Agricoltura e commercio

Grano e commodity agricole, Anacer: prezzi al rialzo ma nessun allarme approvvigionamenti

Italia sempre meno autosufficiente, ma secondo il presidente dei trader Andrea Galli, non si creerà un allarme scorte. Tra le carenze situazione peggiore per mais e soia, la cui offerta è concentrata in Brasile e Stati Uniti, importanti per la filiera zootecnica

di Alessio Romeo

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«Non c’è nessun allarme approvvigionamenti, solo un tema di aumento dei costi. Vista in una prospettiva storica, la crisi di Hormuz, così come la guerra in Ucraina del 2022, ha richiesto uno-due mesi per adeguare le coperture assicurative, ma il grano e le altre commodity, fertilizzanti inclusi, continuano ad arrivare. Le navi continuano a viaggiare. I silos a Ravenna sono pieni di urea: basta pagare di più». A parlare è Andrea Galli, presidente dell’Anacer, l’associazione nazionale cerealisti che rappresenta i trader del settore che ogni anno importano circa 26 milioni di tonnellate tra cereali, semi oleosi e farine proteiche, con un giro d’affari di 9 miliardi. A Roma l’assemblea ha appena eletto il consiglio direttivo che il 23 giugno nominerà il nuovo presidente dell’associazione che quest’anno compie 80 anni. «Solo il Covid ha creato problemi al commercio – dice Galli– per la difformità delle regole sanitarie».

Le nuove rotte del grano

Negli ultimi vent’anni le rotte del grano sono cambiate, spostandosi da Ovest a Est, e l’Italia, già strutturalmente deficitaria, ha perso quote importanti in comparti strategici come il mais, dove l’import è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni e, secondo le stime dell’associazione, dovrebbe arrivare quest’anno a coprire il 60% del fabbisogno, mentre il deficit di frumento tenero nella campagna 2026 che si chiude a luglio è stimato al 70% (quello del grano duro è al 43%). Anche l’import di soia, che copre circa l’80% del fabbisogno, è praticamente raddoppiato in dieci anni in risposta a un fabbisogno crescente dell’industria mangimistica.

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«L’Italia non sarà mai autosufficiente ma io non mi preoccuperei per i cereali, che si troveranno sempre e se manca un fornitore si può sostituire facilmente (quest’anno l’import dalla Francia è quasi raddoppiato in sostituzione di quello ucraino, ndr) quanto piuttosto – aggiunge – per quello di soia, la cui offerta è concentrata in due paesi, Brasile e Stati Uniti, e soprattutto di carni. Se manca il grano si trova, se manca la soia è un problema».

L’impatto sulla zootecnia e biocarburanti

La crisi della zootecnia (che è alimentata dalle produzioni di soia e mais) è stata sottovalutata: «Per gli avicoli siamo autosufficienti ma l’import di carni bovine è arrivato al 50 per cento. Gli allevamenti hanno un valore aggiunto molto più alto rispetto ai seminativi, tanto che persino il Brasile, che avrà un ruolo sempre più dominante sui mercati, sta adottando il nostro modello intensivo convertendo i grandi spazi degli allevamenti estensivi alle colture intensive. Inoltre il grano che arriva sappiamo come è prodotto, per la carne è più difficile».

Per questo, prosegue Galli, «l’Europa deve puntare con forza sulla produzione di proteine vegetali, oltre che a costruire una filiera dei biocarburanti, visti i costi crescenti dei combustibili fossili, ma con regole chiare e, soprattutto, applicabili». Un esempio sono quelle sulla deforestazione, che puntano a impedire l’import di prodotti (leggi soia) ottenuti su terreni deforestati, attraverso un complesso sistema di certificazioni.

L’Italia è diventata il primo produttore europeo con circa 1,2 milioni di tonnellate di soia Ogm free, «che ha un mercato in crescita legato anche all’alimentazione umana – dice ancora Galli – ma non basta e l’aumento costante dei prezzi dal 2022 ha tolto spazio anche a questa nicchia. La produzione di proteine vegetali è un procedimento molto costoso, in Nord Europa sono stati fatti grossi investimenti ma non basteranno a coprire il fabbisogno».

Gli aiuti europei all’export che un tempo contribuivano a sostenere la produzione negli ultimi vent’anni sono stati smantellati. «L’Italia esportava farine e semola di mais, oggi dobbiamo soddisfare una domanda molto rigida perché la produzione avicola è fortissima ma una quantità crescente del raccolto nazionale finisce al biogas, con meno costi e redditività, è una soluzione al ribasso».

Conto della crisi pagato dall’agricoltura

L’agricoltura è il settore che sta pagando il conto più alto della crisi geopolitica, con i costi dei fertilizzanti raddoppiati in tre mesi mentre i prezzi all’origine, complici le alte scorte, sono bassi. Molti agricoltori stanno rivedendo le semine verso colture meno energivore. «L’agricoltura riparte ogni anno, i produttori faranno i loro conti. Il mondo agricolo è molto vivo, ma bisogna investire – sottolinea Galli –. Non possiamo fare solo mozzarella di bufala Dop o mangiare tutti Parmigiano. Dobbiamo produrre quello che serve, è un ragionamento che gli agricoltori devono fare con l’industria, rafforzando il dialogo da entrambe le parti. Le nuove generazioni stanno migliorando, anche se le dimensioni aziendali restano un limite, ma devono essere spinti a produrre quello che serve in Europa, e la politica dev’essere attenta a garantire la concorrenza tra compratori. Sarei contento se tagliassimo il deficit come abbiamo fatto per il latte, grazie al traino della capacità di valorizzare i formaggi».

Il ruolo della Commissione Unica

La nuova commissione unica sui prezzi del grano duro dovrebbe servire a rilanciare la produzione di qualità e, possibilmente, i listini. «Se la Cun contribuirà a portare qualche soldo in più agli agricoltori e certezze all’industria alimentare saremo i primi a essere contenti. I produttori hanno la possibilità di investire di più sulla qualità guadagnando di più. Le borse merci sono tante ma sono lo specchio del nostro modo di vedere le cose, il problema è che abbiamo solo quotazioni spot e niente sui contratti a termine. L’informazione è fondamentale».

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