Le mosse dell’inviato Massad Boulos

Il ritorno americano in Libia è una sponda per l’Italia

Gli Usa si interessano nuovamente al Paese. Obiettivi: ridurre il livello di instabilità, riattivare il settore energetico. In questo modo si riduce il margine di manovra per gli attori rivali, su tutti la Russia

di Daniele Ruvinetti

Vice comandante della Libyan National Army, Saddam Haftar  APN

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Negli ultimi mesi, diversi segnali hanno indicato un’accelerazione americana. L’amministrazione Trump, attraverso l’inviato per l’Africa Massad Boulos, sta lavorando a un’intesa tra le due principali reti di potere libiche: la famiglia Dabaiba a Ovest e la famiglia Haftar a Est. Secondo diverse ricostruzioni, Boulos avrebbe favorito contatti diretti tra Ibrahim Dabaiba, nipote del primo ministro Abdelhamid Dabaiba, e Saddam Haftar, il figlio di Khalifa Haftar. Negli ultimi anni Saddam ha progressivamente consolidato il proprio peso nella Libia orientale, controllata da oltre un decennio dall’apparato militare costruito dal padre. I due si sarebbero incontrati anche a Parigi, all’Eliseo, in uno dei passaggi più visibili del tentativo di costruire un nuovo equilibrio politico tra est e ovest del Paese. Anche sul terreno militare sono emersi segnali di coordinamento: ad aprile, forze dell’’Est e dell’Ovest libico hanno preso parte insieme alle esercitazioni Flintlock guidate dagli Stati Uniti nella zona di Sirte. Sul piano economico, a maggio, Chevron ed ExxonMobil hanno riattivato progetti e interlocuzioni nel settore energetico libico, altro segnale che indica lavori in corso per la stabilizzazione. Washington non sembra illudersi di poter risolvere la crisi libica nel breve periodo. L’obiettivo appare più limitato: creare un equilibrio minimo che garantisca continuità produttiva, riduca il rischio di escalation interne e contenga l’influenza di attori rivali come la Russia. Questo cambio di approccio americano potrebbe avere implicazioni importanti anche per l’Italia.

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Il ruolo di Roma

Per Roma, la Libia è protagonista quasi obbligata del quadrante strategico nordafricano – che dal punto di vista geopolitico è “l’altra sponda” italiana. La prossimità geografica, il ruolo energetico del Paese nordafricano, la pressione migratoria lungo la rotta del Mediterraneo centrale e gli interessi storici di Eni hanno fatto della stabilità libica una priorità permanente della politica estera italiana. Negli ultimi anni, però, l’Italia ha spesso agito in un quadro internazionale frammentato. Francia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e in parte Stati Uniti hanno seguito traiettorie differenti e talvolta concorrenti. Anche per questo Roma ha privilegiato una linea pragmatica, concentrata sul mantenimento dei rapporti operativi con Tripoli (la cui dimensione istituzionale è riconosciuta dall’Onu), sulla protezione degli asset energetici e sulla cooperazione in materia migratoria, senza mai rompere la relazione con Tobruk e Bangasi, vista la centralità di Haftar, o con Misurata (città-stato al centro del Paese, base di alcune delle milizie più potenti).

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L’incontro del mese scorso tra Giorgia Meloni e il premier del governo di unità nazionale Abdulhamid Dabaiba va letto dentro questo contesto. Energia, gas, controllo delle frontiere e coordinamento sulla gestione dei flussi migratori sono stati al centro del colloquio. Sullo sfondo c’è una consapevolezza crescente: la sicurezza energetica del Mediterraneo sta tornando una questione geopolitica centrale.

È in questo quadro che la Libia mantiene un valore strategico evidente. Il gasdotto GreenStream collega direttamente Mellitah alla Sicilia. Eni sta portando avanti investimenti miliardari destinati ad aumentare la produzione di gas e migliorare infrastrutture che soffrono anni di sottoutilizzo e instabilità. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e la vulnerabilità dei flussi energetici regionali stanno inoltre spingendo diversi attori occidentali a cercare fonti e rotte alternative.

Gli interessi convergenti

La novità è che, questa volta, gli interessi italiani potrebbero convergere più chiaramente con quelli americani. Washington sembra aver ormai accettato che il processo politico sostenuto dalle Nazioni Unite non sia in grado di produrre risultati concreti – una posizione frutto anche di una visione più generale di Donald Trump nei confronti delle istituzioni multilaterali. Dopo anni di transizioni incompiute, elezioni mai svolte e governi senza legittimità (innanzitutto quella legata al consenso popolare), gli Stati Uniti appaiono orientati verso una logica più transazionale: lavorare con gli attori che controllano realmente territorio, infrastrutture e apparati di sicurezza. In questo senso, l’Italia parte avvantaggiata rispetto ad altri partner europei. Roma mantiene relazioni operative consolidate, ha una presenza economica strutturale attraverso Eni e dispone di canali aperti con una parte significativa degli attori regionali coinvolti nel dossier libico, inclusa la Turchia.

Il quadro regionale

Anche il quadro regionale, rispetto agli anni della guerra civile, è cambiato. Ankara e Il Cairo stanno ricostruendo relazioni più cooperative su entrambi i fronti libici. Gli Emirati hanno notevolmente ridotto il livello di ingaggio diretto. La Russia resta presente soprattutto nella Libia orientale, ma il suo spazio operativo potrebbe ridursi se Washington decidesse di investire maggiormente nel dossier. Questo non significa che la Libia sia vicina a una vera stabilizzazione. Le divisioni interne restano profonde. Le milizie che controllano parti della Tripolitania mantengono interessi autonomi. La famiglia Haftar è attraversata da rivalità interne. Una parte significativa dell’opinione pubblica libica continua a vedere con ostilità qualsiasi accordo percepito come una spartizione del potere sponsorizzata dall’esterno.

Anche sul piano energetico, le aspettative non vanno sopra-dimensionate. Le infrastrutture libiche soffrono problemi strutturali accumulati in oltre un decennio di instabilità. Pensare che la Libia possa compensare rapidamente eventuali shock energetici regionali appare poco realistico. Ma la ricerca dell’equilibrio minimo che consenta di contenere il rischio di collasso, potrebbe permettere spazi – pratici, anche temporali – per promuovere implementazioni e sviluppi. Per l’Italia, questa evoluzione potrebbe rappresentare una finestra strategica cruciale. Dopo oltre un decennio di caos, la Libia resta un problema irrisolto. Ma il ritorno di una convergenza più pragmatica tra Stati Uniti, Italia e alcuni attori regionali potrebbe aprire una fase diversa: meno ambiziosa sul piano politico, più focalizzata sulla gestione della stabilità mediterranea.

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