Previdenza

Gli Etf battono i fondi pensione ma va considerato il Fisco

I rendimenti a dieci anni sono deludenti colpa dei tassi ai minimi, della troppa prudenza e dei costi. I cloni avrebbero fatto di più

di Federica Pezzatti

(Imagoeconomica)

3' di lettura

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Fondo pensione o fai da te? La pensione di scorta è una cosa seria e va costruita con mattoncini solidi ed efficienti. Anche perché quando si arriva al traguardo pensionistico è troppo tardi per rimediare sanando la casa che scricchiola e vacilla sotto il peso dei costi e della sbagliata asset allocation iniziale del “secondo pilastro”.

Il confronto

Se si confrontano le performance d’insieme delle forme di previdenza complementare con dei semplici Etf selezionati da Consultique in base alla vocazione delle diverse linee, ci si accorge che i cloni hanno più sprint.

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Nell’ultimo decennio i risultati sono stati particolarmente magri per la previdenza integrativa, in particolare per le linee più gettonate dagli iscritti, ossia per le obbligazionarie e garantite, complici i tassi molto bassi che hanno caratterizzato buona parte del periodo considerato (funestato anche dal repentino rialzo del 2022-23 nonchè dall’impennata inflazionistica).

IL CONFRONTO

Rendimenti netti medi annui nel decennio 2015-2024. In %

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Le linee azionarie

Ma partiamo da chi ha ottenuto i risultati migliori, ossia le linee azionarie attualmente scelte però solo dall’11% degli iscritti. Ci troviamo di fronte a rendimenti pari al 4,7% medio annuo (al netto dei costi) per fondi aperti e Pip e al 4% per i negoziali. Un Etf sull’indice Msci world (rappresentativo delle borse mondiali) avrebbe reso invece ben il 10% medio annuo. Una bella differenza che si spiega in parte con il fatto che, generalmente, le linee azionarie della previdenza complementare non sono pure, ossia, nonostante il nome, investono solo una certa percentuale sulle Borse (93% per le linee Pip e al 61% per i negoziali e al 78%per i fondi aperti).

Bilanciati e obbligazionari

La gara non va meglio per le linee obbligazionarie miste dei fondi negoziali che hanno reso il 2,4% (in linea con la rivalutazione del Tfr) mentre gli Etf considerati da Consultique (75% bond e 25% azioni) hanno guadagnato il 3,8% medio annuo, un risultato ben al di sopra dell’ancora più deludente performance degli aperti fermi allo 0,7% medio annuo. Ancora più imbarazzante il confronto per le linee bilanciate, con i fondi negoziali che hanno reso negli ultimi 10 anni il 2,5% mentre i fondi aperti il 2,7% (1,7% i Pip) che si confrontano con un 6,62% ottenuto da un paniere di Etf composto al 50% da bond e al 50% azioni che ha messo a segno il 6,62%. Probabilmente si tratta di difformità di benchmark ma queste differenze sono eclatanti e risentono, come nota la Covip, anche dei costi che sul lungo periodo fanno la differenza.

L’asso nella manica del Fisco

Certo va ricordato che gli strumenti di previdenza complementare godono della deducibilità che avvantaggia, paradossalmente, soprattutto chi ha maggiori redditi. Questo è il vero asso nella manica di negoziali, aperti e Pip rispetto al fai da te. Come elaborato da Consultique, per esempio, un lavoratore con un reddito di 45mila euro, versando 5.164 euro l’anno per 10 anni su un fondo pensione, ha un vantaggio fiscale di 18.074 euro che sale a 22.205 per chi ha redditi di 80mila euro. «Dobbiamo però considerare che al momento del pensionamento i contributi versati verranno tassati con un’aliquota tra il 15% al 9% (a seconda della permanenza nel fondo pensione) – spiega Paola Ferrari, consulente finanziario di Consultique– . Ipotizzando un’anzianità di 10 anni nel fondo verrà applicata aliquota pari al 15%. Pertanto la tassazione dell’iscritto sarà pari a 7.746 euro con un vantaggio fiscale che si “riduce” a 10.328 euro per chi guadagna 45mila euro e a 14.459 euro per chi arriva a 80mila euro di reddito annuo.

ro per chi arriva a 80mila di reddito annuo.

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