ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più
Influenze sotto traccia
Gli attori esteri in movimento sulla Libia. Fra otto mesi, il bivio: unificazione o rottura?
Il percorso di riforma costituzionale che porta alle elezioni del prossimo febbraio è avviato. Gli esisti non sono scontati. Intanto, Washington, Roma e pure Ankara si muovono per la stabilità. Pechino e Mosca in direzione opposta. In ballo, energia e infrastrutture. Siamo tutti concentrati su Ceuta e Hormuz, ma il tema libico è caldo e merita la massima attenzione
A Tripoli, in Libia, alcuni soldati mostrano il segno della "V" dal loro veicolo blindato mentre pattugliano la zona dopo gli scontri tra milizie pesantemente armate (Foto AP/Yousef Murad)
Mentre siamo tutti concentrati su Ceuta, su Hormuz e sul riequilibrio militare in Medioriente, la Libia si sta avvicinando a un punto critico. La prossima primavera potrà dare una svolta di enorme stabilizzazione, oppure – in caso fallisca la riunificazione istituzionale – portare il Paese in una nuova fase di polarizzazione. A giugno, infatti, è stato siglato un accordo tra le principali istituzioni per organizzare elezioni presidenziali e parlamentari simultanee entro il febbraio 2027. L’organismo di supervisione include il governatore della Banca Centrale, il presidente della commissione elettorale nazionale, due membri della Commissione militare congiunta 5+5 e rappresentanti delle forze di sicurezza dell’Est e dell’Ovest. Previsto un anche emendamento costituzionale condiviso, passaggio necessario per definire il quadro giuridico delle elezioni. È inoltre stato deciso che il futuro presidente eletto convochi l’Assemblea Costituente per avviare un dialogo nazionale mirato all’adozione di una Costituzione permanente. Si tratta di un elemento chiave, considerando che l’assenza di una cornice costituzionale stabile è stata una delle principali cause dei fallimenti precedenti. Nel frattempo, i quadri di mediazione promossi dalla Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) sembra fare passi indietro. L’amministrazione del Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibeh a Tripoli affronta forti pressioni da parte dei comandanti militari occidentali — tra cui le mobilitazioni e gli ultimatum lanciati da Salah Badie, alla guida della Brigata Al-Samoud — per il controllo e la distribuzione delle rendite statali gestite dalla Banca Centrale della Libia (CBL). Contestualmente, il teatro orientale rimane sotto il fermo controllo militare del Maresciallo Khalifa Haftar e dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), che continua a consolidare strutture di governo autonome a Bengasi. Di fronte a questa discrasia tra palazzi e milizie, gli attori esteri accelerano la propria presenza in forme a volte individuali, a volte multilaterali.
Chiedilo al Sole
Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
Le domande sono suggerite automaticamente da 24Ore AI sulla base del contenuto visualizzato.
Le mosse Usa tra Tripoli e Bengasi
Gli Stati Uniti hanno riaperto il dossier con il chiaro intento di agevolare una forma di unione tra le parti del Paese. C’è stato un evento a Luanda promosso da Africom al quale erano presenti i due capi di Stato Maggiore. Quello della Cirenaica e quello della Tripolitania. Un ulteriore meeting a Washington con i delegati di Haftar ha visto la partecipazione anche di Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico del premier Giorgia Meloni. Il suo nome compare nel comunicato emesso da Bengasi e indica un ruolo primario dell’Italia in queste settimane di cambiamenti. Una notizia positiva che si aggiunge a quella annunciata sempre a giugno da Palazzo Chigi. Roma, Ankara e Doha hanno firmato un protocollo per costituire una sala operativa congiunta per la locale Guardia Costiera. Obiettivo principale: il controllo dei flussi migratori. Una mossa che si inserisce sia nel percorso sollecitato dagli Usa, percorso pieno di condizionali. I vari attori giocano su piani incrociati e l’Europa non è allineata. Parigi, ad esempio, ha chiuso in autonomia un accordo con la Marina militare di Tripoli per sostenerne lo sviluppo. Ma senza includere il tema dei flussi migratori.
Loading...
Il risveglio del Dragone in Libia
Accanto alle dinamiche interne e le mosse americane, la Libia si conferma un terreno primario di competizione geostrategica globale. Il rispiegamento delle unità dell’Africa Corps della Federazione Russa presso snodi tattici chiave — tra cui la base aerea di Al-Jufra, Brak El-Shati e il corridoio di Sirte — assicura a Mosca una proiezione militare diretta a ridosso del confine meridionale della Nato. Parallelamente, la Turchia mantiene la propria presenza militare nella Libia occidentale sulla base degli accordi di cooperazione siglati con Tripoli, mentre gruppi statali cinesi valutano investimenti infrastrutturali a lungo termine. La Cina sta infatti approfittando del caos mediorientale per tornare massivamente sul terreno dell’ex Jamahiriya. Lo scorso febbraio Pechino ha inviato il proprio ambasciatore a Tripoli, dopo quasi due anni di chiusura della struttura diplomatica per motivi di sicurezza. Da allora le attività sono riprese con una certa intensità. A giugno Ma Xiwei Liang, il diplomatico di stanza in Libia, ha annunciato l’avvio di linee dirette cargo, la velocizzazione dell’emissione di visti, l’inaugurazione del centro culturale cinese e l’arrivo di aziende da Pechino. Il mese successivo TEBA Shenyang Transformer Group ha avviato le pratiche con Renewable Energy Authority of Libya per l’installazione di impianti solari. Mentre nei giorni scorsi il ministero degli esteri libico ha inviato 25 funzionari per trascorrere il mese di agosto a Pechino per un corso intensivo di relazioni internazionali. Per capirsi, gli annunci sulle nuove linee cargo sono caduti nel vuoto. Nel frattempo, Cosco ha avviato ben tre tratte, segno che per Pechino la Libia non è solo un punto di arrivo ma un potenziale hub magrebino.
La politica energetica italiana in Tripolitania
In questo contesto di movimenti tellurici, il governo italiano guidato dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni - ampiamente supportato dall’intelligence esterna - ha posto la Libia al centro del Piano Mattei per l’Africa. Il programma punta a strutturare partnership industriali ed energetiche paritarie nel Nord Africa, affermando una presenza europea autonoma per bilanciare l’influenza di quegli attori terzi citati sopra. La Libia detiene le maggiori riserve provate di petrolio greggio dell’intero continente africano, stimate in circa 48,4 miliardi di barili, unitamente a riserve di gas naturale superiori a 1.500 miliardi di metri cubi. Nonostante una capacità produttiva nominale superiore a 1,2 milioni di barili al giorno (mb/g), la produzione effettiva rimane soggetta a e interruzioni causate dai blocchi tattici imposti dalle milizie locali nei bacini di Sirte, Murzuq e Ghadames. Il ripristino della continuità operativa in questi bacini estrattivi è fondamentale per stabilizzare i mercati del greggio leggero e garantire flussi costanti di gas naturale verso l’Europa. Il pilastro industriale della cooperazione energetica italo-libica è rappresentato dallo storico accordo da 8 miliardi di dollari firmato il 28 gennaio 2023 dall’Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, e dall’allora presidente della National Oil Corporation (NOC), Farhat Bengdara, alla presenza del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibeh. Sviluppato da Mellitah Oil & Gas — joint venture paritetica tra Eni e NOC — lo sviluppo dei giacimenti a gas “Strutture A & E” nell’Area contrattuale D costituisce il maggiore investimento energetico estero realizzato in Libia negli ultimi vent’anni. Il progetto prevede l’avvio della produzione a regime entro la fine dell’anno, con un plateau target di 750 milioni di piedi cubi standard di gas al giorno (pari a circa 7,7 miliardi di metri cubi all’anno) garantito da 31 pozzi sottomarini e piattaforme offshore. Questo volume estrattivo alimenterà la rete elettrica domestica libica e assicurerà una quota costante di esportazioni verso l’Italia tramite il gasdotto GreenStream.
Il fattore Infrastrutturale per il gas e il greggio
La continuità operativa delle esportazioni energetiche libiche dipende dalla tenuta di una catena logistica integrata che collega giacimenti onshore e piattaforme offshore. I flussi di gas naturale provenienti dal giacimento terrestre di Wafa, situato 520 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e dal campo offshore di Bahr Essalam nel Blocco NC41, confluiscono direttamente presso il complesso di trattamento di Mellitah, situato vicino a Zwara. L’impianto lavora la materia prima sia per la generazione elettrica locale sia per la compressione nel gasdotto GreenStream.
Loading...
Il sito di Mellitah
Addetti agli schermi del sito Oil & Gas di Mellitah a circa 130 chilometri a Nord Ovest di Tripoli
Tuttavia, la vicinanza di Mellitah a zone costiere contese espone l’infrastruttura a rischi di vulnerabilità legati alle rimostranze delle fazioni armate locali che cercano influenza sulle allocazioni di bilancio centrali. Lungo la fascia costiera del Golfo di Sirte, i terminali marittimi di Es Sider, Ras Lanuf, Marsa El Brega e Zueitina costituiscono il collo di bottiglia principale per la monetizzazione del greggio. Eventuali blocchi presso i giacimenti interni — come il campo di Sharara (capacità di 300.000 barili al giorno), gestito dal consorzio Akakus Oil Operations (Repsol, Eni, OMV, TotalEnergies), e l’adiacente campo di El Feel, gestito da Eni e NOC — interrompono immediatamente gli approvvigionamenti ai porti di imbarco. Per tutelare tali asset, la strategia europea deve superare la sola gestione dei contratti estrattivi. Nell’ambito del Piano Mattei, gli investimenti infrastrutturali ad ampio raggio — come il progetto da 1 miliardo di dollari per l’abbattimento del flaring presso il campo offshore di Bouri — si rivelano essenziali per ammodernare gli impianti, ridurre l’impronta carbonica e integrare il tessuto economico locale nelle catene di valore energetiche.
La sfida regolatoria e finanziaria
Il quadro normativo e regolatorio del settore energetico libico risente direttamente della duplicazione delle istituzioni finanziarie statali. Il nodo centrale risiede nella frattura del sistema bancario tra la Banca Centrale della Libia a Tripoli e le strutture creditizie orientali. I conseguenti squilibri di liquidità hanno alimentato un’economia informale basata sull’arbitraggio delle lettere di credito, sulla svalutazione della valuta e sul drenaggio dei sussidi statali sui carburanti. In base al regime di sussidi vigente, i prodotti raffinati importati vengono venduti sul mercato interno a prezzi inferiori ai costi di mercato, generando margini d’arbitraggio per le reti illegali che alimentano il contrabbando via mare nel Mediterraneo e lungo le rotte terrestri del Sahel. In parallelo, i funzionari economici della regione orientale, tra cui il Ministro degli Investimenti Ali al-Qaidi, hanno sollecitato il rientro dei gruppi energetici non occidentali — come le compagnie russe Tatneft e Gazprom — per riattivare i contratti di esplorazione EPSA IV nei bacini di Sirte e Cirenaica. Questa sovrapposizione contrattuale ostacola i tentativi della NOC di mantenere un regime di licenze unificato e introduce elementi di incertezza legale per gli operatori internazionali presenti nel Paese. Le previste il prossimo anno e in parallelo il percorso di riforma costituzionale che dovrebbe amalgamare la nazione. Tale percorso va spinto e sostenuto apertamente. Al contrario, l’instabilità amministrativa rischia di cedere ad attori extra-continentali il controllo strategico sulle rotte energetiche del Nord Africa o le infrastrutture di transizione energetica verso le rinnovabili, indebolendo la proiezione geopolitica dell’Europa nel Mediterraneo. L’impegno dell’Italia è forte. La Francia, come sempre nel Magreb, rema in direzione opposta. Nei prossimi mesi dovremmo discutere di Libia quasi quotidianamente, vista la valenza che il Paese riveste per gli interessi tricolore. Paradossale che se ne parli così poco.
In questa puntata parliamo dei nuovi mutui fino a 40 anni che possono aumentare la cifra finanziabile per gli under 36; delle nuove regole europee sugli imballaggi e di cosa cambia per imprese e consumatori;...