È stato davanti al Cristo morto con quattro angeli di Giovanni Bellini che ho ripensato alle mie lontane vacanze al mare e alle illusioni congenite nei ricordi dell’infanzia.
Il fatto che si tratti di uno dei vertici dell’opera di un Maestro tra i maggiori della storia della pittura, al centro di una stagione d’arte forse irripetibile, qui è solo un dato accidentale.
Nel dipinto, il corpo morto di Gesù, morbido e possente come quello di un eroe classico appena assopito, senza le contratture dovute ai patimenti della Via Crucis e del Calvario, appoggia su un basamento di marmo rosa ed è sostenuto da quattro angioletti. Ormai fuori dalla condizione di dolore, il cadavere sembra galleggiare nell’aria, contro uno sfondo nero e impenetrabile. I quattro sono in piedi sullo stesso basamento, come a dire che tra noi che guardiamo le figure e il fondo nero, il pauroso niente, c’è solo il piano della scena. I volumi dei corpi si “parlano” per trovare il punto d’equilibrio del quadro. Sul versante simbolico, invece, il Redentore già deposto, ma non ancora risorto, ha compiuto l’impresa e la sua carne emana energia, vigore naturale. Gli angeli fanciulli dicono senza dover dire che un accadimento prodigioso e impensabile è davvero accaduto. Tutto qui, ecco il frutto di una straordinaria maestria pittorica e di una altrettanto rara capacità di sintetizzare i simboli della fede.
Tutto facile, almeno a prima vista. Perché se osserviamo con attenzione i quattro angeli bambini qualcosa invece ci sorprende. Il primo, a destra di chi guarda, solleva mano e avambraccio del morto come se non avessero peso e intanto osserva, assorto si direbbe, la ferita lasciata dal chiodo nella carne appena increspata; il secondo, verso il centro dell’opera, con gli occhi chiari accesi dalla luce che illumina la scena entrando dal lato sinistro, sta prendendo fiato per suonare uno strumento che non si vede, nascosto dietro la spalla di Gesù; il terzo, con la veste bianca e la cinta rossa, è quasi del tutto occultato dal corpo del Cristo, che se non avesse il suo sostegno sarebbe disteso sul marmo della base, e a lui, invisibile in volto, è affidato il maggior compito evocativo e liturgico, cioè il gesto di alzare un corpo eucaristico.
Ma è il quarto bambino alato a sorprendere davvero. In piedi a ridosso del lato sinistro del quadro, le braccia conserte e lo sguardo perduto verso un punto imprecisato della scena, stupito forse più che non addolorato, sembra incrociare le gambe per via di una curiosa, parziale sovrapposizione con l’angelo che gli sta a fianco. È solo un inganno ottico, evidentemente, ma la caratterizzazione di questa figura è suggestiva e misteriosa, e forse dice ancor più di quanto deve dire la sua collocazione in questa Pietà.