.

Continuando intorno a questo concetto: nessuno, prima di allora, si era mai accorto di quanto le parole di una popstar potessero influire sulla vita di tutti, perché nessuno si era mai accorto che gli intrattenitori - cantanti, attori, artisti vari che fossero - sono anche «influencer», termine oggi abusato che tuttavia nessuno frequentava prima dell’invenzione dei social network.

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A spingere la storia in avanti, ci pensò suo malgrado John Lennon, 25enne che la band di Liverpool la aveva fondata: il 4 marzo 1966, esattamente 60 anni fa, uscì sul quotidiano inglese Evening Standard la prima di una serie di interviste curate da Maureen Cleave dal titolo Come vive un Beatle? («How does a Bealte live?»). Tutto partiva da un’idea del manager dei Fab Four Brian Epstein, la cui intenzione era far capire là fuori che nel caso dei suoi assistiti, oltre alla patina di un successo senza precedenti, c’era anche tanta sostanza. Artistica, intellettuale e umana.

Non era infatti una fase banale nella storia dei Beatles: a dicembre del 1965 era uscito un capolavoro intitolato Rubber Soul. Ad agosto del 1966 sarebbe uscito un altro capolavoro, Revolver. Due dischi fondamentali che contribuirono alla definizione del canone della popular music contemporanea.

Dal momento che, raggiunto il successo mondiale, i Beatles possono fare quello che vogliono, perché allora non farli esprimere sui massimi sistemi? Ecco a voi John, Paul, George e Ringo che discettano di cultura giovanile, politica, droghe, sesso e... religione. Ci sta, quant’è vero che i quattro ragazzi di Liverpool erano sempre risultati efficaci nei loro incontri con la stampa.

Nella sua intervista, tuttavia, Lennon si abbandona a qualche valutazione di questo tipo: «Il cristianesimo scomparirà. Diverrà obsoleto e si estinguerà. Non ho bisogno di discuterne, ne sono certo e i fatti mi daranno ragione. Noi adesso siamo più popolari di Gesù. Non so cosa scomparirà prima, il rock ’n’ roll o il cristianesimo. Gesù era a posto, ma i suoi discepoli erano limitati e mediocri. Sono loro che lo distorcono e lo rovinano ai miei occhi». Parole forti inserite nel più generale contesto di un discorso intorno al rapporto tra i giovani degli anni Sessanta e la religione. Dichiarazioni che neanche erano state richiamate nella titolazione dall’Evening Standard.

Il cristianesimo scomparirà. Diverrà obsoleto e si estinguerà. Non ho bisogno di discuterne, ne sono certo e i fatti mi daranno ragione. Noi adesso siamo più popolari di Gesù. Non so cosa scomparirà prima, il rock ’n’ roll o il cristianesimo. Gesù era a posto, ma i suoi discepoli erano limitati e mediocri. Sono loro che lo distorcono e lo rovinano ai miei occhi

John Lennon, Marzo 1966

Là per là non succede nulla. I social network, d’altra parte, non esistevano ancora e una polemica ci metteva settimane, addirittura mesi prima di prendere quota. Tuttavia di lì a poco, in preparazione del tour americano dell’estate 1966, l’addetto stampa dei Beatles Tony Barrow ha la geniale idea di concedere ad alcuni giornali Usa la possibilità di riutilizzare i testi delle interviste in questione. Tra le testate selezionate c’è la rivista per adolescenti Datebook, diretta da Art Unger, un giornalista liberal, favorevole all’integrazione razziale e critico con la guerra in Vietnam.

La copertina di Datebook di settembre 1966 che riprendeva l’intervista a Lennon con la celebre frase

Ma al tempo stesso amante dei titoli a effetto: eccoti la prima pagina con il faccione di Paul McCartney e un po’ di dichariazioni gridate. Macca che parla dell’America e dice: «È un paese schifoso dove chiunque sia nero è un sporco negro!» John che dice: «Non so cosa sparirà prima: il rock ’n’ roll o il cristianesimo!» Il direttore di Datebook scommette tutto sulle questione razziale e a luglio invia in anteprima diverse copie del numero di settembre della rivista alle radio del Sud degli States, con l’intento di far discutere. Ma sbaglia previsione: non saranno le parole di Paul, quanto piuttosto quelle di John a creare dibattito.

E che dibattito: il disc jockey Tommy Charles, della radio Waqy di Birmingham, Alabama, dice in diretta: «Per me basta. Non metterò più i Beatles». Ne nasce una campagna in cui il network chiede agli ascoltatori di disfarsi di dischi e merchandising dei Beatles. Nasce una seconda, poi una terza campagna anti Beatles nel sud degli States. Nemmeno il New York Times, il più importante quotidiano americano, restò a guardare e scrisse un articolo molto critico sulle dichiarazioni di Lennon.

Anche il Vaticano, pur alle prese con le innovazioni del Concilio conclusosi tre mesi prima, stigmatizza quelle parole e manifestazioni popolari anti Beatles si registrano in Messico, Spagna e Sudafrica. Il Ku Klux Klan scende sul piede di guerra. Partono i roghi di dischi dei Beatles su cui Epstein inizialmente minimizza: «Se i ragazzi bruciano i nostri dischi, vuol dire che prima li hanno comprati». Contemporaneamente la Northern Songs, società detentrice dei diritti delle canzoni di Lennon e McCartney, ha una brutta debacle sulla Borsa di Londra.

L’intervista a Lennon ripresa su Datebook

Come se ne esce? In un primo momento si pensa addirittura di pubblicare un 45 giri con un messaggio di scuse di Lennon. Ma John non ne vuole sapere. Eccoti allora Lennon che, atterrato a Chicago ad agosto per l’inizio del tour Usa, si cosparge il capo di cenere in conferenza stampa: «Immagino che se avessi detto che la televisione era più popolare di Gesù, me la sarei cavata. Mi dispiace di aver aperto bocca. Non sono contro Dio, contro Cristo o contro la religione. Non stavo criticando nulla. Non stavo dicendo che noi siamo più grandi o migliori di loro».

Gli chiedono che idea abbia di Dio. Lui risponde: «Non lo vedo come un vecchio in cielo. Credo che quello che la gente chiama Dio sia qualcosa che è in tutti noi». Quanto alle sue dichiarazioni di qualche mese prima, «se volete che mi scusi, se questo vi renderà felici, allora va bene, mi dispiace».

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Torna tutto com’era? Più o meno. Il rogo di dischi programmato per l’indomani si ferma, ma il Ku Klux Klan non rinuncia a qualche altra manifestazione anti Beatles già organizzata. L’Osservatore Romano accetta le scuse per conto del Soglio Papale e al direttore di Datebook viene chiesto di consegnare il pass stampa per il tour. Lui rifiuta e John, uno che adorava navigare controcorrente, gli dà ragione. La polemica, in ogni caso, a Unger aveva portato bene: la rivista con quel numero vendette la cifra stratosferica di un milione di copie.

Immagino che se avessi detto che la televisione era più popolare di Gesù, me la sarei cavata. Mi dispiace di aver aperto bocca. Non sono contro Dio, contro Cristo o contro la religione. Non stavo criticando nulla. Non stavo dicendo che noi siamo più grandi o migliori di loro. Se volete che mi scusi, lo faccio

John Lennon, Agosto 1966

Il tour finisce e, alle ultime conferenze stampa, il team di Epstein fa pressioni: viene chiesta ai giornalisti la «cortesia» di non fare più domande sulla questione. Ma i Beatles, ancora una volta, sorpassano a sinistra il loro management: John manifesta solidarietà ai giovani americani che bruciano le cartoline militari e si rifiutano di partire per il Vietnam, la band condanna esplicitamente la guerra come ingiusta.

E soprattutto capiscono una cosa: se per suonare dal vivo in giro per il mondo devi scendere a compromessi, meglio smettere. Quello del 29 agosto 1966 a Candlestick Park, San Francisco, sarà il loro ultimo concerto aperto al pubblico. Dopo di allora solo registrazioni in studio, sperimentazione, la musica intesa come arte, una raffica di dischi memorabili in cui spiccano Sgt. Pepper, il White Album e Abbey Road. E una nuova consapevolezza: un successo senza precedenti comporta responsabilità senza precedenti. Nei confronti del pubblico, certo, ma ancora di più nei confronti della propria arte, dei propri valori, della propria visione del mondo. Una lezione che oggi dovremmo ripassare tutti quanti. Leader del mondo compresi.

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