Giovani europei, in 10 anni diminuiscono i disoccupati ma aumentano gli inattivi
Per valutare l’impatto dei fondi messi a disposizione dall’Ue serve implementare indicatori dell’efficacia delle misure
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I punti chiave
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In dieci anni, dal 2014 al 2024, nell’Unione europea la disoccupazione giovanile è scesa dal 19,2 per cento all’11,4 per cento. Tra i Neet, cioè i giovani che non hanno un lavoro né seguono un percorso scolastico o formativo, rispetto al 2014 è drasticamente calato il quoziente di disoccupati, che è passato dal 50,3 per cento al 37,8 per cento. Sono però aumentati gli inattivi, cioè gli attualmente non occupati che non stanno attivamente cercando un lavoro: dal 49,7 per cento del 2014 si è passati al 62,2 per cento del 2024. Al di là della politica del mercato del lavoro, devono affrontare ostacoli di natura sociale, sanitaria e di istruzione e rimangono un gruppo destinatario difficile da intercettare.
Complessivamente, il totale dei neet è però andato scemando: 11,9 milioni nel 2014 sono diventati otto milioni nel 2024. Sono alcuni dei dati contenuti nella Relazione speciale 15/2026 delle Corte dei conti europea, denominata «Il sostegno all’occupazione giovanile nella politica di coesione».
Il ruolo dell’Ue
Le misure finanziate dall’Ue non sono ancora incentrate sull’aiutare i giovani a mantenere l’impiego: «Il sostegno dell’Ue per l’occupazione giovanile deve dimostrare di produrre risultati nel tempo – commenta Carlo Alberto Manfredi Selvaggi, membro della Corte responsabile dell’audit –. Senza obiettivi più chiari e risultati a lungo termine dimostrati, è difficile sapere se i fondi pubblici riescono veramente a fare la differenza per i giovani».
L’Ue, nonostante la responsabilità delle politiche a favore dell’occupazione giovanile sia principalmente competenza degli Stati, fornisce orientamenti strategici e dal 2014 ha stanziato circa 25 miliardi di euro della politica di coesione per sostenere il Fondo sociale europeo (Fse), l’Iniziativa a favore dell’occupazione giovanile (Iog), REACT-EU e il Fondo sociale europeo Plus (Fse+). Le misure finanziate dall’Unione includono incentivi all’assunzione per i datori di lavoro, attività di formazione e di accompagnamento al lavoro per i giovani e azioni per aiutarli a restare al lavoro dopo l’assunzione. In tal senso, secondo la Corte dei conti europea potrebbe essere un valido indicatore dell’efficacia delle misure il mantenimento del lavoro dopo 12 o 18 mesi. Al momento, invece, gli indicatori più a lungo termine sono a sei mesi.
L’esigenza di metriche
I programmi operativi esaminati, rileva la Corte, non forniscono una definizione chiara di quando una persona possa essere considerata inserita con successo nel mercato del lavoro. Con la conseguenza che gli obiettivi appaiono meno chiari e cresce il rischio che i fondi vengano assegnati senza metriche adatte a misurarli. L’erogazione degli incentivi basata sull’assunzione, quindi, potrebbe non essere adeguata e comportare un uso inefficiente e inefficace del denaro pubblico. Gli incentivi esaminati nel corso dell’audit erano infatti scarsamente mirati ai soggetti più bisognosi: il rischio, quindi, è quello di finanziare con fondi pubblici posti di lavoro che sarebbero comunque stati creati. L’erogazione, poi, non era collegata alla formazione sul posto di lavoro, fondamentale per migliorare l’occupabilità sul lungo periodo e per rispondere alle necessità del mercato.







