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Negli ultimi mesi, diversi segnali hanno indicato un’accelerazione americana. L’amministrazione Trump, attraverso l’inviato per l’Africa Massad Boulos, sta lavorando a un’intesa tra le due principali reti di potere libiche: la famiglia Dabaiba a Ovest e la famiglia Haftar a Est. Secondo diverse ricostruzioni, Boulos avrebbe favorito contatti diretti tra Ibrahim Dabaiba, nipote del primo ministro Abdelhamid Dabaiba, e Saddam Haftar, il figlio di Khalifa Haftar. Negli ultimi anni Saddam ha progressivamente consolidato il proprio peso nella Libia orientale, controllata da oltre un decennio dall’apparato militare costruito dal padre. I due si sarebbero incontrati anche a Parigi, all’Eliseo, in uno dei passaggi più visibili del tentativo di costruire un nuovo equilibrio politico tra est e ovest del Paese. Anche sul terreno militare sono emersi segnali di coordinamento: ad aprile, forze dell’’Est e dell’Ovest libico hanno preso parte insieme alle esercitazioni Flintlock guidate dagli Stati Uniti nella zona di Sirte. Sul piano economico, a maggio, Chevron ed ExxonMobil hanno riattivato progetti e interlocuzioni nel settore energetico libico, altro segnale che indica lavori in corso per la stabilizzazione. Washington non sembra illudersi di poter risolvere la crisi libica nel breve periodo. L’obiettivo appare più limitato: creare un equilibrio minimo che garantisca continuità produttiva, riduca il rischio di escalation interne e contenga l’influenza di attori rivali come la Russia. Questo cambio di approccio americano potrebbe avere implicazioni importanti anche per l’Italia.
Per Roma, la Libia è protagonista quasi obbligata del quadrante strategico nordafricano – che dal punto di vista geopolitico è “l’altra sponda” italiana. La prossimità geografica, il ruolo energetico del Paese nordafricano, la pressione migratoria lungo la rotta del Mediterraneo centrale e gli interessi storici di Eni hanno fatto della stabilità libica una priorità permanente della politica estera italiana. Negli ultimi anni, però, l’Italia ha spesso agito in un quadro internazionale frammentato. Francia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e in parte Stati Uniti hanno seguito traiettorie differenti e talvolta concorrenti. Anche per questo Roma ha privilegiato una linea pragmatica, concentrata sul mantenimento dei rapporti operativi con Tripoli (la cui dimensione istituzionale è riconosciuta dall’Onu), sulla protezione degli asset energetici e sulla cooperazione in materia migratoria, senza mai rompere la relazione con Tobruk e Bangasi, vista la centralità di Haftar, o con Misurata (città-stato al centro del Paese, base di alcune delle milizie più potenti).
L’incontro del mese scorso tra Giorgia Meloni e il premier del governo di unità nazionale Abdulhamid Dabaiba va letto dentro questo contesto. Energia, gas, controllo delle frontiere e coordinamento sulla gestione dei flussi migratori sono stati al centro del colloquio. Sullo sfondo c’è una consapevolezza crescente: la sicurezza energetica del Mediterraneo sta tornando una questione geopolitica centrale.
È in questo quadro che la Libia mantiene un valore strategico evidente. Il gasdotto GreenStream collega direttamente Mellitah alla Sicilia. Eni sta portando avanti investimenti miliardari destinati ad aumentare la produzione di gas e migliorare infrastrutture che soffrono anni di sottoutilizzo e instabilità. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e la vulnerabilità dei flussi energetici regionali stanno inoltre spingendo diversi attori occidentali a cercare fonti e rotte alternative.
La novità è che, questa volta, gli interessi italiani potrebbero convergere più chiaramente con quelli americani. Washington sembra aver ormai accettato che il processo politico sostenuto dalle Nazioni Unite non sia in grado di produrre risultati concreti – una posizione frutto anche di una visione più generale di Donald Trump nei confronti delle istituzioni multilaterali. Dopo anni di transizioni incompiute, elezioni mai svolte e governi senza legittimità (innanzitutto quella legata al consenso popolare), gli Stati Uniti appaiono orientati verso una logica più transazionale: lavorare con gli attori che controllano realmente territorio, infrastrutture e apparati di sicurezza. In questo senso, l’Italia parte avvantaggiata rispetto ad altri partner europei. Roma mantiene relazioni operative consolidate, ha una presenza economica strutturale attraverso Eni e dispone di canali aperti con una parte significativa degli attori regionali coinvolti nel dossier libico, inclusa la Turchia.